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Angelo Corbo e Francesco Mongiovì al Sarrocchi di Siena nel racconto degli studenti

(clicca per ingrandire)

di Federico Pianigiani e Giorgio Bancala – Istituto Tito Sarrocchi di Siena

Siena, 31 maggio 2018-

Una giornata diversa quella vissuta dagli studenti dell’Istituto Sarrocchi, i quali hanno avuto il piacere e l’onore di poter assistere all’incontro con Angelo Corbo e Francesco Mongiovì, agenti della scorta di Giovanni Falcone. L’evento è stato organizzato in collaborazione con l’associazione Agende Rosse (AR Agostino Catalano), fondata da Salvatore Borsellino nel 2007 per la ricerca della piena verità su moventi e mandanti della strage di Via D’Amelio. Il nome dell’associazione è dovuto ad un’agenda che Borsellino aveva ricevuto in dono dall’Arma dei Carabinieri (di color rosso), che usò per scrivere i contenuti dei colloqui investigativi, per i 57 giorni seguenti alla morte di Falcone.

Francesco e Angelo hanno subito preso confidenza con la platea e hanno iniziato a parlare di come anche un atto di bullismo, possa essere considerato alla stregua di un comportamento mafioso. Un silenzio omertoso di fronte ad un atto di prepotenza non è altro che un atteggiamento mafioso; questo perché il mafioso è colui che toglie la dignità all’altro o fa sì che l’altro si senta subordinato al suo potere.

Angelo Corbo, che da ragazzo aveva subito degli atti di bullismo, tiene a rimarcare come la mafia non sia altro che un atteggiamento, un costume, una cultura, riscontrabile non solo in Sicilia, ma ormai ovunque. Oggi Angelo vive a Firenze, dopo aver chiesto il trasferimento in seguito all’attentato del 23 maggio ‘92, e afferma che anche in questa città dove sembra un’entità sconosciuta o magari lontana da noi, la mafia c’è ed è viva. Hanno portato come esempio la tenuta di Suvignano, un bene sequestrato ad un mafioso, che dista solo una decina di chilometri da Siena. Lo stesso giorno dell’incontro la procura di Livorno ha arrestato il viceprefetto della provincia per possibili relazioni con alcuni esponenti mafiosi.

Ciò che la rende forte è il volersi convincere, da parte delle persone, che sia cosa d’altri, lontana da noi e che debba essere combattuta (a patto che esista) solo da qualche magistrato volenteroso e da poliziotti sprezzanti del pericolo. NO! La mafia si combatte anche nel quotidiano, in ciascuna nostra azione o scelta di seguire la legge! Finché siamo dalla parte della legge, del giusto, non abbiamo nulla di cui preoccuparci; non dobbiamo avere paura!

Francesco Mongiovì, il quale aveva vissuto l’attentato fallito dell’Addaura nel 1989, testimonia il suo spirito di servizio, la sua fermezza nel credere in qualcosa nel quale gli altri non riescono a vedere uno scopo. La sua fiducia nella sconfitta del fenomeno mafioso dovrebbe essere di insegnamento a molte persone che spesso si arrendono di fronte all’impossibile. Nulla è impossibile finché ci sarà una persona a provarci!

Nella seconda parte dell’incontro viene lasciato spazio agli studenti per fare delle domande, e i due testimoni hanno risposto con molta genuinità, in modo autentico. Angelo ha ripercorso in ogni minimo dettaglio tutta la giornata del 23 maggio. Era un sabato come gli altri, Falcone atterrò nel pomeriggio a Palermo con il volo di stato proveniente da Roma, alle 17:56 sull’autostrada A29 nella zona Capaci avviene un’esplosione fortissima che provoca la morte di Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo, e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Angelo ha poi riportato le emozioni e i dolori provati nei minuti e nelle ore successive all’esplosione dei 570 chili di esplosivo. La serata in ospedale, dopo aver visto letteralmente la morte in faccia, sentì la necessità di comunicare alla famiglia che aveva scelto di andare via dalla sua terra; non poteva e non voleva far crescere sua figlia nella paura che il padre potesse un giorno non tornare a casa.

 

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