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Agenda Rossa e Vincenzo Scarantino, cui prodest?

Dire che il disgusto supera ogni umana comprensione, è un eufemismo, prendere atto di un fallimento o che esso sia stato scientemente voluto per fini ed interessi convergenti è davvero la vetrina dell’arroganza di un potere che ancora oggi non è stato svelato nella sua interezza. Tutti, devono augurarsi che l’impegno profuso dai magistrati di Caltanissetta e Palermo, riesca a colmare la sete di verità, sinora platealmente negata.

Liquidare, le “anomalie” investigative poste in essere sulla strage di Via D’Amelio, come fatti minimali o peggio come fatti ineluttabili, equivale a profanare quel luogo simbolo di martirio. Ma, il martirio di Paolo Borsellino e dei cinque agenti della scorta, nasce da molto lontano rispetto a via D’Amelio: un martirio voluto, martirio necessario, perché si chiudesse per sempre “quel profumo di libertà” e quella rettitudine morale, rappresentata da Paolo Borsellino.

Ora, i Soloni delle investigazioni, con ritrovata memoria, ci tracciano un profilo che di certo non rappresenta il vero Paolo Borsellino. E, rinnovo l’invito: lasciatelo riposare in pace.

Il primo scempio compiuto in via D’Amelio e con ancora i brandelli di corpi straziati dall’esplosione e sparsi qua e in là, fu la sparizione dell’Agenda Rossa. Sovente, ho definito gli attori che hanno “recitato” sulla sparizione dell’Agenda Rosa, come imbelli personaggi comprimari privi di onore e dignità.

Anche un agente di polizia di prima nomina, sapeva che quella borsa, sarebbe dovuta essere posta sotto sequestro e il suo contenuto dettagliatamente elencato con verbale di rinvenimento. Ma l’inaudita omissione non fu compiuta da un agente, ma, invero, da qualcuno che per competenza specifica, avrebbe dovuto farlo: glielo imponeva il codice di procedura penale. E, poco valgono le giustificazioni di Giuseppe Ayala, quando afferma che non era più un magistrato in servizio. Egli avrebbe dovuto, per affetto verso un suo collega, ancora con le carni fumanti, prendere quella borsa e costringere un poliziotto a prenderla in consegna. Poi, avrebbe dovuto, insieme al poliziotto, recarsi al primo posto di polizia o stazione di carabinieri e innanzi a tutti aprire e repertare il contenuto della borsa: medesima operazione, l’avrebbe dovuta compiere il capitano Arcangioli, con la differenza che egli era obbligato per legge.

Il furto dell’Agenda Rossa, rappresenta la genesi di quel che più avanti diventa il più “grande depistaggio” che l’Italia repubblicana ricordi. L’utilizzo di Vincenzo Scarantino, divenuto pentito sul malgrado.

Intanto, rilevo che a Palermo c’è un uomo che è alla ricerca continua del suo “Onore” perduto. Parimenti, ci sono stati uomini a Palermo che persero la vita per volere degli “amici” dell’uomo che ricerca “l’onore”.

Il mio riferimento è a Bruno Contrada: uomo che non mi è mai piaciuto e per questo motivo non gli ho mai rivolto una sola parola.

Ma avrei tante domande da rivolgergli, specialmente sull’arco temporale che va dagli anni ’80, passando per l’omicidio Marino, all’Addaura e sino all’incontro con Paolo Borsellino al Viminale.

Ma veniamo alla vicenda Scarantino, che rappresenta, senza ombra di dubbio, l’anomalia investigativa per antonomasia.

Il depistaggio inizia, verosimilmente, con l’entrata in scena di Salvatore Candura e Vincenzo Scarantino: due pisciteddi di cannuzza della piccola malavita del quartiere palermitano della Guadagna. Il punto importante è: chiarire chi e per quale motivo fece assurgere a rango di pentito eccellente, un uomo che per svariati motivi non poteva assolutamente far parte di Cosa nostra? Chi aprì la scellerata linea di credito a Scarantino avvallando le sue dichiarazioni che oggi si scopre essere false?

Tutta l’operazione Scarantino, non può essere liquidata con un abbaglio preso da sprovveduti o improvvisati investigatori dell’ultima ora, no! Le forze che l’allora capo della polizia Parisi, mise in campo erano costituite dalle “eccellenze” investigative e quindi mi è facile supporre che la vicenda Scarantino altro non fu che un depistaggio vero e proprio per coprire fatti e motivazioni sinora ignote.

Si obietterà che la magistratura sta indagando e che quanto prima la verità salterà fuori. Ma, ritengo, invero, che sarebbe stato equo e soprattutto necessario, iniziare un’approfondita inchiesta interna da parte del Viminale per accertare le accuse di Scarantino nei confronti degli investigatori della Mobile palermitana, che appaiono davvero troppo infamanti per non essere oggetto di approfondimento.

Una cosa tuttavia, appare certa ed è che se non fosse stato per il pentito Gaspare Spatuzza, che si è autoaccusato del furto della Fiat 126 esplosa in via D’Amelio, ci sarebbero ancora in carcere persone condannate ingiustamente e noi avremmo uno Scarantino depositario di assolute verità..

Parimenti, se non si fosse presentato Massimo Ciancimino a raccontarci del “papello” e delle trattative, gli sciacalli svolazzerebbero ancora una volta indisturbati.

Per le indagini di via D’Amelio, fui marginalmente impegnato nel pedinamento di Salvatore Profeta e un altro soggetto, indicati quali autori della strage di via D’Amelio, dallo stesso Scarantino e per questo arrestati. Ebbene, il Profeta è uno dei condannati all’ergastolo per via D’Amelio, rimesso in libertà perché innocente.

Beati coloro che che potranno parlare dei morti senza essere turbati dalla coscienza, ma beati i morti che non potranno ascoltare le falsità dei vivi.

Il furto dell’Agenda Rossa e il depistaggio Scarantino, cui prodest?

Pippo Giordano

 

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