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Omicidio Caccia tra ”brandelli di verità” e ”latitanza dello Stato”

20 Dicembre 2019
 

di Marta Capaccioni – Video
A Novara la famiglia e l’avvocato Repici mettono in fila “Le ultime tessere del mosaico”

La ricerca della verità, in un Paese di misteri come il nostro, è un percorso difficile. “In un mondo alla rovescia”, così come lo chiama l’avvocato Fabio Repici, legale dei familiari del Procuratore della Repubblica di Torino Bruno Caccia (unico magistrato ucciso dalla criminalità organizzata al Nord, il 26 giugno 1983) spesso accade che questa ricerca “per cercare la verità sui crimini e perseguire i responsabili” passi dagli stessi familiari e dai cittadini.
L’avvocato è intervenuto lo scorso 7 dicembre, a Novara, durante l’evento intitolato “Le ultime tessere del mosaico”. Un incontro, organizzato dall’associazione La Torre – Mattarella di Novara, dedicato interamente alla vicenda di Bruno Caccia. Un modo per capire, conoscere e comprendere.
Alla verità “ci dovrebbero pensare magistratura e forze dell’ordine – ha continuato il legale – Ci sono le istituzioni che hanno dei poteri e nella separazione dei poteri il potere giudiziario ha il compito di ricercare la verità e affermare la giustizia con la punizione dei colpevoli. Ma purtroppo non è cosi”.
Nel proseguo del suo intervento Repici ha riassunto il quadro delle indagini che dal 1983 ad oggi hanno portato alla celebrazione di tre processi, in cui sono state irrogate due condanne all’ergastolo: una a carico del capoclan della ‘Ndrangheta Domenico Belfiore, condannato in 2° grado come mandante nel 1992, e l’altra ai danni del panettiere Rocco Schirrippa, condannato nel 2017, come esecutore dell’assassinio.
All’incontro ha partecipato anche la figlia di Bruno Caccia, Paola, che ha spiegato come dopo la tragedia del padre “ci siamo affidati completamente alla giustizia, siamo una famiglia di magistrati, di notai, avevamo totale fiducia nella giustizia, non ci siamo interessati alle indagini. Dopo tanti anni, dopo il primo processo, ci siamo accorti che non era stato fatto quello che doveva essere fatto”. I familiari del magistrato si accorsero di alcuni fatti singolari, come la sottrazione dal cadavere del padre delle chiavi che aprivano la cassaforte del suo ufficio, oppure la scomparsa dei negativi scattati dal vicino di casa che riprendevano un individuo sconosciuto che osservava sempre la loro abitazione.
Questi sono solamente alcuni degli elementi che, insieme all’implicazione dei servizi segreti e della mafia nelle indagini processuali ed alle inerzie di alcuni magistrati torinesi e milanesi, hanno lasciato il caso Caccia ancora con tanti interrogativi aperti. E sebbene la vicenda appaia ai nostri occhi molto lontana, ha invece “una significativa ricaduta sul nostro presente”, come ha precisato all’inizio dell’evento Marco Bertelli delle Agende Rosse.

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Il Procuratore della Repubblica di Torino, Bruno Caccia

Il ruolo dei servizi segreti nelle indagini
“Per il delitto più eccellente del Piemonte le indagini furono svolte concretamente, fuori dalla legge e in modo però ufficiale dai servizi segreti, cioè dal Sisde”, ha chiarito Repici. Nel 1983, ha ricordato l’avvocato, era in vigore la legge del 1977 istitutiva del Sisde e del Sismi che, come quella del 2007, vietava ogni tipo di interlocuzione tra i servizi di informazione e sicurezza e la magistratura.
“L’indagine invece qui fu delegata al Sisde e dal Sisde fu sub delegata ad un mafioso. L’intero processo che si è celebrato negli anni ’80 innanzi all’autorità giudiziaria di Milano a carico di Domenico Belfiore, che portò alla sua condanna con sentenza definitiva nel 1992, derivò dalla attivazione dentro le carceri di un mafioso, il riconosciuto capo-clan di un clan catanese operante a Torino, tale Francesco Miano”. Quest’ultimo, ha proseguito Repici, “venne rifornito dal Sisde di un micro registratore con il quale registrò conversazioni in incontri con i compagni, che erano peraltro abusivi in relazione alle modalità di vita ordinaria nel carcere. Il mafioso era stato messo a fare lo scrivano del direttore del carcere di Torino ma in realtà convocava altri detenuti, con una selezione, che non partiva né dalla magistratura né dall’autorità giudiziaria, e registrava conversazioni con i compagni di detenzione”.
Cosa successe alla dignità dello Stato? Se lo è chiesto anche l’avvocato, che ha ricordato come questo fatto, anche se non fu mai riconosciuto, “è ufficiale perché il funzionario del Sisde che si preoccupò di attivare il mafioso nelle carceri fu sentito come testimone dinanzi alla Corte d’Assise nel processo a carico di Domenico Belfiore.
E ancora Repici ha fatto riferimento al grande depistaggio della strage di Via d’Amelio, dove morirono Paolo Borsellino e i suoi agenti della scorta. Nel 1992 capocentro del Sisde di Palermo era un generale dei carabinieri, Andrea Ruggeri. Nove anni prima, il 26 giugno 1983 (giorno della morte di Bruno Caccia) quello stesso generale era capocentro del Sisde di Torino. “Ora vedete come la diversità di altitudine cambia la storia: l’intervento del Sisde nelle indagini di via d’Amelio è depistaggio e invece l’intervento del Sisde nell’omicidio del procuratore Caccia è giustizia”.

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Il Casinò di Saint Vincent in Valle d’Aosta

Omicidio Caccia e attentato a Giovanni Selis: indagavano entrambi sul casinò Saint Vincent
Giovanni Selis era pretore della città di Aosta e, come Caccia, indagava sul riciclaggio di denaro della mafia al Casinò di Saint Vincent, nella regione della Valle d’Aosta. Il tentato omicidio ai danni di Giovanni Selis, il 13 dicembre 1982, ebbe una sventura: la sua morte fu ritardata di quattro anni perché il magistrato morì nel 1987, quando fu ritrovato impiccato. In Italia, come ha ricordato Repici, “una strage senza morti non è reato punibile con l’ergastolo, così che oggi non è possibile attivare nessuna indagine sul tentativo di attentato al magistrato Selis”, essendo il reato prescritto.
Il legale ha poi continuato dicendo che “le vicende che toccano degli interessi che corrispondono a santuari intangibili e impenetrabili devono essere tacitate in modo assoluto e devono essere quindi colpite da quella che è la sanzione che la nostra molto zoppicante democrazia commina in questi casi: la damnatio memoriae, di Giovanni Selis bisognava cancellare pure il nome”. Ancora oggi, a distanza di 37 anni, con grandissima difficoltà, si è riusciti a mettere ad Aosta una stele con il nome del procuratore che fece solo il suo lavoro e cercò di difendere la giustizia nella sua città. “Perché la damnatio memoriae? Quella che colpì in parte anche Bruno Caccia. Perché bisogna disincentivare l’interesse alla ricerca della verità. Le tessere devono essere zero, non bisogna rischiare di ricercare verità perché si mettono a rischio interessi”. Repici non ha nascosto la propria amarezza nell’apprendere, riferendosi al caso Selis, che “nel suo fascicolo personale al Csm non risulta nemmeno che è stato vittima di un’autobomba”.

Le indagini sul casinò Saint Vincent
La ricostruzione del caso Caccia è proseguita analizzando quel che avvenne un mese prima della morte del giudice, precisamente il 17 e 18 maggio del 1983 la procura di Torino mise sottosopra il casinò e sequestrò tutto: non solo i conti correnti bancari della società che gestiva il casinò e i giochi ma anche quelli personali degli amministratori del casinò e dei lambisti, alcuni dei quali con delle pericolosissime contiguità mafiose. All’inizio, come spiegato da Repici, ci fu un minimo di attenzione pubblica, poi dopo l’omicidio del procuratore, l’indagine si sgonfiò e quattro anni dopo gli indagati vennero tutti prosciolti. Intorno al casinò di Saint Vincent c’erano tanti soldi: “Quale era la principale sorgente o il principale circuito di soldi? La Banca popolare di Novara. Risulta negli atti, furono fatti sequestri e negli atti giudiziari c’è scritto che ci si lamentava della scarsa o inesistente collaborazione della banca popolare di Novara all’accertamento dei fatti”.

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Demetrio Latella: condanna all’ergastolo, ma oggi è un cittadino libero
Durante l’incontro sono state sottolineate una serie di inerzie investigative compiute dalla Procura di Milano, competente per l’omicidio Caccia. Grazie allo studio degli atti giudiziari, i familiari del procuratore assistiti dall’avvocato Repici e dal consulente gratuito Mario Vaudano, presentarono una denuncia circostanziata alla procura nel 2013 facendo i nomi di due sospettati: Rosario Pio Cattafi, indicato come presunto mandante e Demetrio “Luciano” Latella, descritto come uno degli esecutori. Dopo due anni in cui la DDA di Milano, presieduta da Ilda Boccassini, si rifiutava di iscrivere i nomi nell’elenco degli indagati, nel 2015 il magistrato Mario Vaudano insieme a Repici si rivolsero alla Procura generale ottenendo l’intervento dell’allora procuratore reggente, Laura Bertolè Viale. La denuncia dei familiari venne finalmente iscritta come omicidio.
Tra le anomalie segnalate anche il fatto che Demetrio Latella, ergastolano, fu premiato con la libertà condizionale anche quando la polizia scoprì la sua partecipazione, mai confessata prima, al sequestro e all’uccisione della diciottenne Cristina Mazzotti nel 1975. “È finita che non hanno fatto un giorno di carcere per quel delitto punibile con l’ergastolo e quindi imprescrittibile, invece per loro si prescrisse e ci fu una richiesta di archiviazione fatta dal dottor Tatangelo, PM al Gip di Milano in base all’applicazione di circostanze attenuanti”, ha affermato Repici in riferimento al caso della Mazzotti.
Oggi gli interrogativi sull’omicidio Caccia sono ancora tanti, dai rapporti di collusione che coinvolgono servizi segreti e parti deviate delle istituzioni a quella “cinghia di trasmissione tra correnti della magistratura, uffici giudiziari e giornalisti che – come ha affermato l’avvocato – fanno solo i servi delle procure della repubblica. Finché non si spezza questa catena di trasmissione, purtroppo al comune cittadino sarà impossibile comprendere cosa si muove dietro le scelte”.

 

 

da: AntimafiaDuemila.com

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