13 dicembre 2010. Ha ragione Dino Paternostro, segretario della Camera del Lavoro di Corleone: “Il rinnovamento culturale della nostra realtà può essere messo a rischio da manifestazioni come queste”.
D’altronde Simone Provenzano era solo un pensionato che a Corleone era tornato per passare gli ultimi anni della sua vita. Fedina penale quasi immacolata, un’assoluzione dall’accusa di tentato omicidio risalente a quasi cinquant’anni fa.
Solo che lui era fratello di “Iddu” e al fratello di Bernardo Provenzano non si può negare “l’onore” delle saracinesche abbassate al passaggio del suo feretro e la Polizia Municipale impegnata a bloccare il traffico.
La notizia la riporta il quotidiano “la Repubblica”.
Il sindaco Nino Iannazzo tende a minimizzare: “Solo vecchie innocue tradizioni. Scaramanzia”.
Il sindaco si sbaglia. La saracinesca abbassata è invece un segno di rispetto, di ossequio, di deferenza. Altro che scaramanzia. Tra l’altro, se il primo cittadino ci riflette, fare gesti scaramantici al passaggio di una bara sarebbe una usanza davvero di cattivo gusto. Specie per i parenti del morto.
Corleone, la sua gente, è riuscita in questi ultimi anni a riscattarsi cercando di scrollarsi di dosso quel pesante fardello di essere la terra che ha dato i natali ai più sanguinari e temibili boss mafiosi.
L’appropriazione dei beni appartenuti a Cosa Nostra, la riconquista delle terre coltivate a grano e legalità. Un duro lavoro quello portato avanti dai tanti giovani, dalle associazioni, dalla forze sane di quella splendida comunità che è Corleone. Un paese che ha saputo reagire in maniera decisa, con orgoglio, contro coloro i quali avrebbero invece voluto che Corleone rimanesse agli occhi del mondo come la culla della mafia.
Sbaglia il sindaco. Avrebbe invece dovuto unirsi al grido sdegnato del segretario della Camera del Lavoro. Il sindaco sa benissimo che quei gesti di ossequio non sono rivolti a quel corpo che il carro funebre sta accompagnando nel suo ultimo viaggio.
Perché Provenzano Simone era solo un vecchio pensionato. Magari anche una persona perbene, un lavoratore, un buon padre di famiglia. Ma non era certamente un personaggio celebre al quale tributare onori al passaggio del suo feretro. Se si esclude il fatto che era fratello del boss Bernardo Provenzano.
“La verità è che a Corleone certa gente non perde il vizio di ossequiare i boss e i loro parenti”, dice ancora Paternostro.
E’ vero, certe consuetudini sono dure a morire. E rischiano di interrompere quel processo di riscatto che conduce all’affermazione della legalità e al disprezzo della mafia e dei mafiosi.
Alle istituzioni spetta il ruolo principale: devono essere le prime a condannarle.
Senza se e senza ma. Altro che scaramanzia.
D’altronde Simone Provenzano era solo un pensionato che a Corleone era tornato per passare gli ultimi anni della sua vita. Fedina penale quasi immacolata, un’assoluzione dall’accusa di tentato omicidio risalente a quasi cinquant’anni fa.
Solo che lui era fratello di “Iddu” e al fratello di Bernardo Provenzano non si può negare “l’onore” delle saracinesche abbassate al passaggio del suo feretro e la Polizia Municipale impegnata a bloccare il traffico.
La notizia la riporta il quotidiano “la Repubblica”.
Il sindaco Nino Iannazzo tende a minimizzare: “Solo vecchie innocue tradizioni. Scaramanzia”.
Il sindaco si sbaglia. La saracinesca abbassata è invece un segno di rispetto, di ossequio, di deferenza. Altro che scaramanzia. Tra l’altro, se il primo cittadino ci riflette, fare gesti scaramantici al passaggio di una bara sarebbe una usanza davvero di cattivo gusto. Specie per i parenti del morto.
Corleone, la sua gente, è riuscita in questi ultimi anni a riscattarsi cercando di scrollarsi di dosso quel pesante fardello di essere la terra che ha dato i natali ai più sanguinari e temibili boss mafiosi.
L’appropriazione dei beni appartenuti a Cosa Nostra, la riconquista delle terre coltivate a grano e legalità. Un duro lavoro quello portato avanti dai tanti giovani, dalle associazioni, dalla forze sane di quella splendida comunità che è Corleone. Un paese che ha saputo reagire in maniera decisa, con orgoglio, contro coloro i quali avrebbero invece voluto che Corleone rimanesse agli occhi del mondo come la culla della mafia.
Sbaglia il sindaco. Avrebbe invece dovuto unirsi al grido sdegnato del segretario della Camera del Lavoro. Il sindaco sa benissimo che quei gesti di ossequio non sono rivolti a quel corpo che il carro funebre sta accompagnando nel suo ultimo viaggio.
Perché Provenzano Simone era solo un vecchio pensionato. Magari anche una persona perbene, un lavoratore, un buon padre di famiglia. Ma non era certamente un personaggio celebre al quale tributare onori al passaggio del suo feretro. Se si esclude il fatto che era fratello del boss Bernardo Provenzano.
“La verità è che a Corleone certa gente non perde il vizio di ossequiare i boss e i loro parenti”, dice ancora Paternostro.
E’ vero, certe consuetudini sono dure a morire. E rischiano di interrompere quel processo di riscatto che conduce all’affermazione della legalità e al disprezzo della mafia e dei mafiosi.
Alle istituzioni spetta il ruolo principale: devono essere le prime a condannarle.
Senza se e senza ma. Altro che scaramanzia.
Franco Cascio

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