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Strage di Via D’amelio: nuovo (finto) scoop dell’Espresso

Il titolo del periodico di Repubblica è di quelli che non lasciano dubbi. Finalmente abbiamo una certezza sull’eccidio del 19 luglio 1992. 

Esclusivo: ecco da dove hanno agito i killer di Borsellino. A noi che da anni cerchiamo verità sulla strage non par vero di leggere una notizia simile. Ci basta però andare al sottotitolo per cominciare a farci venire qualche dubbio: l’uso del condizionale contrasta con l’euforica certezza del titolo.

Per la prima volta la polizia scientifica dimostra che quello potrebbe essere il punto di osservazione utilizzato dagli assassini per far esplodere la Fiat 126 imbottita di tritolo che uccise il magistrato e gli uomini della scorta. Grazie a strumenti sofisticatissimi in grado di far luce su delitti rimasti per decenni oscuri e senza colpevoli

Avidamente allora scorriamo il testo dell’articolo e guardiamo il video in esclusiva della polizia scientifica.

Niente, nessuna certezza. Nel testo, un nuovo “potrebbe” prima, e nel video un lapidario “presumibilmente” poi, uccidono quella speranza di sapere con sicurezza da dove i killer di Paolo Borsellino, Agostino Catalano, Vincenzo “Fabio” Li Muli, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi e Claudio Traina, hanno fatto partire l’impulso del telecomando della bomba.

Nell’articolo dell’Espresso si ricorda anche un fatto strano accaduto il 20 luglio:

In cima a quel palazzo di proprietà dei fratelli Graziano, vicini al clan dei Madonia, c’erano saliti il giorno dopo anche due ispettori della Criminalpol. Mario Ravidà e Francesco Arena su quel tetto avevano ritrovato numerosi mozziconi di sigaretta. Tutto descritto in una dettagliata relazione. Non s’è più trovata. Scomparsa tra sentenze marce, inquinate da falsi collaboratori di giustizia e inchieste dubbie. Sepolta da quello che i giudici della Corte d’assise di Caltanissetta hanno definito un «proposito criminoso».

Tutte cose già sapute, già lette. 

Ci permettiamo di aggiungere noi allora una notizia cui nessuno ha dato rilievo.

Quella degli ispettori della Criminalpol non è la prima volta in cui il palazzo dei Graziano viene ispezionato dalle forze dell’ordine dopo la strage.

E’ il 19 luglio 1992, la bomba è scoppiata da una quindicina di minuti. L’allora Capitano Giovanni Arcangioli (sì, proprio quello che ha portato la borsa con l’agenda di Paolo Borsellino non si sa dove) arriva coi suoi uomini in via D’Amelio, ma non li fa restare lì con lui, li fa andare subito via.

Ve lo raccontiamo con la testimonianza del 13 novembre 2007 di uno dei suoi uomini, l’allora maresciallo Maggiore Michele Coscia, confermata dai suoi colleghi:
Ricordo che dalla via D’Amelio, quasi di fronte al palazzo ove abitava la madre del Dr. Borsellino, c’era uno stabile in costruzione che sapevamo essere della famiglia Graziano, e sui quali avevamo in corso attività investigativa anche su impulso di dichiarazioni di collaboratori di giustizia, in quanto vicini alla “famiglia” di San Lorenzo, nel territorio della quale ricadeva la stessa via D’Amelio. Pertanto, poiché quello stabile si sarebbe potuto prestare come luogo di appostamento per azionare il telecomando, io e gli altri tre colleghi sopra menzionati (Tassone Salvatore, Giustini Walter e Francesco Perrotta ndr) siamo andati ad ispezionare l’immobile in costruzione, mentre il capitano Arcangioli è rimasto in via D’Amelio.

Anche questa relazione di servizio potrebbe essere scomparsa?

 

Movimento Agende Rosse