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Agende rosse, siamo tutti ‘casi umani’

“…Io sono figlio unico, quindi di fratelli e sorelle non me ne intendo però il fatto di essere fratello, anche Abele aveva un fratello…” Queste sono le parole del giudice Giuseppe Ayala riferendosi al rapporto tra Paolo Borsellino e suo fratello, Salvatore, fondatore del movimento delle “Agende Rosse”. Riferendosi sempre al fratello del giudice scomparso nella strage di via d’Amelio, lo definisce “UN CASO UMANO” e “un uomo che ha problemi mentali”.
A parte il fatto che i rapporti familiari non dovrebbero mai interessare una persona che ne è al di fuori, ciò che lascia senza respiro sono tutte queste offese gratuite “da un uomo” che rappresenta lo Stato ad un UOMO che ha avuto ed ha tuttora il coraggio di parlare, cercare la verità smuovendo le coscienze di noi giovani che abbiamo ancora speranza in un Paese senza “il puzzo del compromesso e della contiguità” così come voleva Paolo Borsellino.
Se per “caso umano” si intende una persona che ha solo il coraggio di portare avanti una battaglia e sventrare quei maledetti labirinti su cui si è costruita la seconda Repubblica e sfondare quelle porte di omertà che in questi lunghissimi diciotto anni sono rimaste serrate da segreti di Stato, una persona che con tanta rabbia e sofferenza, pazienza e determinazione vuole semplicemente sapere la verità su chi sono i mandanti dell’omicidio di suo fratello, se il sig. Ayala intende tutto questo, “caso umano”, allora SIAMO TUTTI CASI UMANI, perché la parola “umano” fa eco alla parola “umanità”, quell’umanità che durante l’intervista egli stesso non ha dimostrato non solo nei confronti della famiglia Borsellino, ma anche nei confronti di tutti noi che siamo ogni giorno pronti a combattere contro questo scellerato e corrotto sistema da cui vogliamo uscire.

Se per problemi mentali, invece, si intendono quelli di scendere in piazza con le AGENDE ROSSE in mano, allora vogliamo essere tutti malati di mente piuttosto che essere persone che in tutto questo tempo hanno fornito diverse versioni su fatti vissuti in prima persona quel maledetto 19 luglio.
Come può un magistrato della caratura di Giuseppe Ayala, consigliere presso una Corte di Appello, nonché ex sottosegretario al Ministero di Grazia e Giustizia, essere ancora oggi così sofferente per l’accaduto da non ricordare in modo univoco e chiaro come sono andati i fatti dei quali è stato testimone?
Non è che la mente inizia a dimenticare?
Se domandare è lecito e rispondere è cortesia, ci chiediamo se tutto questo non sia un modo per distogliere l’attenzione dal vero obiettivo di noi “agende rosse” con la conseguenza  di delegittimare, anche indirettamente, chi la verità la pretende da chiunque possa sapere qualcosa di utile per le inchieste sulla strage di via D’Amelio.
Alzare l’agenda rossa vuol dire ricordare Paolo Borsellino e le sue battaglie non solo contro la mafia ma contro chi in quei palazzi delle Istituzioni lo ha tradito e noi continueremo la nostra rivoluzione!
Perchè resistere non è solo un verbo da coniugare ma un agire quotidiano nella legalità e nel lottare contro ogni mafia, anche quella dei colletti sporchi.

NOI SAREMO SEMPRE CON SALVATORE BORSELLINO!

 

Oreste Iacopino

Francesca Munno

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