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La mafia non ha una definizione

di Christina Pacella

Nel 2018 l’associazione Libera ha redatto un rapporto dopo aver condotto una ricerca sulla percezione e la presenza di mafie e corruzione nel nostro Paese e a livello internazionale. Ne esce un quadro paradossale.  Il 74,9% degli italiani riconosce le mafie come un fenomeno globale. Ma solo l’8,5% la ritiene un fenomeno diffuso in tutta Italia. Non è difficile risalire al motivo da attribuire all’indifferenza che dilaga tra gli italiani rispetto a questo cancro metastatizzato da nord a sud.

Come si suol dire, le domande sorgono spontanee. Perché pensiamo che l’Italia sia pressoché esente dalla presenza delle mafie davanti al fatto che siamo divorati dalla corruzione, davanti al fatto che storicamente abbiamo esportato mafie in altri paesi? Perché esiste ancora l’idea diffusa che le mafie appartengono al mezzogiorno, un pochino al centro e per niente al nord?

Le mafie sembrano non avere una definizione chiara per gli italiani; perché tanti italiani o non sanno riconoscerle, oppure sono contagiati da quella stessa mentalità: dunque, non ci trova nulla di anormale. E poi, se le mafie esistono solo in altri Paesi e marginalmente qui, perché impegnarsi per conoscere il problema? Perché impegnarsi nella lotta per sconfiggerle?

Nel mentre, gli effetti dell’imposizione mafiosa, anche come forma mentis, sul nostro Paese sono diventati percepibili, nella quotidianità, nella società e nelle comunità. L’infiltrazione delle mafie nella politica ad ogni livello non agevola la risoluzione di problemi come la povertà. E la povertà è un coadiuvante che assiste il sistema criminale mafioso. Un report del 2019 su Povertà ed Esclusione Sociale della Caritas mostra che sono 5 milioni gli italiani che vivono in una condizione di povertà assoluta. Il fatto che il 12% di quel numero si trova al sud e che si dimezza al centro e al nord dell’Italia, è la prova che, sino ad oggi, nessun governo si è impegnato realmente per cambiare le cose in questo Paese. Nessuno si è impegnato per ripristinare il sistema scolastico ponendo come priorità l’educazione ed il valore dell’individuo. Si è invece preferito uniformare gli studenti. E una società che enfatizza l’uniformazione delle persone è una società che crea intolleranza e odio. Ancora, terreno fertile per le mafie.

Ciò che invece è in grado di debellare il sistema mafioso sono i valori umani, quelli che si dovrebbero imparare a scuola, attraverso lo studio, la lettura, le arti, la musica, il dialogo e l’ascolto. Valori come l’amore, la compassione, l’empatia e la comprensione. Sono questi gli elementi che forgiano una sana identità individuale capace di riconoscersi e ritrovarsi nella compattezza di uno Stato unito, nato da un sentire diverso, dove il rispetto per sé accresce il rispetto per il prossimo. In tal modo si inizierebbe a respirare «quel fresco profumo di libertà». Si potrebbe in tal modo gioire dell’avvento di una società equa e giusta per tutti. Le mafie così «svanirebbero come un incubo»; perché saremmo riusciti a cambiare il sistema attraverso noi stessi, attraverso la nostra cultura e la fiducia che nutriamo nei valori che abitano dentro ciascuno.