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Moro e Impastato, due storie parallele. Conferenza ad Oristano con Giovanni Impastato

30 Marzo 2018

di redazione  19luglio1992.com

9 maggio 1978: un’unica data, che ormai da quarant’anni rimanda automaticamente a due avvenimenti che hanno segnato profondamente – ognuno a modo proprio – la storia politica e sociale della nostra Italia.

È la data nella quale, mentre tutti i mezzi d’informazione cercavano e diffondevano notizie relative al ritrovamento, in via Caetani, a Roma, del corpo dell’allora presidente della DC, Aldo Moro (dopo 55 tragici giorni di sequestro, a partire da quel 16 marzo in cui, sotto i colpi delle armi degli uomini delle BR, persero la vita Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Francesco Zizzi, Giulio Rivera, Raffaele Iozzino), Cinisi, in provincia di Palermo, doveva fare i conti con il brutale assassinio di Peppino Impastato.

Davanti a simili considerazioni, è possibile trovare punti di contatto e di “convergenza” tra queste due figure, che siano altri e diversi dal mero dato temporale della loro esecuzione?

Si è provato a dare una risposta a questo interrogativo mercoledì 28 marzo, presso il Centro Servizi Culturali di Oristano, nel corso della conferenza dal titolo “Peppino Impastato, Aldo Moro: due storie parallele”. Dopo l’intervento introduttivo del Direttore del Centro, Marcello Marras, l’incontro, moderato da Giuseppe Manias, è stato animato dagli interventi di Giovanni Impastato, fratello di Peppino, e Stefano Pinna, docente di filosofia e studioso di filosofia politica contemporanea.

Dai quadri delineati dai relatori sono emerse alcune delle loro caratteristiche più significative: Moro, un politico di lungo corso, protagonista indiscusso della vita politica del paese, dalla nascita della Repubblica in poi, un uomo che credeva fortemente nel dialogo e nel confronto, e che aveva un’alta considerazione del “processo democratico”. Di quel processo tanto lento e faticoso che, dalle diversità e dall’eterogeneità, attraverso la discussione, è capace di trovare i punti di contatto e la sintesi tra posizioni apparentemente inconciliabili. Lui, promotore della formazione di quel governo di “solidarietà nazionale” che avrebbe dovuto ottenere il sostegno parlamentare del PCI, dopo il periodo della cd. “conventio ad excludendum”.
Impastato, invece, un giovane uomo “di sinistra”, che aveva iniziato le sue battaglie al fianco dei contadini espropriati delle loro terre a causa della costruzione dell’aeroporto di Palermo proprio nella zona di Cinisi. Lui che, figlio di un mafioso, non accettava il contesto in cui viveva, e il sistema di potere che lo caratterizzava. Uno che si ribellava e denunciava l’aria intrisa di mafia che si respirava nel suo paese. Un esponente di sinistra che riteneva quel “compromesso storico” con la DC (che considerava partito impregnato di quella stessa “cultura mafiosa” che ripudiava) alla stregua di un compromesso con la mafia.

La risposta sembra quindi scontata: come può trovarsi un denominatore comune? Si tratta di generazioni diverse (Impastato nasceva nel ’48, mentre Moro veniva eletto deputato, dopo avere vissuto l’esperienza della Costituente), di visioni politiche diverse, di modi del tutto differenti di concepire e praticare il proprio impegno politico e civile.

Al netto di tali divergenze, è possibile tuttavia cogliere delle sfumature, ed è lo stesso Giovanni Impastato ad individuare alcune caratteristiche condivise: ricordando e ripercorrendo le loro storie si percepisce come entrambi, infatti, credessero tantissimo in ciò che facevano, come entrambi fossero animati dall’amore per la Costituzione, e da una profonda passione politica. Quella passione che nasce dalla volontà di assumersi la propria responsabilità, dal sentirsi parte di una realtà in cui ognuno è chiamato a dare il proprio contributo per il raggiungimento del bene comune.

E, la ricchezza con cui si torna a casa, alla fine di incontri di questo tipo, è la consapevolezza che di quella responsabilità deve farsi carico ciascuno di noi. Anche per adoperarsi affinché queste storie continuino ad essere studiate e raccontate. A costituire oggetto di analisi e approfondimento attraverso il ricorso ad una “memoria attiva”, che non si esaurisca in quella formale, statica e retorica “celebrazione del personaggio”.

Lo hanno fatto in tanti – ma sempre troppo pochi – in passato. Lo ha fatto anche Felicia, madre di Peppino, che si fece promettere dal figlio di non rinunciare mai a questo impegno. Lo sta facendo Giovanni, che già sa che tra tanti anni ci saranno, oltre a sua figlia, anche i suoi nipoti.
A tutti noi spetta anche il compito di non lasciarli soli a tessere questo “filo della memoria”, tanto robusto quanto fragile, dal percorso tanto lineare quanto imprevedibile, che collega storie e vicende diverse e allo stesso tempo simili tra di loro.
E, se ieri è stato possibile tracciare un percorso che da quelle di Aldo Moro e Peppino Impastato ha portato a ricordare anche Giulio Regeni, è proprio grazie a quel filo che, avvolto dall’impegno per restituire loro verità e giustizia, è animato, nella sua essenza, dai sogni e dalle speranze che hanno nutrito, dai valori cui si sono dedicati, dal grande vuoto che la loro scomparsa ha lasciato.

 

29 marzo 2018

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