Cassazione. I motivi della sentenza che ha confermato la chiusura del processo a carico del capitano Arcangioli
Palermo – La sparizione dell’agenda rossa di Paolo Borsellino da via D’Amelio subito dopo la strage? «Non c’è la prova» che l’ agenda fosse nella borsa del magistrato quando – come svelò un filmato tv – il capitano dei carabinieri Giovanni Arcangioli, tenendo nella mano sinistra la «24 ore» del magistrato, si allontanò dal luogo dell’ attentato mentre le auto di scorta erano ancora in fiamme. Né «si può ritenere opera» di Arcangioli, che pure fu «tra i primi ad accorrere sul luogo» dell’attentato, «la sottrazione dall’interno della borsa» dell’agenda: circostanza «del tutto inverosimile se si considera lo spazio di tempo ristrettissimo a sua disposizione e il teatro del fatto in cui era convenuta tutta una folla di operatori di polizia».
Sono queste le motivazioni della Corte di Cassazione che ha confermato la decisione di non celebrare il processo a carico dell’ufficiale dei carabinieri accusato dalla Dda di Caltanissetta di «furto pluriaggravato». Calando così il sipario davanti a quel piccolo fascio di luce acceso sulla misteriosissima scomparsa dell’agenda rossa che Borsellino (come dichiarato da familiari, colleghi, investigatori suoi stretti collaboratori) portava sempre con sé e su cui annotava nomi, appuntamenti, viaggi. Un verdetto, quello della Cassazione, che condivide la tesi del gip in cui si parla di «difetto assoluto di qualsiasi indizio circa il collegamento dell’imputato con ambienti mafiosi o comunque potenzialmente interessati ad eventuali “depistaggi”» di cui si è tornato a parlare nei giorni scorsi a proposito della trattativa tra Cosa nostra e pezzi deviati delle istituzioni. La Suprema corte era stata chiamata a pronunciarsi sulla sentenza – impugnata dalla procura – emessa l’1 aprile 2008: il giudice per le indagini preliminari Paolo Scotto aveva dichiarato il «non doversi procedere» contro Arcangioli, imputato di furto pluriaggravato dell’agenda, «perché non ha commesso il fatto». Troppi i punti oscuri sulla vicenda che – per l’accusa che aveva fatto ricorso e per il legale di parte civile della famiglia Borsellino, l’avvocato Francesco Crescimanno – solo un processo avrebbero potuto chiarire e che al momento sono destinati a restare senza risposta. Per la VI sezione penale della Cassazione vale però la tesi del gip, supportata da una serie di considerazioni. Come questa: non esiste prova della sottrazione dell’agenda dato che le dichiarazioni dei testimoni «erano incerte, dubbiose e in alcuni casi contrastanti con altre fonti. Gli unici accertamenti compiuti all’epoca dei fatti portavano ad escludere addirittura che la borsa presa da Arcangioli contenesse un’agenda rossa, come da questi peraltro sempre sostenuto». Nel ricorso la Dda argomentava invece che «esistevano indizi di colpevolezza gravi e precisi e concordanti e la loro idoneità a fondare una sentenza di condanna avrebbe dovuto essere verificata nella sede naturale del dibattimento». E che «non vi sarebbe dubbio circa la presenza dell’agenda nella borsa rimasta quasi intatta nell’attentato» (la 24 ore in pelle è stata consegnata alla famiglia alla fine delle indagini, aveva un angolo lievemente bruciacchiato, ndr). Nelle quattro pagine di motivazione, la Corte di Cassazione scrive che «la sentenza del gip mette a confronto le dichiarazioni di Arcangioli con le dichiarazioni di vari testi: da nessuna di queste fonti è desumibile l’esistenza dell’agenda nella borsa maneggiata da Arcangioli e meno che mai si può ritenerne la sottrazione ad opera di quest’ultimo dall’interno della borsa». E aggiunge: non «sussiste manifestamente il vizio di motivazione denunciato dal ricorrente» a carico del gip. «Resta il rammarico» commenta l’avvocato Crescimanno «che un’occasione per affrontrare un passaggio fondamentale per spiegare il movente della strage Borsellino sia stata liquidata come si trattasse di una vicenda banalissima e in una pagina di motivazione. Dopo che il gip, chiamato solo a valutare se celebrare il dibattimento, è invece entrato nel merito».
Umberto Lucentini (Giornale di Sicilia, 6 agosto 2009)

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