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Il significato del Processo sulla trattativa nella ricerca della verità sulla storia segreta italiana dagli anni ’70 ad oggi.

Immagine correlatadi Alessandro Calì

Viviamo in un’epoca in cui i contenuti emersi dalla requisitoria dei PM nel processo sulla trattativa Stato-mafia sono stati sistematicamente silenziati dai media nazionali (fatta eccezione per pochi riscontri di cronaca, non è stato argomentato nessuno dei particolari aspetti e dettagli, non è stata fatta nessuna analisi o approfondimento, nessun dibattito televisivo) mentre, nello stesso periodo, prima l’Assemblea Regionale Siciliana e poi la Camera Penale di Modena hanno invitato a presenziare ed intervenire in conferenze pubbliche due degli imputati (Mario Mori e Giuseppe De Donno) Risultati immagini per mori de donnonello stesso processo. Ciò nell’ambito di una più ampia campagna di comunicazione che, al fine di diffondere pubblicamente un documentario agiografico (scritto da uno dei due imputati sulla carriera dell’altro), è partita da diversi convegni sul territorio ed è approdato presto alla trasmissione dello stesso documentario su uno dei canali Mediaset. A distanza di pochi giorni dall’ultimo episodio poi, uno degli avvocati della difesa nello stesso processo si è indignato, addirittura in aula e nel corso della propria arringa (al punto da suscitare l’intervento del Presidente che garbatamente ha rilevato la non pertinenza del tema), paventando la possibile presenza del Movimento delle Agende Rosse a manifestare il proprio dissenso contro eventuali forme di occultamento, negazione di verità o contro alcune sentenze e, insomma, a svolgere il ruolo di informazione e promozione dei valori dell’Antimafia per i quali, peraltro, l’Associazione stessa è stata costituita.

Parliamo, quindi, di un’epoca in cui il silenzio e la censura imposti nei confronti della complessa articolazione del lavoro di magistrati come quelli che hanno avviato e portato a termine le indagini del processo sulla trattativa Stato-mafia, vanno di pari passo con il tentativo di dare massima risonanza pubblica extra-giudiziale all’immagine di alcuni degli imputati dello stesso procedimento. E ciò avviene alla conclusione di un dibattimento che, per la gravità dei suoi contenuti, per il metodo con cui sono state condotte le indagini, per l’arco storico da esso compreso e per i collegamenti con quanto avvenuto in Italia nei decenni precedenti e successivi ai fatti in questione, assume il valore di un procedimento storico, paragonabile probabilmente solo al Maxi-processo contro i vertici di Cosa Nostra, istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino a metà degli anni Ottanta. Il Maxi-processo, infatti, portava alla sbarra, per la prima volta nella storia, tutto il gotha mafioso in un unico impianto accusatorio, così come il Processo sulla trattativa Stato-mafia adesso porta alla sbarra, per la prima volta nella storia assieme, protagonisti, dinamiche parallele e intersezioni tra componenti del vertice di Cosa Nostra, uomini politici ed uomini delle istituzioni investigative. Istituzioni che comprendono addirittura un corpo speciale dei Carabinieri, preposto ad indagini ed operazioni delicatissime di polizia giudiziaria, applicato già prima dei fatti oggetto del procedimento, alla Procura che, per ovvie ragioni, è sempre stata la più esposta nel contrasto alla criminalità organizzata di tipo mafioso e in uno dei periodi più significativi e tragici nella storia del nostro Paese: vale a dire quello che dal Maxi-processo di Palermo va fino alle stragi di mafia del 1992-’93 ed al mutamento nel sistema politico italiano verificatosi a partire dal 1994.Risultati immagini per maxi processo

Un processo, quello sulla trattativa, che in maniera estremamente chiara e dettagliata fa luce non solo su quelli che sono i fatti centrali e le responsabilità per cui vengono chiamati a rispondere gli imputati (il dialogo tra interlocutori di Stato e antistato oltre agli altri episodi per i quali i vari gradi di giudizio faranno il loro corso) ma anche, su due aspetti molto specifici e significativi: da un lato, su quanto è avvenuto in Italia in seguito alle stragi di mafia, nella scena politica italiana degli anni Novanta e, dall’altro, su quanto era avvenuto in precedenza nella storia recente del nostro paese, nell’arco di tempo che comprende le gli anni Settanta e Ottanta e, in particolare, per intenderci, gli anni di piombo, la fine del terrorismo politico e l’avvio della strategia stragista di Cosa Nostra.
Ciò viene ricostruito dai magistrati palermitani in modo esemplare al fine di dare rilievo a due fattori molto specifici e decisivi (che a loro volta comprendono logiche di azione e protagonisti ricorrenti nel corso della storia italiana recente), essi sono:

  1.  le modalità esecutive con cui in Italia dalla metà degli anni Sessanta sono state perseguite strategie di azione occulte, volte a raggiungere fini non dichiarati con esecutori, mezzi ed obiettivi non dichiarabili;
  2.  l’evidenza di un collegamento metodologico e, molto probabilmente, anche strutturale e organizzativo, tra due fenomeni che tanto drammaticamente hanno caratterizzato la storia dell’Italia repubblicana, vale a dire: lo “stragismo mafioso” degli anni ’80 e ’90 e lo “stragismo terroristico” degli anni ’60-’80 (dalla strage di P.zza Fontana nel 1969 alla strage alla stazione di Bologna nel 1980).

Questi due fenomeni hanno avuto schemi di pianificazione, metodi di azione e “funzioni comunicative” significativamente simili, cioè quelli di mettere in atto una “strategia della tensione” finalizzata a condizionare le scelte elettorali dell’opinione pubblica e del quadro istituzionale, nel caso dello stragismo terroristico; degli interlocutori politici e negli interventi legislativi, nel caso dello stragismo mafioso.
In entrambi i contesti, poi, appaiono analoghi protagonisti che sono individuati dai magistrati nel complesso intreccio tra particolari rappresentanti (con funzioni di interlocutori) appartenenti al mondo politico, agli organi inquirenti, ai servizi di sicurezza, alla massoneria, al terrorismo e alla criminalità di tipo mafioso, in una combinazione di relazioni dalle quali scaturiscono sistematicamente azioni di tipo stragistico con funzioni di deterrenza, messe in atto da soggetti che, in una fase prendono la forma del terrorismo estremista neofascista e, nell’altra, terrorismo di tipo mafioso, a ben vedere, con momenti significativi di collegamento funzionale ed organico tra i due fenomeni criminali.

Ora, in via generale, nel tentativo di comprendere un periodo particolarmente complesso e drammatico nella vita di un Paese, come quello che, ad esempio, ha caratterizzato lo stragismo mafioso in Italia, le dinamciche della dialettica intercorsa tra Stato e anti-stato, i fattori che hanno portato al passaggio tra le cd. prima e seconda Repubblica in Italia e la nascita di nuove forze politiche oppure, in altra epoca, fenomeni come quello del terrorismo negli anni di piombo, delle cd. stragi di Stato, della strategia della tensione (tutti fenomeni ed eventi tragici che hanno causato tantissime vittime nella popolazione ed hanno portato anche alla eliminazione fisica di uomini determinanti per la storia del nostro Paese come Aldo Moro, all’interno del blocco politico democristiano e, su un fronte istituzionale diverso, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, per citare solo gli uomini più emblematici), per capire fatti come questi, insomma, ciascuno di noi, si trova davanti una serie articolata e complessa di livelli per la ricerca della verità.
Un percorso che può essere anche molto articolato e com  plesso e che ci pone davanti innanzi tutto il livello della verità cronistica, dei fatti di cronaca appunto; poi il livello della verità investigativa messo in atto dagli organi inquirenti; quindi il livello della verità processuale che deriva dagli esiti dei vari gradi di giudizio; contestualmente, il livello della verità giornalistica ed opinionistica derivante dagli opinion makers e dall’azione dei media che hanno influenza sull’opinione pubblica (e che sappiamo può essere caratterizzato anche da strumentalizzazioni, silenzi, omissioni o distorsioni); ed, infine, il livello della verità storica che emerge a distanza di tempo e alla conclusione di un determinato periodo ma con la possibilità di effettuare importanti collegamenti causali con la storia precedente e successiva dello stesso.
E’ naturalmente difficile pensare che possano essere in tanti a trovarsi nelle condizioni di riuscire ad analizzare le cose attraverso un percorso conoscitivo così complesso ed è su questo che contano le strategie di disinformazione e occultamento della verità. Per questa ragione è opportuno analizzare i fatti ad un grado inferiore di complessità analitica pur senza perdere la capacità analitica degli stessi ed, anzi, comprendere la realtà mediante una serie di elementi che sono sempre caratteristici di ogni fatto. Un fenomeno sociale o periodo storico che avviene in un dato contesto di circostanze, è caratterizzato da significativi eventi precedenti che lo rendono possibile e, a sua volta, dà origine ad eventi successivi ed esiti, che avvengono come sua conseguenza e che possono permetterci di comprenderlo nei suoi effetti. Ogni evento ha, dunque, oltre al fatto in sè, un contesto in cui si è verificato, dei fattori che lo hanno favorito od ostacolato, degli attori che lo hanno posto in essere e delle condizioni senza le quali non si sarebbe verificato o che piuttosto lo hanno provocato. Ed è proprio questo insieme di elementi che costituisce il piano di osservazione da cui ciascuno di noi può partire, con le informazione comunemente a disposizione per comprendere ciò che è avvenuto in un dato momento storico e porsi in una prospettiva di ricerca della verità.

Risultati immagini per andreotti mafiaQuesto metodo può esserci utile, altresì, per neutralizzare gli effetti dei continui tentativi attraverso i quali spesso si cerca di ostacolare il processo di comprensione delle verità, sia a livello istituzionale, sia a livello investigativo, sia a livello mediatico. Modalità che emergono quando il silenzio mediatico è, per esempio, troppo omogeneo per essere casuale oppure, come nei vari procedimenti a carico di Giulio Andreotti (caso emblematico e precursore storico del processo sulla trattativa) durante i quali la presenza mediatica e sulla scena politica dell’imputato non poteva che ostacolare agli occhi della pubblica opinione la reale comprensione dei fatti a lui ascritti nei diversi dibattimenti ed il loro significato reale (su questo tema si veda il libro “La Verità sul Processo Andreotti” di G.C. Caselli – G. Lo Forte, edito da Laterza). Analogo percorso, con chiari intenti di depotenziare ed annullare agli occhi dell’opinione pubblica il significato dei reali esiti processuali, può essere attribuito alle sentenze di recente passate in giudicato riguardanti personaggi come Bruno Contrada, Marcello Dell’Utri, Salvatore Cuffaro e Nino Lombardo.

In questa direzione, la straordinaria mole del lavoro di ricostruzione effettuata dai magistrati palermitani nell’ambito del processo sulla trattativa, contenente l’analisi accurata di un periodo storico ampissimo, assume un valore fondamentale in direzione di un serio percorso di ricerca della verità e nella comprensione del sistema di attori e dinamiche sottese a una lunga e nefasta serie di eventi, al di là di quelli che poi saranno gli esiti processuali e le responsabilità ascritte ai singoli imputati. Esso ci permette, infatti, con la grande autorevolezza di fonti cui solo magistrati inquirenti possono avere accesso, di fare luce su verità storiche che vanno oltre gli aspetti strettamente giudiziari.

Sempre in riferimento al caso emblematico del Processo Andreotti risulta incontrovertibile, al di là delle specifiche conclusioni del processo (oltre che delle opinioni di politici e giornalisti e  dell’immagine poi è giunta nei fatti all’opinione pubblica) l’evidenza del particolare intreccio di relazioni, interazioni e collegamenti che facevano capo all’esponente democristiano e che  regolarmente conducevano lui e la sua corrente al sistema politico-mafioso Lima-Ciancimino-Salvo-imprese siciliane, agli ambienti della massoneria piduista (vicende relative ai componenti dei comitati per la gestione dell’emergenza Moro e ai tentativi di salvataggio degli interessi di Sindona) ed al complesso intreccio di servizi ed organizzazioni segrete (dal SID a Gladio) divenuti cruciali sia in seguito al ritrovamento parziale del Memoriale Moro, sia nelle controversie giudiziarie, a partire dall’omicidio Pecorelli, in cui Andreotti venne coinvolto. Un insieme di elementi e circostanze che, per quanto concerne i collegamenti con Cosa Nostra, possono essere racchiusi nella citazione della sentenza d’appello, confermata in Cassazione, secondo cui Giulio Andreotti “con la sua condotta (…) ha, non senza personale tornaconto, consapevolmente e deliberatamente coltivato una stabile relazione con il sodalizio criminale ed arrecato, comunque, allo stesso, un contributo rafforzativo manifestando la sua disponibilità a favorire i mafiosi”.

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Il Processo Andreotti è utile poi anche perché riguarda un periodo storico molto importante in Italia, a cavallo tra gli anni ‘70 e ’80 che, su vari piani di trattazione, aveva visto:

  1. nascita, evoluzione e crisi di un vasto bacino di eversione politica da cui sorgono organizzazioni come Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale e le Brigate Rosse;
  2. il consolidarsi e lo sviluppo del potere della corrente andreottiana nella Democrazia Cristiana (rappresentata in Sicilia da Salvo Lima) negli anni immediatamente precedenti e successivi al Caso Moro;
  3. l’arricchimento e l’affermazione dei Corleonesi al vertice di Cosa Nostra;
  4. l’emergere del significativo ruolo svolto da figure di raccordo tra politica, mafia, servizi segreti, massoneria, finanza e impresa (come quella di Vito Ciancimino);
  5. la costante e totalizzante presenza della P2 di Licio Gelli nelle istituzioni italiane e, in particolare, nei rapporti tra servizi di informazione civile e militare, eversione nera, stragi, criminalità, politica e finanza; Risultati immagini per gelli p2
  6. l’esistenza di strutture militari ed organizzazioni segrete, come Gladio, in interazione con la P2 ed i servizi segreti di Stato (SID, Ufficio Affari Riservati, SISDE, SISMI) e con questi coinvolte negli esiti delle indagini sulle stragi e sui tentativi di golpe avvenuti negli anni ’70 nonché nel loro depistaggio sistematico;
  7. lo sviluppo di organizzazioni criminali locali con funzioni di agenzie (ed attività di finanziamento operazioni segrete, accumulazione fondi illeciti, controllo del territorio, informazione ed eliminazione fisica su commissione) legate a servizi segreti, massoneria e politica (come la Banda della Magliana);
  8. l’ultimo tragico episodio dello stragismo terroristico nero nel 1980 con la strage di Bologna (avente alle spalle il solito meccanismo di relazioni occulte composto da terroristi neofascisti, servizi segreti, P2, faccendieri di collegamento e criminalità organizzata);
  9. l’esordio della strategia stragista di Cosa Nostra mediante l’utilizzo di esplosivi, con l’uccisione del Giudice Rocco Chinnici nel 1983 e con la strage sul Rapido 904 nel 1984.

Questo panorama appare estremamente significativo se attuiamo un parallelo storico-giudiziario tra il periodo sopra citato e quello compreso dal Processo sulla trattativa Stato-mafia, 1991-1994, all’interno del quale si colloca il fenomeno dello stragismo mafioso degli anni ‘92-’93 ed in cui ci troviamo di fronte ad un altrettanto complesso e significativo insieme di fattori, quali:

  1. l’avvenuto crollo del blocco sovietico e dell’insieme di interessi che gravitavano attorno ai segreti di stato ed alle trame stragiste;
  2. la scomparsa del retroterra umano ed organizzativo di tipo eversivo e terroristico, così come di quello delle organizzazioni criminali minori legate ai servizi;
  3. l’impatto delle indagini del Pool Antimafia e la solidità dell’impianto accusatorio del Maxiprocesso di Palermo contro Cosa Nostra, che vede la conferma delle condanne in Cassazione nel Gennaio 1992;
  4. il terremoto politico-giudiziario causato dall’inchiesta Mani Pulite che investe il sistema dei rapporti tra politica ed impresa al Centro-Nord Italia;
  5. la crisi di legittimazione del sistema partitico italiano della cd. prima Repubblica con la graduale dissoluzione, in particolare, del PSI e della DC;
  6. la conseguente crisi del sistema della corruzione e delle tradizionali dinamiche di scambio corrotto tra politica e impresa;
  7. la resa dei conti di Cosa Nostra con i suoi tradizionali interlocutori politici e la fine della corrente andreottina;
  8. le stragi di mafia ed i depistaggi delle indagini che portano anche all’annullamento di interi procedimenti;
  9. il tentativo di partecipazione diretta di Cosa Nostra nella scena politica, che confluisce poi nella ricerca di nuovi interlocutori politici nazionali;
  10. la nascita di un nuovo progetto politico in Italia e l’avvio della cd. Seconda Repubblica.

Anche in questo contesto, infatti, secondo quanto emerge dalla ricostruzione dei magistrati palermitani, si sviluppa, o meglio si ripropone, un sistema di ruoli, funzioni operative e relazioni occulte, molto significativo, tra figure appartenenti al mondo della massoneria e dell’eversione nera dei primi anni ’70, faccendieri, agenti dei servizi segreti, apparati investigativi della Polizia e corpi speciali dei Carabinieri, personaggi politici della prima e seconda Repubblica, organizzazioni criminali di tipo storico come Cosa Nostra e ‘Ndrangheta, che, agendo ciascuno nel proprio ambito operativo, simultaneamente danno luogo ad una serie di piani d’azione interagenti tra loro quali:

  1. il fenomeno della creazione di leghe indipendentiste nel Centro-Sud Italia (singolare a tal proposito è l’affermazione del PM Roberto Tartaglia nel corso della requisitoria, secondo cui “vedremo che molti, tanti, troppi di quelli che 30 anni prima credevano nella patria unica e indivisibile, si scoprono all’improvviso, proprio in quel momento storico, degli esasperati meridionalisti, federalisti addirittura –separiamo il Paese- anche i neri”); Risultati immagini per Roberto Tartaglia
  2.  la creazione di nuovi soggetti politici locali e nazionali;
  3. la partecipazione di personaggi ed organizzazioni sopra citati nella organizzazione delle stragi;
  4. il depistaggio sistematico di importanti indagini su alcune di esse, come quella sulla strage di Via D’Amelio;
  5. la mancata cattura di latitanti del vertice di Cosa Nostra;
  6. l’apparire di rivendicazioni di tipo pseudo-terroristico (Falange Armata) che riguardano particolari attentati contro magistrati; monumenti, forze dell’ordine, cittadini inermi e che rivelano un rapporto tra Cosa Nostra e servizi segreti militari (SISMI); 
  7. l’esistenza di tracce e testimonianze che evidenziano la presenza del servizio segreto civile (SISDE) dietro gli attentati all’Addaura, Capaci e Via D’Amelio;
  8. il costante ruolo di personaggi chiave nelle funzioni di interlocuzione tra criminalità organizzata, servizi segreti, politica e istituzioni con un passaggio di consegne tra prima e seconda Repubblica che avviene alla fine del 1992.

Alla comprensione di tutto questo contribuisce in maniera determinante l’approfondita analisi di periodi storici, fatti, personaggi, dichiarazioni di collaboratori di giustizia, percorsi investigativi, ruoli politico-istituzionali, documenti riservati e provvedimenti legislativi, compiuta dai magistrati di Palermo nel corso delle indagini e del dibattimento sulla “trattativa”. A questo impegno di metodo ed abnegazione va riconosciuto il merito di aver approfondito il piano di osservazione ed i collegamenti funzionali compresi in un arco molto ampio della storia italiana negli ultimi 30-40 anni.
Riappaiono, ad esempio, le vicende di precedenti apparati dei servizi segreti italiani come il SID (Servizio Informazioni Difesa) noto per le gravi accuse e condanne per favoreggiamento e depistaggio di stragi e tentativi di golpe (motivi per i quali fu poi sciolto) e per la contrapposizione interna di due fazioni, delle quali una accusava l’altra di avere creato un SID parallelo coinvolto nelle trame eversive di estrema destra e dedito al sostegno dei militanti, al depistaggio di indagini, alla raccolta di informazioni, all’elaborazione di anonimi, mentre su entrambi i fronti tutti gli esponenti di spicco erano contemporaneamente membri o molto vicini alla Loggia P2 di Gelli (che aveva tra le sue funzioni preponderanti proprio quella di reclutare agenti e dirigenti dei servizi italiani).

Grazie alla requisitoria dei PM è più facile porsi domande come quelle relative alle significative circostanze per cui determinati personaggi provenienti, pur legittimamente, dai suddetti ambienti si siano ritrovati poi ad appartenere a gruppi investigativi speciali contro il terrorismo rosso, prima, e contro Cosa Nostra, dopo, ed applicati per coincidenza alle indagini condotte dal Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, prima, e dai Giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, alcuni anni dopo. Oppure le ragioni per cui i servizi segreti nati dallo scioglimento del SID, vale a dire SISDE e SISMI, siano emersi come probabilmente coinvolti nelle indagini per gli attentati e le stragi di mafia nel 1989 e 1992-‘93.

Il quadro che emerge dalla ricostruzione consente di ricondurre l’epoca dello stragismo mafioso ad un contesto e ad uno schema d’azione preciso già noti, in cui i fatti sono avvenuti secondo una precisa logica e con degli specifici attori che costituiscono lo scenario in cui in questo Paese, nel dopoguerra, si sono sempre svolte determinate vicende criminose di interesse e significato strategico per determinati centri di potere. Tali fatti hanno trovato enormi ostacoli nei percorsi di accertamento della verità e hanno colpito, in diversi momenti storici, giornalisti, magistrati, uomini delle forze dell’ordine, politici, gente comune, a seconda degli obiettivi per cui erano stati predisposti ed messi in atto.

L’Italia, infatti, è stata per decenni caratterizzata dalla logica della strategia della tensione (nata per diverse esigenze di tipo geopolitico internazionale), dai tentativi di destabilizzare l’ordine costituito, dalle stragi di Stato, dai piani per il cambiamento di senso e significato politico della Costituzione, dall’esistenza di un sistema occulto di poteri, relazioni ed interessi messi in atto attraverso decisioni segrete, gravissimi atti criminosi ed eversivi, utilizzo della criminalità organizzata, depistaggio delle indagini, annullamento di processi ed interferenze di agenti deviati. Tuttavia questa logica ed il sistema cui essa fa riferimento non fanno parte della storia dei decenni che ci siamo lasciati alle spalle (con tutti i tentativi messi in atto da più parti perchè la gente dimenticasse quanto sono costati) ma hanno avuto uno sviluppo e sono confluiti, a partire dai primi anni ’90, nella logica del sistema organizzativo della criminalità di tipo mafioso di Cosa Nostra, ‘Ndrangheta e Camorra, nel sistema della corruzione tra politica, impresa e mafia, nella funzione delle stragi di mafia, nella creazione e nascita di nuove forze politiche, nella modalità operativa di determinati sistemi investigativi, nel ruolo distorto ed anticostituzionale dei servizi segreti e della massoneria (entità per le quali è stato coniato il termine improprio di “deviati”). Indicativa appare, in questo senso, una affermazione del giudice Di Matteo nel corso di un’intervista al giornalista Nicola Biondo, in riferimento ad azioni investigative e procedimenti giudiziari contro Cosa Nostra: “Più le indagini vanno avanti, non solo la nostra palermitana ma penso a quelle di Caltanissetta, a quelle sfociate nei processi di Firenze, più ci si rende conto che spesso la storia della mafia si è intrecciata con la storia di complicità istituzionali, con la storia di apparati istituzionali che non sempre hanno agito rispettando la lettera e lo spirito della legge e dei poteri che la Costituzione e le leggi attribuiscono a questi apparati”.

A questo punto bisogna però chiedersi come mai nel corso dei primi anni ’90 (e, per molti versi, nei fatti fino a tutt’oggi) nel nostro Paese specifiche dinamiche, ruoli, metodi, messaggi, interferenze, e spesso persino anche i nomi, ricorrono sempre secondo uno schema preciso che corrisponde a un unico filo conduttore nella gestione del sistema di potere locale così come di quello centrale dello Stato, un sistema che ha in molti casi avuto una regìa occulta perché finalizzato alla garanzia di interessi e modalità operative non corrispondenti al dettato della Costituzione Italiana. Questa logica ha, inoltre, avuto determinanti interferenze istituzionali ed anche internazionali, sia quando queste si sono verificate per ragioni di natura geopolitica, sia quando, successivamente, hanno coinciso con ragioni di natura diversa, spesso finalizzate a contrastare il sistema della corruzione e le indagini sui grandi flussi di denaro illecito verso partiti politici, impresa e finanza internazionale.

D’altro canto, già storicamente (dal delitto Notarbartolo al caso Sindona) Cosa Nostra si è sempre caratterizzata come un potere criminale contraddistinto dai rapporti con la politica, l’impresa, le risorse locali, la borghesia e la finanza. La mafia è sempre stata una impresa sociale fondata sulla minaccia di violenza trasformata in potere economico e politico, capacità di dare e togliere lavoro, influenzare decisioni politiche. Essa è una organizzazione criminale che estrinseca il suo potere nelle relazioni bilaterali con i gangli vitali del sistema sociale in cui si sviluppa, si organizza in rapporti con le classi dirigenti, con la pubblica amministrazione, con la finanza e con certa massoneria che a questi livelli appartiene, ha una sua connotazione borghese, imprenditoriale e politica che oggi rappresenta la dimensione prevalente della mafia e che incontra i favori e le collusioni di tali settori, che in essa trovano corrispondenze ed interessi comuni. A questi ambienti si riferisce nella stessa intervista di cui sopra, il giudice Nino Di Matteo dicendo che: “…avendo maturato l’esperienza di processi di tipo diverso so che gli ostacoli maggiori all’accertamento della verità, le insidie interne ed esterne al processo sono più forti quando si processano i soggetti esterni alla mafia ma che con la mafia hanno intessuto rapporti… quei soggetti corrotti della pubblica amministrazione che hanno consentito e consentono alle mafie di penetrare le pubbliche amministrazioni e la politica. La corruzione, la lotta alla corruzione non può essere disgiunta dalla lotta alla mafia, sono due facce della stessa medaglia e questo, da cittadino, ritengo che ancora la politica non lo abbia compreso o finga di non averlo compreso… Oggi la lotta alla mafia ha bisogno di un salto di qualità… per recidere i rapporti con la politica, l’economia e le istituzioni”.Immagine correlata

Alla fine degli anni ‘80 ed all’inizio degli anni ‘90 ci troviamo, dunque, davanti ad uno scenario in cui la mafia è diventata un potere globale utile alla grande impresa, a garantire ampie quote di successo elettorale, a determinare i flussi di ingenti capitali nel sistema bancario internazionale, nel consentire risorse e controllo negli investimenti nazionali ed esteri, così come già tradizionalmente continua a garantire il rispetto delle regole nell’assegnazione degli appalti e nell’esecuzione dei lavori. Essa rappresenta un sistema criminale ed economico a cui stanno ormai strette le sempre minori garanzie offerte da un sistema politico italiano decadente ed inadeguato ad arginare l’impatto del Maxiprocesso e dell’impostazione data dal Pool Antimafia alla lotta a Cosa Nostra, il ruolo dei collaboratori di giustizia e le nascenti indagini conto il sistema della corruzione al Nord Italia e, pertanto, necessita di collegamenti più diretti con le controparti dei propri interessi finanziari. Ed è infatti all’impresa, alla grande azienda del Nord Italia, su cui aveva già cominciato a investire nella metà degli anni ’70, che si rivolge quando abbandona i vecchi referenti politici all’inizio degli anni ’90 e, contemporaneamente, nella scena politica italiana nasce il concetto di partito-azienda, originato dal modello dell’azienda italiana di successo che si fa soggetto politico, erede dei partiti decaduti che l’hanno sostenuta, e si candida al governo del Paese, ad interpretare il ruolo di garante politico degli interessi che l’hanno portata al potere.Risultati immagini per forza italia 1993

Questo è lo scenario che si delinea agli inizi degli anni ’90, negli anni delle stragi e della trattativa, periodo all’interno del quale agiscono gli stessi attori che avevano sostenuto il precedente sistema di interessi occulti negli anni ’70 e ’80 e che avevano tratto da esso ingenti fonti di sostentamento illecito e riproducibilità. Ed è questo il nuovo orizzonte strategico cui si rivolge, negli anni dello stragismo mafioso, il sistema delle organizzazioni criminali storiche ed, in particolare, Cosa Nostra che già dai primi anni Settanta e per tutti gli anni Ottanta, era stata caratterizzata da una fortissima vocazione imprenditoriale che aveva avuto come emblemi la speculazione edilizia a Palermo, la nascita di imprese legate agli appalti della Cassa per il Mezzogiorno, gli investimenti in banche nazionali ed internazionali (compreso lo IOR), gli investimenti in gruppi aziendali del Nord Italia, la gestione diretta delle esattorie siciliane, le imprese dei cd. Cavalieri del lavoro di Catania e il monopolio delle grandi opere pubbliche, prova ne è persino lo sviluppo di una versione catanese di Cosa Nostra significativamente identificata con il modo di vivere degli imprenditori e della borghesia cittadina (illuminante modello da analizzare per comprendere gli sviluppi attuali della criminalità organizzata di tipo mafioso in contesti e territori diversi dalle famiglie e dai mandamenti siciliani).

Gli esiti degli anni della trattativa, come li conosciamo, come descritti nella requisitoria dei PM palermitani e da diverse sentenze già passate in giudicato, sono quelli che vedono il ruolo di nuovi interlocutori tra mafia e politica, un adattamento alle nuove condizioni del tradizionale dialogo tra apparati dello Stato ed antistato, la nascita di un partito-azienda e il passaggio del testimone tra politica tradizionale e grande impresa nella scena governativa.
Seguendo questo modello adattivo ed evolutivo, oggi la mafia viene creduta in ritirata perché non avvengono molti omicidi, tuttavia, mentre da un lato si devono ancora ricostruire le verità che stanno dietro il recente passato, dall’altro le organizzazioni criminali storiche, utilizzando i propri tradizionali punti di forza basati sul potere di acquisto, sulla corruzione e sulla minaccia di violenza, si sono riorganizzate, hanno stabilito accordi, trovato complicità esterne ed hanno ripreso i caratteri originari di controllo del territorio e degli affari presenti in esso ma con confini geografici ben diversi e molto più ampi in Italia ed all’estero. Esse hanno, infatti, sfruttato al meglio le tradizionali capacità di delocalizzazione ed investimento illecito per radicarsi molto solidamente sia nelle economie forti del Centro-Nord Italia (in regioni come Toscana, Emilia, Piemonte, Lombardia, Veneto) sia fuori dai confini nazionali, in virtù delle nuove realtà politiche europee, delle moderne dinamiche internazionali dell’impresa nonché del tacito assenso del sistema di protezione dei grandi flussi di denaro nei circuiti finanziari internazionali e degli interessi politici che li tutelano e garantiscono.

Il modello mafioso attuale è rappresentato da un adattamento in senso moderno delle sue stesse origini di sistema di potere strettamente connesso con politica, economia e classi dirigenti ma in un contesto ed in sinergia con attori di natura diversa, con i quali dà luogo a “sistemi criminaliRisultati immagini per sistemi criminali dove cooperano boss, politici, imprenditori, professionisti, faccendieri e attraverso cui agisce nei consigli d’amministrazione, nelle banche, negli appalti, nella pubblica amministrazione. Da queste connivenze emerge quella forma di “borghesia mafiosa” che investe in nuovi territori e compra tutto, specialmente i locali pubblici (alberghi, ristoranti, discoteche) ma anche aziende agricole, terreni e immobili (ivi le comprese le attività speculative di ristrutturazioni e rivendita) e che, attraverso intermediari, opera in contesti non tradizionali dall’Italia ai Paesi dell’Est Europa.
Il metodo corruttorio che investe economie ed istituzioni locali, trova riscontro in determinati interlocutori politici e può assumere, per esempio, le sembianze di “mafia capitale”, dove criminali non affiliati alle organizzazioni “tradizionali” si alleano con politici, professionisti e imprenditori corrotti, oppure, come avviene in altre regioni più avanzate, dove le organizzazioni mafiose tradizionali svolgono operazioni finanziarie ed investimenti con l’avallo di istituti e funzionari bancari, senza i quali sarebbe impossibile la maggior parte delle stesse operazioni.

Nelle regioni italiane del Centro-Nord, il radicamento è basato sul riciclaggio nei settori sopra menzionati dei proventi derivanti dal traffico di droga, dalla gestione del mercato dei rifiuti e dalla creazione di imprese che monopolizzano i subappalti nel settore dell’edilizia (i lavori di scavo, movimento terra, etc.). Ma questa rappresenta solo la prima fase perché, in realtà, il vero fronte di osservazione sul radicamento della presenza e degli interessi criminali deve essere individuato nei mercati più ampi del Nord Italia e dei Paesi europei, in cui la mafia è attiva nei rapporti con la grande impresa, nelle opportunità di accesso ai fondi europei e negli investimenti esteri. La mafia rappresenta in patria ed all’estero “un metodo”, un modo di agire utile e concreto che corrisponde allo spirito e, soprattutto, alle esigenze dell’impresa economica (rapidità nella soluzione dei problemi, disponibilità finanziaria, garanzia del rispetto degli accordi) con la quale si stabilisce un processo di convergenza di interessi.

Il ritorno alle origini da parte della criminalità mafiosa, dunque, è individuabile nell’esito delle dinamiche avviate all’inizio degli anni Novanta, nell’utilizzo di metodi, alleanze e controllo degli interessi economici territoriali, attuati mediante un ricorso molto minore alla violenza ma molto maggiore alla penetrazione finanziaria nel sistema economico di ambiti territoriali molto più estesi ed anche oltre i confini dello Stato italiano, nei nuovi contesti europei e grazie alle moderne modalità di accesso al credito e ai fondi comunitari per il riciclaggio, mantenendo comunque il flusso di ingenti quantità di denaro di provenienza illecita nei grandi circuiti finanziari internazionali. Questo ha avuto come conseguenza lo sviluppo di un significativo volume di interessi che coinvolgono una schiera molto ampia di interlocutori e garanti anche a livello internazionale. E ciò avviene mentre in Italia da parte politica, ed anche istituzionale in diversi casi, vengono mantenuti e protetti ancora gli ambienti e i rapporti occulti di cui ci ha reso consapevoli il processo sulla trattativa Stato-mafia, secondo un ormai noto schema di condotta che agisce avallando, e garantendo al contempo, i nuovi equilibri e gli interessi criminali, anche attraverso un sistematico ricorso ad atteggiamenti negazionistici e pseudo-garantisti da parte politica, cui spesso concorre il ruolo di gran parte dei media e di alcune istituzioni. Comportamenti che, se considerati in un contesto di assenza di un forte investimento in termini di qualità, mezzi, uomini e competenze da parte dello Stato nelle nuove zone di frontiera per la lotta congiunta alla mafia ed al sistema della corruzione, rende vano anche lo stesso tentativo di avere una piena consapevolezza della dimensione del fenomeno e del suo reale radicamento sociale ed economico, che nei nuovi contesti, infatti, rimane a tutt’oggi prevalentemente sommerso.