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“Non mi interessano i soldi, voglio solo che dopo 30 anni venga fatta giustizia”

14 Gennaio 2020

 “Non mi interessano i 50 mila euro ma che si faccia giustizia, che si porti alla luce questa situazione. Non mi interessa il risarcimento economico, ma quello morale: che ciò che non ha fatto lo Stato, possa farlo io”. Lo dice all’AGI Vincenzo Agostino, padre di Antonino (detto Nino) Agostino, il poliziotto ucciso il 5 agosto 1989 a Villagrazia di Carini, nel palermitano, insieme alla moglie incinta, Ida Castelluccio. Un delitto che è rimasto irrisolto.
   Il padre Vincenzo oggi ha 83 anni e combatte da 30 per scoprire la verità su quella tragica morte. Ora chiede 50 mila euro di risarcimento all’ex poliziotto Guido Paolilli, indagato per favoreggiamento in concorso aggravato nel 2008, procedimento poi archiviato per prescrizione.
   Tra tre giorni – giovedì 16 gennaio – la famiglia Agostino porterà Paolilli (che oggi è in pensione) davanti al giudice del tribunale civile di Palermo. La richiesta è di 50 mila euro ma Vincenzo già annuncia che, se mai riuscisse a ottenere questo risarcimento, utilizzerebbe questi soldi per fare beneficenza e aprire una biblioteca per giovani senza risorse.

La barba bianca di Vincenzo Agostino è ormai il simbolo di una battaglia portata avanti con compostezza e senza clamori. Una barba che non viene tagliata da 30 anni, da quel 5 agosto 1989, come forma di protesta contro una giustizia che non arriva, in nome della strenua ricerca della verità sulla morte del figlio: Nino Agostino, poliziotto di Palermo (che si occupava anche della ricerca di grandi latitanti), ucciso ad appena 28 anni dai proiettili di un gruppo di sicari in motocicletta davanti a casa dei genitori. 
 

Cosa succederà giovedì? 
“Non succederà nulla – risponde Vincenzo Agostino all’AGI – figuriamoci, con la legge italiana, cosa vuole che succeda. Temo che i tempi si allunghino all’infinito…”.

Ma crede ancora nella giustizia italiana? 
“Io ancora ci credo nella giustizia – sottolinea – perché c’è una nuova gioventù che ci crede, che ha visto moltissima sofferenza, ha visto quante vittime innocenti ci sono state nel nostro paese. La giustizia siamo noi – aggiunge – dobbiamo formarci con uno Stato nuovo, e io mi auguro che, dopo tutte queste vicende nella magistratura dove ci sono giudici corrotti accanto a quelli puliti, ecco speriamo di trovare un giudice abbastanza bravo e onesto”. 

Perché questa richiesta di risarcimento di 50 mila euro a Paolilli davanti a un tribunale civile? 
“Paolilli – racconta Vincenzo – prima era un amico di famiglia. Quando successe la disgrazia, disse di avere preso alcuni documenti, di averli conservati e che presto li avrebbe fatti vedere. Un giorno davanti alla tomba di mio figlio, perché lui ha voluto venire là, gli chiesi di farmi vedere quei fogli, ma lui prese ancora tempo. In quell’occasione gli dissi ‘o mi fai vedere quei documenti o non siamo più niente’. Lì – prosegue il racconto – finì la nostra amicizia. Lui stesso poi disse di aver detto a suo figlio di aver distrutto dei documenti” trovati a casa di Nino Agostino. Anche se poi Paolilli ha sempre negato. 
“Non mi interessa un risarcimento economico, ma si tratterebbe di un risarcimento morale – prosegue – dal momento che lo Stato non mi protegge, cerco di proteggermi io. E’ normale che io da cittadino debba portare l’imputato davanti ai giudici, io come parte offesa debba portare le prove? Ma dov’è lo Stato?”. E’, quindi, “un modo di portare alla luce questa situazione. Poi – spiega – se avrò quei 50 mila euro, se mi spettano, farò beneficenza e aprirò qualche biblioteca per insegnare ai giovani che sono senza mezzi”. 

Vuole che si riapra un processo per scoprire la verità sulla morte di suo figlio?
“Certo, io voglio si riapra un processo a carico di Paolilli che ha fatto depistaggio con i dirigenti del tempo”.

Dopo 30 anni, porta avanti la sua battaglia di giustizia con lo stesso vigore? 
“Sì, anzi porto avanti la mia battaglia con ancor più vigore, anche in nome di mia moglie che aveva detto che non avrebbe riposato in pace finché non avesse avuto giustizia”.

La signora Augusta Schiera, al fianco di Vincenzo dal giorno in cui venne ucciso il figlio, è morta a febbraio del 2019. Qui Vincenzo si commuove, la voce mite si incrina nel pianto ma subito riprende il filo del discorso con tono convinto: “Farò il possibile, devo fare il possibile perché anche mia moglie riposi in pace”. Oltre che per rendere giustizia a quel figlio ucciso a fianco della moglie incinta, “anche per l’opinione pubblica – aggiunge Vincenzo – che ha bisogno di chiarezza”. 
Da 30 anni non taglia la barba, diventata ormai simbolo della sua personale lotta in nome di una giustizia collettiva.
“Non vorrei essere un simbolo – risponde – vorrei essere un cittadino normale”. Ma nonostante i suoi 83 anni, non si arrende: “Ce l’ho con lo Stato corrotto, con quella parte dello Stato che è corrotto, con le mele marce”. 

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