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Omicidio Caccia, un sorriso amaro di incredulità per una frase di Ilda Boccassini

22 Marzo 2020

Bentrovati a tutti i lettori. Dopo più di un anno senza pubblicare articoli (per cause di forza maggiore dipese dalla mia salute), torno tra voi per parlarvi di una deposizione molto interessante avvenuta nel processo sul depistaggio delle indagini sulla strage di Via D’Amelio, dove siedono imputati del reato di calunnia aggravata tre uomini della Polizia di Stato.

Il 20 febbraio scorso è salita sul banco dei testimoni la dottoressa Ilda Boccassini. Le parole del famoso ex magistrato della procura di Milano, conosciuta soprattutto per i processi a carico di Silvio Berlusconi, sono state riprese e riportate da tutte le agenzie di stampa nazionali e da diversi quotidiani online. Proprio per l’importanza della testimone, quindi, può essere interessante leggere e analizzare alcune delle dichiarazioni che non sono state riportate dalla stampa.

Lo spazio concesso su questo blog, però, non mi consentirebbe di farlo in maniera adeguata, per cui rimando chi è interessato al sito di Salvatore Borsellino, che ospita l’articolo completo.

Utilizzerò queste righe, invece, per parlare di una sola delle frasi pronunciate da Ilda Boccassini in quell’occasione, una frase che ha fatto comparire sul mio viso un sorriso amaro di incredulità. L’ex magistrato, rivolgendosi al difensore di Salvatore Borsellino, Fabio Repici, prima che iniziasse il suo controesame, ha detto: “Mi scusi, avvocato, se mi prendo l’ardire, posso fare i complimenti perché la Cassazione ha ritenuto Scarripa (Schirripa, nda) colpevole come esecutore materiale dell’omicidio Caccia? Ne sarà soddisfatto, come me”.

Scommetto che vi starete tutti chiedendo: e perché questo complimento così gentile dovrebbe amareggiare qualcuno?

La risposta risiede nelle pieghe delle vicende giudiziarie che hanno portato alla condanna del calabrese Rocco Schirripa per l’omicidio del Procuratore di Torino Bruno Caccia e nelle difficoltà incontrate dai figli del magistrato sulla strada verso la verità sulla morte del padre.

Nel 2013 Cristina, Guido e Paola Caccia, tramite il loro avvocato, Fabio Repici, chiesero alla procura di Milano di riaprire le indagini, presentando una documentata denuncia relativa al possibile coinvolgimento nell’omicidio della mafia catanese di Nitto Santapaola e dei suoi presunti colletti bianchi, che allora tentavano di riciclare nel casinò di Saint-Vincent i guadagni dei loro traffici illeciti. I nomi delle persone chiamate in causa, in particolare, erano due: Rosario Pio Cattafi e Demetrio Latella. Eppure, per ben due volte, la Dda di Milano, guidata da Ilda Boccassini, iscrisse la denuncia tra gli atti non costituenti notizia di reato. Solo nel 2015, in seguito all’intervento del Procuratore generale reggente Laura Bertolè Viale, i nomi di Cattafi e Latella furono iscritti nel registro degli indagati per l’omicidio del procuratore Caccia.

Ma la Squadra mobile di Torino e i magistrati titolari del fascicolo, Ilda Boccassini e Marcello Tatangelo, scelsero di volgere le loro attenzioni investigative sulla famiglia ‘ndranghetista Belfiore (Domenico Belfiore era stato condannato come mandante dell’omicidio Caccia vent’anni prima) e sui loro sodali, decidendo di attivare intercettazioni sui loro dispositivi ma non su quelli di Cattafi e Latella.

Fu così che venne iscritto nel registro degli indagati e poi arrestato, con l’accusa di essere uno dei killer del giudice Caccia, Rocco Schirripa, sodale di Belfiore, mentre per Rosario Cattafi e Demetrio Latella la procura chiese un anno dopo l’archiviazione delle indagini (si attende ancora lo scioglimento della riserva da parte del Gip, dopo la ferma opposizione all’archiviazione del legale della famiglia Caccia).

Durante il processo per omicidio a carico di Schirripa, l’avvocato della famiglia sottolineò più volte i vuoti investigativi che, secondo la parte civile, avevano caratterizzato le indagini e il dibattimento del processo. Due soli esempi: non furono raccolte né in fase di indagine né in fase dibattimentale le dichiarazioni dei colleghi dell’epoca del dottor Caccia; durante il processo non fu sentito neppure il figlio, Guido Caccia, in merito alle confidenze che il padre gli fece poco prima di essere ucciso.

Il giorno in cui la Cassazione confermò la condanna a carico di Rocco Schirripa per concorso in omicidio, Paola Caccia si espresse così: “Sono contenta per un altro pezzetto che è andato al suo posto ma ci sono ancora troppe cose da chiarire. (…) Nel dibattimento (…) guai a chi cercava di allargare lo spettro delle indagini. Così oggi le cose che ha detto il procuratore Viola sono una consolazione da un lato. Dall’altro fanno arrabbiare ancor di più, perché ci mettono di fronte all’evidenza che il primo processo dovesse esser fatto meglio”.

Ecco, forse, più che i complimenti della dottoressa Boccassini (rivolti peraltro anche a se stessa) per aver fatto partorire alla montagna il famoso topolino, ai figli di Bruno Caccia e al loro avvocato avrebbe fatto più piacere un lavoro investigativo più completo o, giusto per usare la definizione data a riguardo dal magistrato Mario Vaudano, consulente della famiglia Caccia ed ex collega e amico di Ilda Boccassini, meno “lacunoso”.

Federica Fabbretti (Il Fatto quotidiano)

 

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