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Posts tagged as “Stefano Mormile”

L’ Agenda Rossa della Uno Bianca

Il 4 gennaio 1991, nel quartiere Pilastro di Bologna, i banditi della Uno bianca assassinarono i carabinieri Andrea Moneta, Mauro Mitilini e Otello Stefanini.

 

 

Il mistero dell’ordine di servizio scomparso

Nell’auto militare non fu trovato l’ordine di servizio, sebbene nessun reparto di polizia opererebbe senza tale documento da restituire compilato al rientro in caserma.

Si è sostenuto che furono i killer a prenderlo, ma non sembra possibile. Sul luogo dell’eccidio erano presenti 8 persone che hanno assistito alla scena conclusiva da pochi metri di distanza. Nessuno ha notato alcun bandito introdursi nell’auto dei carabinieri. Si è (erroneamente) parlato di un bandito che, dopo la sparatoria, si sarebbe avvicinato al finestrino del guidatore. Se anche così fosse, non si sarebbe introdotto nell’abitacolo, visto che lo sportello anteriore sinistro è sempre rimasto chiuso. Quanto al posto del passeggero, se anche qualcuno si fosse avvicinato, e nessuno l’ha visto, non sarebbe potuto entrare perché l’accesso era ostruito dal corpo senza vita del carabiniere Moneta riverso fra lo sportello semiaperto e l’abitacolo.

I tanti depistaggi che hanno segnato la storia del nostro Paese ci hanno insegnato che la falsificazione della scena del crimine non è mai opera dei suoi autori, ma di quanti intervengono dopo. Si pensi alla scomparsa da via D’Amelio dell’agenda rossa su cui il giudice Borsellino annotava le informazioni più riservate.

Ma perché è così importante un ordine di servizio?

Vediamo, dunque, cosa poteva esserci di così interessante nel documento scomparso il 4 gennaio 1991. L’ordine di servizio stabilisce, innanzitutto, le modalità e gli obiettivi della pattuglia, che, nel caso di specie, consistevano nel pattugliamento del quartiere Pilastro con periodi di sosta prolungata dinanzi a una scuola già oggetto di un attacco con delle bottiglie molotov; ed è quello che le vittime stavano puntualmente facendo prima di essere assassinate. Inoltre, la pattuglia annota nell’allegato “A” le attività svolte, le persone fermate e gli accertamenti. Ed ecco il punto.

Con una buona dose di leggerezza, i fratelli Savi, due poliziotti e un camionista, sono stati ritenuti gli unici responsabili di tutti i delitti della Uno bianca. Quanto all’eccidio del Pilastro, raccontano che furono superati dall’auto dei carabinieri e iniziarono a sparare dai finestrini inseguendoli, per poi finirli, circa 300 metri dopo, quando l’auto dei militari feriti urtò contro un marciapiede e si arrestò contro dei bidoni della spazzatura.

Le incongruenze della versione dei fratelli Savi

A tacere dei testi e dei collaboratori di giustizia che raccontano tutta un’altra storia, ci sono tre dati oggettivi che smentiscono i Savi: nel luogo ove sarebbe iniziata la sparatoria stazionava un camion dei vigili del fuoco con un uomo al volante che vide passare la macchina dei carabinieri senza che vi fosse nessuna macchina né dietro, né di fianco, né davanti.

Più avanti, due ragazzi diedero la precedenza all’auto dei carabinieri e, a bordo della propria, attraversarono la strada senza avere alcuna percezione delle pallottole che, secondo i Savi, sarebbero dovute fioccare a causa del rocambolesco inseguimento con sparatoria fra auto in corsa;

Nel corso del conflitto, i carabinieri furono feriti da un revolver; gli accertamenti balistici documentarono attraverso i fori d’ingresso dei proiettili nell’auto, come i colpi furono esplosi da una persona accovacciata e ferma sulla strada; l’uso del revolver precedette quello delle armi lunghe perché queste ultime determinarono la morte istantanea dei carabinieri e, quindi, il colpo di revolver, se fosse stato successivo, non avrebbe potuto provocare l’imponente versamento ematico che venne constatato in sede di esame autoptico nel polmone di un carabiniere.

I periti non hanno mai avuto dubbi: i primi colpi non furono esplosi da macchine in corsa, ma da una persona ferma, a piedi, armata di revolver. Inoltre, sulla base delle tracce lasciate dai proiettili sui muri delle abitazioni, hanno fissato il luogo dell’ingaggio del conflitto, ovvero un incrocio situato fra il camion dei pompieri e il punto d’arresto dell’auto dei carabinieri.

In quel punto, poco prima che il boato delle armi rompesse la quiete della sera, vari testi avevano notato delle persone ferme vicino a una o due macchine chiare di piccola cilindrata. È ovvio immaginare che i carabinieri li abbiano controllati, ma la nebbia di quel maledetto incrocio nascondeva un inconfessabile segreto: due poliziotti, delle armi e degli sconosciuti, ovvero, secondo un collaboratore di giustizia, un traffico che andava difeso a ogni costo. Ed ecco, allora, i primi colpi di revolver, i carabinieri feriti che tentano di disimpegnarsi, si allontanano, ma finiscono contro un marciapiede, i banditi che salgono sulla Fiat Uno bianca, li raggiungono, scendono e li uccidono con i fucili mitragliatori.

La rivendicazione della Falange Armata

Può essere utile, a questo punto, ricordare la rivendicazione dell’eccidio da parte della Falange Armata: “…esecuzione dei tre carabinieri di Bologna è stata casualità, ma data contingenza e sicurezza di tutta organizzazione, di nostra organizzazione, così doveva essere” (comunicati all’Ansa di Torino dell’11 e del 12 gennaio 1991). Si ha quasi la sensazione che i falangisti avessero ben presente un sagace motto andreottiano: bisogna sempre dire la verità perché così non si fa peccato e perché non ti credono.

Senonché, l’esecuzione resa necessaria dalla contingenza di cui parla la Falange Armata, sarebbe stata del tutto inutile se qualcuno avesse letto l’ordine di servizio che ragionevolmente conteneva le informazioni su un controllo che doveva essere occultato. La sua evaporazione preconizza quella dell’agenda rossa dalla borsa di Paolo Borsellino; è uno dei tanti idranti, come quello utilizzato il 28 maggio 1974 a Brescia per pulire piazza della Loggia che, assieme ai reperti della strage, hanno tolto colore ai fatti e nascosto la verità a una nazione.

 

Salvatore Borsellino, Stefano Mormile, Fabio Repici, Giovanni Spinosa e Marco Bertelli (Il Fatto quotidiano, 5 gennaio 2020)