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Ad una persona perbene che ha deciso di votare SÌ al referendum sulla magistratura

20/3/2026 – In una campagna referendaria celebrata all’insegna della disonestà intellettuale (a partire dal quesito originale, che inizialmente non esplicitava il numero di articoli della Costituzione che si sarebbero modificati se avesse vinto il Sì) è prevedibile che anche i cittadini migliori possano arrivare al voto male informati, soprattutto se “non addetti ai lavori”, visti la complessità ed i tecnicismi della riforma su cui si è chiamati a votare.

E questo piccolo scritto non ha la pretesa di far cambiare loro idea. Il fatto, però, è che chi scrive, nonostante non abbia molta simpatia verso la categoria dei magistrati, ha maturato sinceramente la convinzione che gli effetti di questa riforma (se uniti a quelli dei precedenti “Decreti sicurezza”, della futura legge elettorale e della futura riforma sul cosiddetto “presidenzialismo”, queste ultime già preannunciate dalla Premier) porteranno ad un crollo di quei contrappesi decisi dall’Assemblea Costituente per assicurare la democrazia, avvicinandoci sempre più alla deriva autocratica che stiamo osservando negli Stati Uniti e in alcuni Paesi del continente europeo. Perché questa riforma non va letta soltanto nel suo testo (già esplicito di suo) ma va anche inquadrata nel periodo storico e nelle intenzioni già manifestate esplicitamente dalla Presidente del Consiglio.

La frase più grave che ha contrassegnato la campagna referendaria, a mio parere, l’ha pronunciata proprio Giorgia Meloni ed esprime l’essenza dell’azione di questo governo: «La riforma costituzionale della Giustizia e la riforma della Corte dei Conti rappresentano la risposta più adeguata ad una intollerabile invadenza della magistratura che non fermerà l’azione di Governo, sostenuta dal Parlamento» (29 ottobre 2025).
Nessun governo ha mai dichiarato tanto esplicitamente la propria intenzione: fermare l’azione della magistratura, che ritiene “invadente”. E questo è probabilmente il principale argomento che sta spingendo anche le persone più perbene a votare Sì: la supposta invadenza della magistratura nell’azione di questo o quel Governo. In tanti, più esperti di me, hanno obiettato a questo assunto, spiegando che la magistratura non ha la possibilità di fermare l’azione di un governo, l’unica cosa che può fare è applicare le leggi scritte (dalla politica stessa) nei codici civili e penali, nei trattati internazionali (sottoscritti e adottati dalla politica) e nella Costituzione, riguardo un singolo caso che sta trattando in quel momento. Non può, quindi, per fare un esempio, fermare l’azione del governo sull’immigrazione, può soltanto, nel caso la legge glielo consenta e imponga, fermare il rimpatrio di un singolo immigrato.

Tutte le Costituzioni democratiche sono fondate su un bilanciamento di poteri, che vengono suddivisi tra il Parlamento (potere legislativo), il Governo (potere esecutivo) e la magistratura (potere giudiziario). Il perché lo spiegava Montesquieu: “Chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti […]. Perché non si possa abusare del potere occorre che […] il potere arresti il potere”. Da alcuni decenni uno di questi tre poteri arranca pericolosamente: il Parlamento è diventato ormai un ratificatore dei decreti legge presentati dal Governo, che, secondo Costituzione, dovrebbero essere emanati solo “in casi straordinari di necessità e di urgenza” (art. 77). Non è il governo che dovrebbe fare le leggi, è il Parlamento. Oggi non è più così.

Sennonché, con la frase sopra riportata viene esplicitata la chiara volontà di interferire con un altro dei tre poteri, quello giudiziario. Quest’ultimo non “invade” l’azione di governo, assicura che le azioni del governo – rosso o nero che sia – siano conformi alle leggi, che siano legittime a livello amministrativo e che siano coerenti con la Costituzione e con i trattati europei e internazionali. Se alla politica non piacciono le decisioni dei magistrati, basterebbe cambiare le leggi, non il metodo per punire disciplinarmente i magistrati.

Molte sono le giustificazioni che hanno presentato gli esponenti politici fautori del Sì. C’è chi dice che “i giudici sono appiattiti alle richieste dei Pm, non sono davvero imparziali, perché hanno la stessa carriera”. Eppure, sono i numeri – dati di realtà e non opinioni – che contraddicono questa teoria: quasi la metà dei processi vede respinte dai Giudici le richieste dei PM. Dov’è questo appiattimento? L’assetto costituzionale e legislativo dispone già di strumenti per garantire l’imparzialità del giudice, come l’astensione, la ricusazione e l’incompatibilità; inoltre il giudice deve sempre motivare una sentenza, non può dare ragione arbitrariamente al Pm.

E ancora: “la strada da seguire è quella britannica, in cui il Pm è l’avvocato dell’accusa”. Il Pm oggi, per legge, è obbligato a cercare la verità (a vantaggio o a svantaggio dell’indagato), non a cercare il rinvio a giudizio e/o la condanna dell’indagato. Il pm, contrariamente a ciò che vuole farci credere certa maggioranza governativa, deve ragionare come un giudice, poiché deve sapere se le prove raccolte possono sostenere un processo e una motivazione di condanna e deve cercare anche le prove a discolpa dell’indagato, archiviandolo, se del caso. I padri costituenti sapevano che questo può accadere solo se Pm e giudici vengono da un comune percorso di formazione e aggiornamento. Non avere un Pm “avvocato dell’accusa” è un’enorme tutela nei confronti di qualsiasi vittima, che sia la vittima di un reato vero o la vittima di un’accusa inventata.

E andiamo avanti: “con il sorteggio si eliminerà l’influenza delle correnti della magistratura”. Personalmente ritengo l’estrazione a sorte il fallimento della cultura della competenza, della preparazione e del merito. Estrarre a sorte significa impedire ad una categoria di scegliere chi si reputa migliore, significa ritenere che “uno vale l’altro”, che l’esperienza, la preparazione e anche la volontà di impegnarsi in un determinato ruolo non contino nulla. Ma ammettiamo che sia la scelta giusta. Se, agli occhi del governo, l’estrazione a sorte della componente togata di CSM e Alta corte disciplinare risulta essere la modalità più corretta, perché non è stata usata anche per la componente laica (di nomina politica)? Infatti i magistrati saranno scelti a caso tra migliaia, mentre i laici saranno sorteggiati da una lista ben precisa, scritta dalla politica. E quanti nomi potranno esserci in quella lista? Nessuno lo sa, perché la riforma non lo stabilisce, lo deciderà una futura legge, scritta dal governo (questo o il prossimo?). E se i laici da scegliere saranno dieci, chi ci dice che la lista da cui saranno sorteggiati non sarà composta da undici nomi? Ma non è finita qui: oggi i componenti laici del CSM vengono scelti dal Parlamento in seduta comune (cioè deputati e senatori insieme), con una maggioranza di tre quinti. Per questo, in tutti questi anni, i prescelti hanno rispecchiato le diverse sensibilità politiche presenti in Parlamento, maggioranza e opposizione. La nuova legge non dice nulla sul tipo di maggioranza che sarà necessaria.

E una parola sulle “famose” correnti: sarebbe il caso di ricordare che fu proprio il lavoro delle neonate correnti, che portavano visioni della società estremamente diverse dal passato, che permise alla magistratura di emanciparsi dopo la sconfitta del fascismo. E’ stato il loro lavoro che ha consentito il rinnovo della cultura giuridica italiana. È innegabile che le correnti oggi soffrano criticità evidenti rispetto ai tempi della prima Repubblica, ma lo stesso si può dire dei partiti politici. Vogliamo abolire anche quelli?

Ma andiamo avanti: “con l’Alta Corte Disciplinare i giudici che sbagliano pagheranno”.
Intanto bisogna chiarire cosa significhi “sbagliare”. Il magistrato ha commesso reati? Sarà processato come qualsiasi altro cittadino, con un’unica differenza: il processo non potrà tenersi nel territorio dove lavora, proprio per tutelare l’imparzialità e la terzietà dei magistrati che dovranno indagarlo, processarlo e giudicarlo. E non mi si venga a dire che i magistrati si conoscono tutti, sono più di 9.000. Un medico di Roma conosce i medici di tutta Italia?
Il magistrato ha emesso una sentenza diversa da quella del grado precedente? Sentenze che si contraddicono non sono necessariamente un errore ma una difformità assolutamente fisiologica nel nostro sistema processuale, che in un procedimento penale può arrivare a contare il giudizio di una ventina di magistrati, che valutano le prove e le testimonianze in modo diverso. Se state male, provate a spiegare i vostri sintomi a tre medici diversi: spesso vi daranno tre diagnosi diverse e, se la diagnosi è già certa, vi indicheranno percorsi di cura diversi. Avere opinioni differenti non significa sempre sbagliare per un secondo fine, diverso da quello per cui si è chiamati a decidere.

E quindi veniamo a parlare della famosa Alta Corte disciplinare, l’istituzione che sostituirà la sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura (l’organo creato dai padri costituenti anche per far “pagare” i magistrati che “sbagliano”). Tralasciando i discorsi sulla composizione, mi e vi chiedo: se la nuova struttura rispetterà, in termini numerici, l’equilibrio tra togati e laici previsto dalla Costituzione per l’attuale CSM (i togati numericamente maggiori dei laici), per quale motivo questa nuova Corte dovrebbe garantire una maggiore terzietà? Forse perché non sarà l’Alta Corte nel suo complesso a giudicare, ma le nuove commissioni che comporrebbero l’Alta Corte e alle quali verrebbero smistati i procedimenti disciplinari che arriveranno a quest’ultima? Sennonché la riforma stabilisce che la composizione delle commissioni disciplinari sarà varata con la cosiddetta “legge attuativa” a seguito della eventuale conferma referendaria della riforma. Cioè ancora non c’è. Chi ci garantisce, quindi, che la futura legge attuativa (varata dalla politica) non stabilirà una composizione di una o più commissioni a maggioranza laica? E sempre alla legge attuativa si dà il potere di stabilire quali saranno gli illeciti disciplinari per cui processare i magistrati. Chi ci assicura che non saranno inseriti “illeciti” che puniranno proprio quei magistrati che, applicando la legge, la Costituzione e i trattati internazionali, creeranno fastidi involontari al governo? O che indagheranno e/o processeranno un politico o un uomo potente in grado di pressare la politica?

Negli ultimi 15 anni, su 1399 processi disciplinari il CSM ha emesso ben 644 condanne, cioè il 46% (a cui andrebbe aggiunto il numero dei magistrati che si dimettono dall’ordine giudiziario prima che venga emesso il giudizio disciplinare). Quindi quasi la metà. Nell’attuale CSM i magistrati, quando si tratta di procedimenti disciplinari, vengono giudicati da un gruppo i cui due terzi fanno lo stesso mestiere, è vero. Ma non è la stessa identica cosa che accade per tutti quei professionisti che appartengono ad un ordine professionale? I medici che sbagliano non vengono forse processati dall’ordine dei medici? E gli avvocati dall’ordine degli avvocati? I magistrati sono i soli, invece, e giustamente visto il ruolo che rappresentano, ad essere processati non soltanto da colleghi, che sono due terzi del totale, ma anche da un terzo di “laici” (non magistrati) scelti dalla politica.

Scrive l’associazione antimafia Our Voice: “Durante il fascismo oltre 300 magistrati vennero epurati e destituiti dal proprio ruolo. Il Ministero controllava le carriere, le sostituzioni, i trasferimenti. I pubblici ministeri erano sottoposti al potere esecutivo. Così, il regime si garantiva l’impunità per i crimini commessi, condizionava inchieste e processi e utilizzava la magistratura come braccio armato per reprimere l’opposizione, le disuguaglianze ed ogni forma di dissenso”. Oggi non ci troviamo certamente in una dittatura ma il futuro non è prevedibile (si guardi agli Stati Uniti) ed è fondamentale non distruggere le fondamenta del bilanciamento dei poteri costituzionali. La nostra Costituzione non è nata per aiutare un governo a governare, è nata per limitare il potere di tutti i governi, presenti e futuri.

La realtà è che una buona parte dei cambiamenti che deriveranno dalla riforma costituzionale, che mira a modificare l’organo che si occupa delle carriere, delle promozioni e delle punizioni dei rappresentanti dell’ordine giudiziario, sarà rimandata a leggi di attuazione e a leggi ordinarie, cioè a questo o al prossimo Parlamento. Un Parlamento che, se sarà approvata la legge elettorale presentata dal governo, darà un potere quasi incontrastabile alla coalizione vincente, che potrà eleggere il Presidente della Repubblica, parte dei giudici costituzionali, i componenti laici dei CSM e dell’Alta Corte disciplinare e potrà approvare qualsiasi riforma costituzionale (inclusa quella che, come preannunciato da Tajani, sposterà i Pm sotto l’esecutivo).
Non stiamo parlando di destra o sinistra, stiamo parlando del potere non più contenibile di chiunque “vincerà” le elezioni.

“Chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti”.

Federica Fabbretti

 

 

 

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