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Uno Bianca, 25 anni e nessuna certezza

22 Novembre 2019

Il 21 novembre di 25 anni fa sono stati arrestati i fratelli Savi, Roberto e Alberto, poliziotti, e Fabio, camionista. Per 7 mesi si dicono gli unici artefici, con l’occasionale presenza di altri tre poliziotti, dei delitti della Uno bianca (22 omicidi e oltre 100 feriti in 82 azioni delittuose dal giugno 1987 al novembre 1994). Dal processo di Pesaro (giugno 1995) cambiano versione: i precedenti racconti erano frutto di un preaccordo; in realtà, all’inizio (periodo degli assalti alle Coop – gennaio 1988/giugno 1989), avrebbero consegnato armi e autovetture rubate a rapinatori professionisti; poi (periodo terroristico – ottobre 1990/agosto 1991), le avrebbero prestate a personaggi misteriosi di una rete investigativa che facevano rapine simulate; infine (periodo delle rapine in banca – novembre 1991/novembre 1994), sarebbero stati anche gli esecutori materiali dei delitti.

Qual è la verità? 19 dei 22 omicidi furono commessi nelle prime due fasi. Esaminiamoli.

30 gennaio 1988, a Rimini viene assassinata la guardia giurata Giampiero Picello. L’auto usata dai banditi è priva delle targhe, riposte nel bagagliaio. I Savi non lo sanno.

19 febbraio 1988, un’altra guardia giurata, Carlo Beccari, muore a Casalecchio di Reno (Bo). La solita macchina senza targa anteriore, i banditi sono almeno 5; anche questo i Savi non lo sanno.

20 aprile 1988, a Castel Maggiore (Bo) vengono assassinati i carabinieri Umberto Erriu e Cataldo Stasi. Le viti della targa anteriore asportata sono nel cruscotto del guidatore; i militari vengono colpiti da un proiettile sparato da un’arma mai passata per le mani dei Savi; nella macchina degli assassini ci sono due bossoli. Uno riconduce al depistaggio di un brigadiere dei carabinieri, Domenico Macauda; dell’altro sappiamo solo che non ha nulla a che vedere con i fratelli Savi.

26 giugno 1989, a Bologna, nella rapina alla Coop di via Gorkj, viene assassinato Adolfino Alessandri. C’è un proiettile che per colpire una guardia giurata alle spalle deve fare un’inversione a “U”. Nell’auto dei banditi viene rinvenuto uno scontrino di un bar di Parma, città ove i Savi non sono mai stati; c’è anche una colt 357 rapinata nell’assalto alla Coop di Pesaro del novembre 1988: perché i Savi non utilizzano mai quell’arma, l’abbandonano e continuano a uccidere con le proprie colt 357? Forse, a questo punto, è utile ricordare che c’è una sentenza passata in giudicato che racconta tutta un’altra storia e ha condannato un’altra persona per questo stesso episodio.

6 ottobre 1990, a Bologna, con un colpo sparato a pochi centimetri di distanza, viene assassinato Primo Zecchi. I banditi sono due e, prima della rapina fatale, ne avevano commessa un’altra. I Savi lo ignorano; e, infatti, la vittima ha fra le mani 5 capelli recisi il cui Dna è incompatibile con il loro.

23 dicembre 1990, in un campo nomadi a Bologna, vengono assassinati Rodolfo Bellinati e Patrizia Della Santina. Roberto Savi spiega che avevano inutilmente girovagato con l’intento di assaltare una Coop e, tornando a casa, avevano deciso di scaricare le armi contro le roulotte degli zingari. Bugia: erano le 8:15 del mattino!

27 dicembre 1990, a Castel Maggiore, vengono assassinati Luigi Pasqui e Paride Pedini. La macchina abbandonata dai banditi, nei 72 giorni in cui era stata nelle mani dei ladri, aveva percorso 1800 chilometri. Perché i Savi utilizzano una macchina rubata? In quel momento, ne hanno a disposizione altre 4; che se ne fanno? Che dire della Fiat Uno rubata dai Savi e trovata in provincia di Caserta nelle mani di un camorrista? e, perché, appena affidata in custodia giudiziale, è stata bruciata? Fra le tante auto rubate dai Savi, quella degli omicidi di Pasqui e Pedini ha una peculiarità: è la prima a essere rubata inserendo una listella delle schede telefoniche nel blocco di accensione, da quel momento un inseparabile marchio di fabbrica della Uno bianca. È un caso che il momento del furto coincida con quello in cui i Savi sarebbero stati agganciati dai personaggi misteriosi delle rapine simulate?

4 gennaio 1991, a Bologna vengono assassinati i carabinieri Otello Stefanini, Mauro Mitilini e Andrea Moneta. Lasciamo la parola alla Corte d’Assise di Bologna nel processo Medda: un racconto indecente frutto di accordi precedenti all’arresto.

20 aprile 1991, a Bologna, vengono uccisi un benzinaio, Claudio Bonfiglioli, e il suo cane Tom. Nel silenzio della sera, accanto al cadavere, restano 510.000 lire che i banditi non si degnano nemmeno di raccogliere. Ma, davvero, agivano a fini di lucro?

2 maggio 1991, a Bologna, vengono assassinati i gestori di un’armeria, Licia Ansaloni e Pietro Capolungo. Nell’armeria sarebbe entrato Fabio Savi, ma lì c’è un teste che vede e sente parlare l’assassino: non gli assomiglia affatto e non ha il suo marcato slang romagnolo.

19 giugno 1991, a Cesena, viene ucciso il benzinaio Graziano Mirri. Ancora una volta, nessun interesse per il bottino.

18 agosto 1991, a San Mauro a Mare (Fc) vengono assassinati i senegalesi Babou Chelikh e Ndiaye Malik. Non si pensi al razzismo, perché, subito dopo, i banditi tentano di uccidere tre ragazzi italiani.

Non c’è nulla che torni nei delitti dei primi due periodi della Uno bianca; eppure, da 25 anni, un iroso terrapiattismo di Stato, si nasconde dietro alcune sentenze, ne ignora altre, rimuove i fatti, li parcellizza e, infine, li banalizza.

Salvatore Borsellino, Marco Bertelli, Federica Fabbretti, Giuseppe Lo Bianco, Stefano Mormile, Fabio Repici e Giovanni Spinosa (Il Fatto Quotidiano, 21 novembre 2019)

 

LINK:

L’Italia della Uno Bianca, Giovanni Spinosa, Chiarelettere (2012)

La Repubblica delle stragi, Antonella Beccaria, Federica Fabbretti, Giuseppe Lo Bianco, Nunzia Mormile, Stefano Mormile, Fabio Repici, Giovanni Spinosa (a cura di Salvatore Borsellino – Paper First, 2018)

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