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A Palermo per il trentennale

16 agosto 2022 – Giorno 17 luglio 2022, domenica ore 20,30 stazione centrale Milano. Comincia, qui e ora, il viaggio dei ragazzi di Cornaredo: un percorso, simbolico e reale, che si sviluppa negli ultimi trent’anni della storia del nostro Paese. Genitori, figli, educatori, fratelli e sorelle. Siamo tutti emozionati. Abbiamo tra i dodici e i quindici anni, le ballerine sono un po’ più grandi. Una di loro, a causa degli scioperi dei controllori di volo, è già a Palermo, accolta da Angela, referente del gruppo Agende Rosse Umberto Mormile – Perugia Trasimeno, figura fondamentale del nostro viaggio: ci fa sentire a casa e ci coccola. Dimenticavamo: i due educatori, Marco e Flavio, sono ormai alla soglia della pensione. Il viaggio è strano, non è semplice perché c’è tanta gente sul treno e non siamo tutti vicini. Peccato, se fossimo stati uno accanto all’altro sarebbe stata una vera occasione per iniziare a fare gruppo. Poco male, abbiamo ancora gli altri giorni da vivere insieme. Allo sbarco veniamo accolti da un gran caldo, tuttavia, è molto più sopportabile che a Milano.

Ore 14 del giorno successivo, lunedì 18 luglio, Palermo stazione Centrale. Ci mettiamo in cammino e in 15 minuti siamo a casa, in centro, ci aspetta la ragazza che ci accompagna alla scoperta della casa, ospitale come conviene alla gran parte dei siciliani. Gentilissima, ci fa conoscere il suo ragazzo, pensate, il giorno successivo verrà a vederci con degli amici in via D’Amelio, un esempio di accoglienza e cittadinanza attiva. Ci riposiamo, andiamo a un convegno in cui i nomi dei relatori conferiscono all’evento un’atmosfera da “lectio magistralis” sulla legalità, i dottori Scarpinato, Repici e Ingroia, non meriterebbero certo di essere interrotti da alcuni cori da curva ultras.

Noi siamo cotti, ascoltiamo per un’oretta, andiamo a mangiare e giunti a casa ci aspettano le prove dei balli e delle parti da leggere. Cominciamo a diventare un tutt’uno. Mentre ci prepariamo, leggendo le parti, comincia a farsi nostro il fatto che coloro i quali ci hanno voluto a Palermo, in via D’Amelio, nel giorno del silenzio dei parenti delle vittime, in occasione del trentennale, ripongono in noi la fiducia costruita nel corso degli incontri a Cornaredo. Quelle serate che ormai appartengono alla nostra comunità, trascorse in Filanda con Salvatore Borsellino, Vincenzo Agostino, Angela Romano e Stefano Mormile: non vogliamo tradirli. Ormai verso le due, dopo aver speso le ultime energie, stemperiamo la tensione accumulata durante le prove con battute e scene di ordinaria follia e ci addormentiamo con il sorriso.

Eccoci al 19 luglio, ci svegliamo presto e ci prendiamo cura l’uno dell’altro. Momento evocativo, giorno di sofferenza, di giustizia ancora da raggiungere. Un insieme di mezze verità pronte a scomporsi e ricomporsi in base alle necessità di una politica incoerente nel rendere profondo quel lavoro di ricerca ultima dei perché, dei peccati originali insiti nella stagione delle stragi.
Una classe dirigente titolare della peggior delega alla rappresentanza popolare, frutto, a sua volta, di un consenso superficiale, incapace di senso critico, causa primaria ed effetto, al tempo stesso, dell’indifferenza sociale che rende accettabile ogni genere di compromesso morale. Quasi l’etica non esistesse e l’occultamento delle verità fosse un modo per sbeffeggiare i giusti e le vittime.
Un’armata impotente di uomini, forse meglio ometti, di Stato, pronti a sacrificare le vittime a favore di quegli indicibili piani, alcuni li definiscono equilibri, necessari per salvaguardare un potere (politico, economico e militare) che preferisce l’utile di bilancio (privato) ad ogni altra forma di benessere a favore della collettività.
Non pensate male, non stiamo andando oltre, sappiamo bene che la maggior parte degli adulti possono pensare: “Ma come fanno dei ragazzi, così giovani, a parlare di queste cose?” Tranquilli, sappiamo quello che diciamo e il nostro pensiero si fa più profondo appena entriamo in via D’Amelio perché tutto quello di cui avevamo “solo parlato e studiato”, fino ad oggi, negli incontri di preparazione al Centro Giovani, ora sta diventando realtà, in alcuni attimi si trasforma in un incubo.

Avevamo raccolto informazioni sul castello Utveggio ed eccolo lì a dominare la via dell’attentato, con un’imponente prepotenza che, ancora oggi, sembra dover nascondere bugie e preservare verità indicibili.
Le domande sono sempre le stesse: cosa ci facevano al castello Utveggio ex-appartenenti ai servizi segreti? Perché, nei locali del castello, alcune apparecchiature tecniche furono smobilitate non appena gli inquirenti iniziarono ad indagare su quei luoghi?
E poi, perché quella via senza uscita non fu sgomberata dalle auto in sosta che potevano costituire un pericolo per il giudice, la scorta e qualsiasi altro cittadino fosse passato da quelle parti nel momento dell’esplosione?

La gente comune, quella che dava e dà ancora oggi il consenso alla politica dei misteri, in quel periodo, si lamentava delle sirene delle auto di scorta e non prendeva a cuore il lavoro degli uomini che difendevano la collettività, non stava con i giudici perché disturbavano la quiete pubblica, che strano. Sia chiaro, nemmeno oggi la società civile e l’intellighenzia del paese stanno con i giudici ammazzati e insieme a quelli ancora in trincea. Lo suggeriscono le motivazioni della sentenza sul depistaggio delle prime indagini sulla strage di via d’Amelio e della sentenza di primo grado sulla trattativa Stato-Mafia, dove proprio la strage di via D’Amelio sembra l’inutile pegno sacrificale da pagare per sbloccare la trattativa e sovvertire il quadro politico. E la nascita di partiti nazionali che presero il posto, poco prima delle elezioni del 1994, di quelle leghe locali, supportate da mafiosi ancora oggi latitanti, che volevano l’autonomia siciliana e invece si convertirono alla nuova politica post-prima repubblica. Vi ricordano nulla questi fatti?

Quando arriviamo in via D’Amelio tutte queste domande ci assillano, se non sei un cittadino indifferente, non puoi vivere passivamente l’ingresso in questo luogo anche se sono trascorsi trent’anni: i TG dell’epoca si fanno realtà, confondendo e sfuocando angosciosamente lo sguardo.

Potremmo dire che comincia così il nostro 19 luglio e quando arriviamo sul luogo dell’attentato a tutte le domande se ne aggiunge un’altra: che diritto abbiamo noi, oggi, in occasione del trentennale, di essere l’unica voce a parlare da quel palco quando i parenti delle vittime di mafia non parleranno? La risposta non la sappiamo possiamo solo ringraziare coloro i quali si sono fidati.

Dimentichiamo, una curiosità: sapete perché siamo sul luogo dell’attentato così presto? Ieri sera una giornalista ci ha telefonato, voleva realizzare un servizio con un nostro intervento nel corso di una diretta su un’emittente nazionale. Alla fine della telefonata ci chiede se possiamo metterla in contatto con un parente delle vittime dell’attentato. Lo facciamo ben volentieri. La mattina successiva, arriviamo sul luogo dell’appuntamento appena in tempo, perché siamo dalla parte opposta della città ma non ci troviamo: c’è già molta gente e le telecamere sono tante, quasi tutte sotto l’albero, ce ne facciamo una ragione. La giornalista, velocemente al telefono, ci comunica: “Abbiamo già finito, non vi siete persi nulla, avreste avuto trenta secondi, ora devo correre in aeroporto scusate e grazie”. Strano, il giorno prima ci aveva detto: “Vorrei proprio incontrarvi, siete venuti da Milano è importante questo viaggio, vorrei ne parlaste, mi piacerebbe anche sentire la voce dei ragazzi”. Poi nulla, deve scappare a prendere l’aereo, sembra di fretta, un po’ anche irritata, forse avrebbe voluto incontrarci veramente, forse questo nostro viaggio non è solo nostro, ma le esigenze televisive svuotano ogni spazio informativo di senso profondo sminuendone i contenuti. Le emittenti nazionali sono ormai trent’anni che riservano “approfondimenti poco profondi” e mai fuori dalle concezioni imposte dalla politica non lontana dalle stragi del 1992.
Siamo contenti, abbiamo scampato questo ingombrante momento: siamo già dentro una dimensione così importante e non vogliamo andare fuori giri.

Arriviamo vicino al palco, in fondo a via D’Amelio, l’attentato, il castello Utveggio, i servizi segreti, la morte, i superstiti e i sopravvissuti, i famigliari delle vittime, il caldo torrido, la commemorazione. Due di noi lo sentono in maniera particolare, sali minerali e tanta acqua ci vengono incontro dopo i primi importanti soccorsi del dottore e degli infermieri del servizio medico, tutti molto gentili.

Facciamo le prove, siamo emozionati, la sentiamo questa giornata. Angela, Gianni, Stefano, Federica, Marco, Salvatore e Angelo ci coccolano, sono con noi da due giorni e ci fanno stare bene. Consultano il copione, consigliano di farci cambiare alcuni vocaboli per non essere troppo diretti, bene, vuol dire che non siamo stati così male in fase di riflessione e di scrittura, non abbiamo scritto banalità, questo ci conforta.

Succedono cose strane alle commemorazioni. Come anche in alcuni convegni sulla legalità. Capitò pure lo scorso anno: arriva un gruppo numeroso e comincia a cantare “Fuori lo stato dalla mafia, fuori la mafia dallo stato”. Si interrompe tutto, come se fossero importanti gli slogan e non i contenuti. Ma a voi sembra normale che il dottor Scarpinato o l’avvocato Repici si debbano fermare perché un convegno, una commemorazione, una profonda riflessione diventino il luogo nel quale un gruppo di persone devono affermare la loro presenza, negando la parola agli oratori e l’ascolto agli astanti? Non siamo allo stadio, non servono i cori, se esiste una cosa che abbiamo imparato dagli incontri con le persone come i giudici, gli amministratori corretti, i parenti delle vittime di mafia, i bravi giornalisti, gli scrittori coraggiosi, sta nel fatto che nel silenzio e nell’ascolto si conosce una storia partecipata, vissuta sulla propria pelle, notizie illeggibili sulla stampa controllata dal potere.

Sia chiaro, non è facile avere questa parte, così impegnativa, in un’occasione importante come quella del trentennale, rischiamo di essere troppo concentrati su noi stessi, sulla parte che dobbiamo leggere, togliendo alla stessa nostra presenza il significato più ampio dell’essere in via D’Amelio quel giorno: condividere e rielaborare un percorso storico, di giustizia e di sofferenza. Ce ne rendiamo conto e quindi ascoltiamo, ci guardiamo intorno, aspettiamo che gli organizzatori ci dicano cosa fare, siamo stati invitati e ne siamo grati.

Poco prima del nostro intervento, che si apre con un ballo sulle note di un tango argentino che rappresenta l’amore che sconfina nella violenza, Ilaria e Sofia si accorgono che manca la cravatta, un signore distinto se la toglie e la dona alle nostre ballerine, che bello via D’Amelio sa comporre quadri di collaborazione splendidi. Poi veniamo a sapere che questo signore è un cultore di criminologia, compagno di banco del dottor Caponnetto, ecco le parentesi di vita inaccessibili ai mafiosi. Ci dice che è rimasto impressionato dal nostro atteggiamento prima dell’intervento sul palco, ha colto un sostegno reciproco, lo sguardo di ognuno di noi verso gli altri coinvolgente, calcisticamente diremmo: si vedeva il collettivo. Frasi come questa danno senso al viaggio.

Poi leggiamo l’introduzione, ci fermiamo e c’è il Silenzio, quello suonato e quello osservato in memoria di tutto e di tutti, esattamente nell’istante in cui tutto saltava in aria, vite, giustizia e speranze. Sul palco c’è Antonio Vullo, unico superstite della strage, il cuore batte e le lacrime copiose cadono verso terra. Riprendiamo, ognuno fa la sua parte, Nicole, Alice, Flavio, Cristian, Ginevra, Hakim, Gioele, Marco, Valeria, in ordine di lettura. Poi ancora Ilaria e Sofia sulle note di Ama e cambia il mondo, perché l’amore consiste nell’amare ciò che meno ti piace per poterlo davvero cambiare, lo diceva Borsellino quando parlava di Palermo e noi ci crediamo.
Ci abbracciamo crediamo di aver fatto la nostra parte, nulla di più. Angela, Marco, Stefano e Federica, sono contenti, ci vogliono bene, si percepisce, con Salvatore, nostro condottiero ormai da anni, in collegamento da casa per il covid, ci hanno voluti qui. Qualcuno ci ringrazia, noi vorremmo ringraziare tutti per averci ascoltato.

Sotto l’albero della pace, quello voluto dalla mamma del giudice Borsellino, incontriamo Antonio Vullo, ci guardiamo e ci abbracciamo, facciamo la foto, parliamo, lo invitiamo a Cornaredo e cominciano a sgorgare lacrime dai suoi occhi, piene di tristezza e di paura, ci dice di non farcela più a prendere l’aereo. Capiamo che è difficilissimo sopravvivere a una strage, le paure ti entrano nelle viscere, esserci ancora diventa quasi una pena da scontare, la spontaneità con cui condivide questa esperienza diventa un’altra parte della nostra vita. Ma non è finita qui. Vediamo Vincenzo Agostino, il padre di Nino e suocero di Ida, venuto a Cornaredo a raccontare la sua storia nel febbraio del 2020, ci abbraccia e ci dice di portare i saluti alla nostra comunità. Lo sapete: anche nel processo contro gli assassini del figlio, al quale Falcone – dopo il fallito attentato all’Addaura – disse di dovere la vita, e della nuora incinta, sono stati condannati, dopo oltre trent’anni, solo i mafiosi, non quegli agenti collusi legati ai servizi segreti deviati. Faccia da mostro vi dice qualcosa?

Altri due passi ed Emanuele, altro agente della scorta non in servizio quel giorno, ci presenta il fratello di Emanuela Loi che ci abbraccia, ci ringrazia e si complimenta. Gli stringiamo la mano facciamo la foto, non vorremmo allontanarci mai perché questi incontri hanno qualcosa di speciale: sul confine della vita, dove qualcuno ha trovato la morte, si può riporre una speranza, di trovare la verità, di raccogliere il testimone, di scrivere un’altra storia ricostruita, questa volta, da persone per bene, di dare senso a sacrifici apparentemente inspiegabili, di continuare senza farsi sopraffare.

Altri due passi, ci viene incontro il dottor Antoci. La sapete la sua storia? Non tutti sicuramente la conoscono, perché la maggior parte della gente, dopo un po’ della legalità si stanca, non ne vuole sapere; se non muori, nella società dello spettacolo, non hai nemmeno il diritto di esserci. Noi, al contrario, ne parliamo e la viviamo: impariamo a stare insieme, a viaggiare, a fare gruppo, ad ascoltare, a fare domande, a conoscere nuove persone. Sì, è così, poi vogliamo dirvi che impariamo anche la felicità, non c’è nulla più di un parente di giovani vittime di mafia che ti trasforma con un sorriso, con il superamento della sofferenza attraverso la valorizzazione dei gesti, con il saper transitare nell’attesa. Dopo un poco si diventa amici, i fatti diventano patrimonio storico e l’amicizia resta: ci si sente durante l’anno, ci si manda le foto degli eventi, dei graffiti, delle serate e delle riflessioni, ci si invita a casa, al centro giovani e tutto continua. Poi ci prendiamo in giro, si diventa free, perché quando si impara a navigare nel mare in tempesta la calma diventa vita da valorizzare.

Ma torniamo all’incontro con il dottor Antoci. Ci avviciniamo reciprocamente, solo alcuni di noi lo conoscono, il nostro educatore dice: “Ragazzi, lui è un superstite”. Ci guarda sorride e ci fa i complimenti, ma come è possibile? Lui, sfuggito a un attentato nel maggio del 2016, fa i complimenti a noi. Ecco, succede anche questo un “eroe dei nostri tempi” come lo definì Andrea Cammilleri, si complimenta con noi. Quando una persona affronta la morte in nome di un ideale non ha proclami da urlare, si accontenta dei piccoli gesti quotidiani, sorride e gode dell’impegno di un gruppo di giovani e tutto assume un’altra dimensione, umana, terrena e sublime, al tempo stesso, il sorriso e la foto diventano una promessa. Il dottor Antoci lo vogliamo a Cornaredo è un impegno che ci prendiamo nei confronti della nostra comunità. Lui fu, dal 2013 al 2018, il presidente del Parco dei Nebrodi, “sconfisse”, con il Protocollo Antoci, poi divenuto legge nazionale e premiato anche a livello internazionale, la mafia dei pascoli, che negava ai pastori e ai coltivatori onesti, attraverso minacce, omicidi e intimidazioni, l’accesso ai finanziamenti europei. Al cambio dei vertici della Regione Sicilia, dopo le elezioni del 2018, Antoci venne rimosso e il parco tornò in regime di commissariamento. Che strano, la politica che dovrebbe tutelare la collettività non valorizza l’opera dei funzionari integerrimi, mentre quelli collusi, godono di immeritata fiducia e stanno al loro posto per decenni. Viva il dottor Antoci, la sua spontaneità nei nostri confronti ma soprattutto il suo impegno civico.

Ci avviamo verso casa, prendiamo il pullman di linea, quando scendiamo alcuni signori con le famiglie, si affacciano alla porta e ci urlano: ”Eccoli, sono i ragazzi di Cornaredo, grazie siete stati bravissimi, coraggiosi e preziosi”. Noi siamo contenti ci avviamo verso casa e continuiamo a vivere quel turbinio di emozioni, questa giornata rimarrà nei nostri cuori e speriamo un po’ nei vostri, grazie per averci ascoltato.

 

Tratto dall’esperienze de “I ragazzi di Cornaredo”

 

 

 

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