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Agende Rosse di Ancona e prov. con Marisa Garofalo – Ostra (AN), 10 marzo 2018

9 Aprile 2018

di Agende Rosse gruppo “C. Alberto Dalla Chiesa e E. Setti Carraro” di Ancona e provincia

Lo scorso 10 marzo, nell’incontro tenutosi al Teatro “La Vittoria” di Ostra (AN) nell’ambito del “Festival della legalità 2018” organizzato dal gruppo di Agende Rosse “C. Alberto Dalla Chiesa e E. Setti Carraro” di Ancona e provincia, ha portato la sua testimonianza MARISA GAROFALO, sorella della testimone di giustizia calabrese LEA GAROFALO, uccisa a Milano il 24 novembre 2009.  Marisa ha raccontato la scelta di vita della sorella Lea, rimasta orfana di padre a pochi mesi e quindi animata dal desiderio di evitare che anche sua figlia Denise crescesse con un padre in carcere o, peggio, ucciso in una faida di ndrangheta.

Lea aveva conosciuto giovanissima il suo futuro compagno, Carlo Cosco, ma essendo il medesimo esponente di una famiglia di ndrangheta sua madre si era subito opposta al loro rapporto, avendo già perso il marito in una faida tra cosche quando Lea era appena nata. Carlo Cosco aveva allora convinto Lea a fare la cd. “fuitina” e a trasferirsi con lui a Milano, dove presto nacque la loro bambina, Denise.

Lea ben presto era divenuta consapevole del tipo di attività svolta dal compagno a Milano e continuamente gli chiedeva di cambiare vita e di farlo per Denise, subendo però ogni volta aggressioni fisiche e verbali. Dopo 4 anni di convivenza, durante i quali aveva continuato ad occuparsi dei propri traffici illegali a Milano obbligando Lea a restare a casa ad accudire la figlia, Carlo Cosco venne arrestato per traffico di stupefacenti. Durante un colloquio in carcere Lea comunicò al compagno che voleva iniziare a lavorare, sia per essere autonoma sia per guadagnarsi onestamente da vivere, essendo stanca di ricevere da lui e dai suoi familiari o sodali denaro che sapeva essere il provento di attività criminali.

La reazione di Carlo Cosco fu molto violenta, arrivò ad aggredire anche fisicamente Lea, che in quel momento decise che non avrebbe più portato sua figlia Denise dal padre. Dopo poco si trasferì a Bergamo con la bambina, ma venne rintracciata dal clan del compagno e la sua auto venne data alle fiamme. Trasferitasi di nuovo con la bambina in un paesino vicino, Lea subì anche nella nuova località l’incendio del motorino che usava per andare a lavorare. Successivamente, anche l’auto di alcuni suoi amici di Bergamo che l’avevano accompagnata in Calabria in vacanza venne data alle fiamme. Avendo avuto la conferma non solo che i Cosco erano sulle loro tracce ma soprattutto che lei e sua figlia si trovavano in pericolo, Lea decise di rivolgersi ai Carabinieri e di raccontare tutto ciò che, nel corso degli anni, aveva visto e sentito, nel paese di origine prima e a Milano poi. Per le sue dichiarazioni, la giovane donna e la figlia vennero inserite, con nuove generalità, in un programma di protezione, che avrebbe dovuto essere provvisorio ma che invece durò anni e si rivelò un calvario per Lea e la sua bambina.

Lea non aveva infatti documenti “di copertura” attestanti la sua nuova identità e non poteva dunque lavorare, ma non riceveva neanche un sostegno economico dallo Stato; inoltre, le sue dichiarazioni non vennero prese in considerazione nelle relative indagini (forse anche perché Lea era una testimone di giustizia donna?), circostanza questa che condusse per ben due volte alla revoca del programma di protezione. Lea presentò ricorso al TAR e poi al Consiglio di Stato, ottenendone il ripristino, ma ciò nonostante continuò a rimanere senza documenti, senza lavoro, senza reddito. Solo nel 2013, dopo la sua morte, le denunce di Lea vennero riscontrate e condussero all’arresto di decine di persone in tutta Italia.

La quotidianità di Lea all’interno del programma di protezione, caratterizzato da continui spostamenti e cambi di identità, era dunque scandita dalla sofferenza e dalla solitudine. A ciò ben presto si aggiunsero i problemi di anoressia della piccola Denise, molto provata dalla difficile situazione che viveva con la madre. Nella primavera del 2009 Lea decise dunque di uscire definitivamente dal programma di protezione, nonostante sua sorella Marisa l’avesse informata che il suo ex compagno era tornato in libertà ed era stato visto anche in paese. Lea, convinta che il clan Cosco avrebbe potuto trovarla comunque, anche in località protetta, come era già successo in precedenza, pur consapevole del rischio che correva rimase ferma nella sua decisione, anche per recuperare una dignità di cui riteneva essere stata ingiustamente privata negli anni trascorsi dall’inserimento nel programma di protezione.

Carlo Cosco, informato del rientro di Lea in Calabria, riprese i contatti con la figlia Denise, con il verosimile scopo di avvicinare Lea e controllarla. La madre lasciava libera Denise di vedere suo padre, che iniziò ben presto a comprarle regali molto costosi e a donarle denaro per conquistare il suo affetto. Lea, nonostante i continui e gravi problemi economici, ai quali faceva fronte con piccole donazioni della madre (che non le consentivano tuttavia di avere e far avere alla figlia un buon tenore di vita), non consentì mai a Denise di tenere quei regali e quel denaro, che sapeva essere il frutto di attività illecite.

Su richiesta di Lea, che voleva far terminare a Denise l’anno scolastico nella località in cui avevano vissuto da ultimo, Carlo Cosco affittò una casa a Campobasso. In quell’appartamento un giorno si presentò un uomo, mandato dal clan Cosco per rapire Lea: anni dopo un collaboratore di giustizia (pentitosi solo dopo la condanna di primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lea) riferì che già in quella occasione Cosco aveva dato disposizioni affinchè Lea venisse uccisa e sciolta nell’acido. Solo il tempestivo intervento di Denise, alla quale su indicazione del padre non doveva essere fatto alcun male, evitò il peggio.

Lea pensava di essere al sicuro con Denise al suo fianco, tanto che dopo il tentato rapimento tornò in Calabria e poi acconsentì anche ad una trasferta a Milano, su richiesta di Denise, alla quale il padre aveva rappresentato il desiderio dei suoi familiari di rivederla. Lea non volle mandare sua figlia a Milano da sola e la accompagnò. Era il 24 novembre 2009. In realtà si trattava dell’ennesima trappola per Lea.

La sera Lea e Denise decisero di fare una passeggiata per Milano, in zona Arco della Pace. Alle 18.15 circa Carlo Cosco le raggiunse, prelevando la figlia e accompagnandola a casa del fratello Giuseppe Cosco, poi fece ritorno all’Arco della Pace dove aveva appuntamento con Lea. Alle 18.30 Lea, rimasta sola con l’ex compagno, cercò aiuto chiamando al cellulare Marisa, che però vide la chiamata solo tempo dopo quando Lea era già stata portata in un appartamento di Milano, dove venne picchiata a sangue, torturata, strangolata. Il collaboratore di giustizia rivelò che il giorno successivo all’omicidio il corpo di Lea venne dato alle fiamme in un bidone di benzina, dove bruciò per due giorni, e venne ridotto in circa 3.000 frammenti ossei, che a malapena consentirono successivamente l’esame del DNA.

Nella stessa serata, disperata perché non aveva più notizie di sua madre, Denise fu convinta da sua zia Marisa ad andare dalle Forze dell’Ordine a presentare denuncia. Suo padre Carlo Cosco nel frattempo cercava di prendere (e perdere) tempo, anche dicendo alla figlia che Lea si era allontanata spontaneamente, abbandonandola. Le Forze dell’Ordine riferirono a Denise che avrebbero dovuto attendere ancora altre ore per poter considerare Lea scomparsa e dunque per iniziare le ricerche; questo nonostante Lea fosse stata una testimone di giustizia inserita in un programma di protezione ed avesse già in precedenza subito un tentativo di rapimento.

Nel frattempo Carlo Cosco tornò in Calabria con sua figlia Denise, che fece avvicinare da un ragazzo del suo clan affinchè la controllasse, e per la quale solo poche settimane dopo la “scomparsa” di sua madre organizzò una grande festa per festeggiarne il diciottesimo compleanno. Denise, cresciuta con l’educazione e l’esempio forniti da sua madre, rifiutò tuttavia non solo la festa (dicendo al padre “forse questa è la tua festa”) ma anche  il regalo che ogni diciottenne avrebbe sognato, una nuova auto, con il quale il padre voleva ragionevolmente comprare il suo silenzio.

Denise, ormai convinta che sua madre non si fosse allontanata volontariamente ma fosse stata uccisa, decise di cercare la verità e di dichiarare ciò che sapeva: nonostante potesse scegliere di stare dalla parte del padre ed avere con lui una vita agiata dopo tante privazioni, scelse sua madre, pur sapendo inconsciamente che era stata uccisa e dunque che non l’avrebbe più avuta al suo fianco. Denise scelse la via della legalità, come aveva fatto -e come le aveva insegnato- sua madre, e le sue dichiarazioni diedero origine alle indagini su suo padre e sui membri del suo clan. Il collaboratore di giustizia ha riferito nel giudizio di appello che Carlo Cosco aveva addirittura programmato di uccidere la figlia Denise, perché aveva dato impulso alle indagini e poi testimoniato nel processo, nel quale si era anche costituita parte civile con sua nonna e sua zia Marisa.

Il processo di primo grado per l’omicidio di Lea Garofalo, il cui impianto accusatorio si basava soprattutto sulle dichiarazioni di Denise, si concluse con 6 sentenze all’ergastolo; in appello 4 di queste condanne vennero confermate, mentre a colui che nel frattempo aveva iniziato a collaborare la pena fu ridotta a 25 anni. La Cassazione, nel 2014, confermò le sentenze del giudizio di appello.

Da allora Denise è entrata nel programma di protezione: vice sola in una località protetta, con nuove generalità, studia e spera di poter presto iniziare a lavorare. Denise ha fatto consapevolmente e con coraggio la sua scelta, ben sapendo che non sarebbe più stata una persona libera, come non lo era stata sua madre quando aveva intrapreso il medesimo percorso. Nonostante ciò Denise è orgogliosa della sua decisione, perché ha reso giustizia a sua mamma Lea, che a sua volta aveva deciso di denunciare rischiando -e poi perdendo- la vita per cercare di dare un futuro migliore proprio a sua figlia.

Anni dopo Denise dichiarerà “Non siamo noi testimoni di giustizia a doverci nascondere e a dover essere protetti, abbiamo fatto solo il nostro dovere. Sono loro, gli uomini e le donne della ndrangheta, a doversi nascondere e a dover essere fermati. Voglio essere io a vivere come è giusto vivere a 20 anni, nel posto dove sono nata, con i miei amici che oggi possono fare ciò che io non posso fare. Voglio vivere libera, amare e avere la libertà di essere felice, anche per mamma. Aggiungendo anche che oggi non odia suo padre, prova solo molta pena per lui perché non ha approfittato della possibilità di avere a fianco una donna straordinaria come Lea Garofalo.

 

Le Agende Rosse – gruppo “C. Alberto Dalla Chiesa e E. Setti Carraro” di Ancona e provincia 

La coordinatrice-portavoce Alessandra Antonelli 

Telefono: 327-4523537 (Alessandra Antonelli)

Sede: “Istituto comprensivo L. Lotto”, Corso G. Matteotti n. 96 – Jesi (AN)

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