Ripercorrendo i giorni di Paolo Borsellino fino al vile attentato che gli costò la vita, forse riusciamo ad avere chiaro il macabro contesto nel quale, i giudici integerrimi e incondizionabili, erano obbligati a lavorare.
Giorno 14 luglio 1992 arriva una comunicazione nei palazzi di Roma: uno ‘ndranghetista rifugiato in un paese del Nord Europa, Giacomo Ubaldo Lauro, avverte il console italiano del posto che si sta progettando un attentato contro il giudice Borsellino a Palermo. Questa notizia arriva a Roma il giorno stesso, ma sarà trasmessa a Palermo solo cinque giorni dopo la strage di via D’Amelio, ossia giorno 25 luglio. Sono giorni di fuoco per Borsellino, sconvolto e destabilizzato dopo ogni incontro, dopo ogni telefonata.
Quel giorno, il 14 luglio 1992, la Camera dei Deputati discuteva una proposta di legge sulla revisione costituzionale dell’art. 68: immunità parlamentare in alcuni procedimenti penali richiesti dalla magistratura. Qualcuno, come ad esempio un avvocato penalista di estrema destra e nostalgico della stagione dei fasci, Carlo Tassi, fa notare quanto importante sia il primo comma dell’art. 68 Cost. in tema della guarentigia dell’immunità su quel che concerne la libertà di opinione in Assemblea; critico, invece, sul secondo comma, non in sé ma nelle modalità di utilizzo:
“A causa della gestione fattane e dell’applicazione seguita si è arrivati veramente allo scandalo. Sono state negate autorizzazioni a procedere per azioni penali relative ad omicidi colposi. […] Credo che la riforma sia necessaria, poiché non ci si può fidare del modo di gestione dell’istituto.”
L’On. Tassi, riassumendo, ritiene perfetto il suddetto articolo ma molto imperfetto e troppo discrezionale il suo utilizzo a causa delle scarse concessioni dell’autorizzazione a procedere.
Stesso ragionamento porta ad una conclusione diversa l’On. Ayala, ex magistrato e collega di Falcone e Borsellino:
“Nel momento in cui ci rendiamo conto, al di là della fondatezza dell’accusa […] che non vi è sicuramente un intento persecutorio, dobbiamo fermarci, perché questo è il compito che ci viene assegnato. […] Se usato in questa maniera, l’immunità può benissimo rimanere in vita così com’è.” Ayala continua dicendo che non ha senso imbarcarsi nella riforma costituzionale di una norma che, se correttamente applicata, non fa danni a nessuno. Anche questo ragionamento non farebbe una piega se non fosse che le legislature cambiano, gli uomini politici variano ed una corretta applicazione di un articolo costituzionale è auspicabile ma, purtroppo, molto poco certa.
Lo stesso giorno, il 14 luglio, giunge a Roma la notizia dell’imminente attentato a Paolo Borsellino. Forse la burocrazia, forse chi iniziava a vederlo come una spina nel fianco, rallentò la trasmissione da Roma a Palermo e la notizia, pertanto, arrivò a destinazione a strage fatta. Ma anche di questo, non ci è dato sapere. L’unica cosa che ci è data sapere è il rossore degli occhi di Borsellino quando parlava di “un colloquio tra la mafia e parti infedeli dello Stato”, lui che, sempre dedito al servizio che prestava al suo Stato, non poteva nemmeno immaginare che ci fossero servitori infedeli e amici traditori.
Ai tempi del pool antimafia non mancarono le divergenze tra i magistrati sulle linee da intraprendere e, questi diverbi così naturali in una qualsiasi “squadra”, arrivarono alle orecchie dei mafiosi che li utilizzarono a loro vantaggio per ostacolare le inchieste e neutralizzare i magistrati più temuti lasciati da soli dai colleghi. Esempi: Gaetano Costa e Rocco Chinnici insieme a Falcone e Borsellino, morti sempre dopo aver preso posizioni discordanti da quelle “suggerite” da altri magistrati portavoce (o forse, porta-interessi esterni).
Il Procuratore Antimafia Antonino Di Matteo, nel suo libro “Collusi”, scrive così: “La mafia vuole una magistratura intimidita e silente, prona alla volontà della politica, priva di qualsivoglia possibilità di far sentire la sua voce anche sulle questioni riguardanti leggi e riforme in materia di giustizia”.


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