Il danneggiamento dell’esercizio commerciale “Ciro’s” di via Emerico Amari è l’ultimo di una lunga catena di episodi che da tempo stanno accerchiando la città di Palermo.
Accerchiamento totale, capillare, negozio su negozio, attività commerciali e persino Istituti scolastici, la cui natura di pubblica utilità dovrebbe essere avulsa da queste ignobili richieste. Eppure, questa è la Palermo del 2010 in mano ai signori del pizzo. Sono fermamente convinto che la nuova “stagione” di Cosa nostra è iniziata alla grande. Il vuoto lasciato dai vertici a seguito degli arresti è stato colmato con attribuzioni di comando e spartizione del territorio.
Quello che accade a Palermo non è mai accaduto per caso ma è stato sempre e comunque frutto di accordi: la pax mafiosa è eloquente e significativa di una normalizzazione già sancita all’interno delle famiglie. Soltanto una cruenta lotta intestina, del tipo camorristico, potrebbe farmi cambiare idea. Tuttavia, potrebbero essere necessarie delle “limature” per assestare, completare o dissipare contrasti sulla gestione manageriale dell’holding mafiosa. In questo caso potremmo assistere a qualche omicidio per affermare la leadership.
Comunque la fiorente industria del pizzo è già motivo di appagamento per tutti. La crisi mondiale non è motivo di preoccupazione: le casse mafiosi vengono adeguatamente rimpinguate da modeste somme ottenute dalle richieste capillari. I giovani rampanti neo mafiosi, delegati all’incasso, usano ancora oggi una terminologia vetusta e mai passata di moda: “… per le famiglie dei carcerati”.
Qualche settimana fa ho scritto che non si sarebbe salvato dalla richiesta di pizzo nemmeno un modesto muratore che lavora in proprio. Gli sarebbe stato richiesto cinquecento euro: stava riparando una parte di un tetto di una piccola abitazione. In un primo tempo non era intenzionato a pagare, invece le visite successive e i miti “ consigli”, gli avrebbero fatto cambiare idea. Ma la cosa allucinante sarebbe che conosceva bene gli esattori e a chi i danari venivano poi consegnati.
L’arresto dei tre giovani dello Zen, che millantavano essere mafiosi, deve inquadrarsi come un fatto episodico estorsivo fai da te e che non deve prestare il fianco a facili conclusioni . Questo episodio dimostra per intero che è stato il gesto di tre “canazzi di bancata”: gesto che sarebbe stato impossibile solo pensarlo negli anni passati, quando Cosa nostra era padrona assoluta del territorio. Ricordo che altri tre giovanissimi, in spregio a quelle che erano le regole malavitose, pagarono con la vita e i loro corpi sciolti nell’acido, per aver perpetrato furti nelle abitazioni degli amici degli amici.
L’arresto dei tre dello Zen dimostra che Cosa nostra non ha ancora raggiunto per intero l’egemonia territoriale.
Dopo la mia disamine di quello che potrebbe essere allo stato la situazione del racket a Palermo, c’è da chiedersi quali misure e quali iniziative potrebbero essere intraprese. Ovviamente, non spetta a me indicare le strade da percorrere. Ci sono persone espertissime e preparate per la bisogna e che senza ombra di dubbio saranno in grado di rintuzzare qualsiasi velleità posta in essere dai mafiosi. Il passato ha dimostrato, però, che se si vuole colpire il fenomeno, si può! Basta avere la volontà di farlo. Certo, il racket attuale non è diverso rispetto a quello che anche Salvatore Riina, rampollo de Totò U Curto, ne glorificava la bravura del proprio genitore. Semmai la differenza va ricercata nei destinatari delle richieste di pizzo: ieri, imprese e grossi imprenditori, oggi sono stati aggiunti il commerciante o il piccolo negoziante.
La situazione necessita una politica di vero sostegno verso la categoria subissata dal pizzo: occorre sostenere con mezzi e strumenti gli investigatori, quali ad esempio la semplificazione per un frequente ricorso alle intercettazioni ambientali e telefoniche.
Altro che modificarle come è in discussione in Parlamento. Inoltre è impellente che si affronti il problema del pizzo con determinazione, senza spasimi d’emergenza ma, con la consapevolezza che stroncare o arginare il problema oggi, eviterà il rafforzamento di Cosa nostra, domani. E, questo credo che nessuno può permetterselo.
Altrimenti, ritorneremo al passato ove errori pacchiani permisero a Cosa nostra di cibarsi della linfa che alimentava i tentacoli della Piovra: errori ai quali contribuirono dolosamente uomini sedenti negli ambulacri del potere. Dobbiamo evitare, in ricordo dei martiri della lotta mafiosa, di riconsegnare Palermo agli uomini d’onore.
Lo chiedono le persone oneste che del proprio lavoro fanno grande la nostra economia siciliana. L’attuale Governo, che spesso ha dichiarato lotta estrema alla mafia, assuma concretamente iniziative tendenti a ridare dignità agli imprenditori e commercianti palermitani, vilmente martoriati. Eviti di dare l’impressione che i provvedimenti da adottare nel contrasto alla criminalità organizzata , non diventino soltanto degli spot televisivi fini e se stessi.
La richiesta di pizzo è la vergogna di un Paese: pensare che dei sanguisuga sfruttino l’onesto lavoro di altri è davvero ignobile. E, credo che il Governo non potrà rimanere insensibile al silenzioso e roboante urlo proveniente dal mondo commerciale e produttivo di Palermo.
Pippo Giordano (palermo.blogsicilia.it, 22 febbraio 2010)

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