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Mario Vaudano: ‘Giovanni Selis toccò interessi che non dovevano esser toccati: il Casinò’

9 Febbraio 2019

di Claudio Laugeri – «Se mi ricordo gli insulti che ho preso… Mi davano del pazzo, del visionario, quando non arrivavano a dire che agivo per protagonismo». Mario Vaudano è stato magistrato in Valle dal 1989 al 1994. E’ stato il primo a parlare di «mafia di montagna». Quasi una bestemmia nel tempio dell’autonomia, nell’isola felice stampata sui manifesti pubblicitari e rivenduta nelle propagande politiche come fosse un miracolo quinquennale da rinnovare con l’atto di fede della croce sul simbolo giusto da calare nell’urna. Vaudano arrivava da Torino, dove aveva scoperchiato lo «scandalo petroli», con incroci tra affari, servizi segreti deviati e massoneria. Una storia lontana anni luce dalla mentalità valdostana, dell’autarchia pompata dai 2 mila e 500 miliardi di vecchie lire del bilancio regionale. Ma quella cassaforte era a un tiro di schioppo dalle cosche di mafia e ‘ndrangheta, che già si erano spartite la città della Mole ed erano già a buon punto per piazzare qualche «locale» nel Canavese. E nei primi Anni 90, lo schioppo delle ‘ndrine incominciò a tirare davvero. Il 4 giugno 1990, Giuseppe Mirabella viene ammazzato a colpi di pistola in un prato, davanti al campo sportivo di Issogne. E poi, ancora: il 13 giugno del 1991, Gaetano Neri viene ammazzato con una fucilata in faccia appena uscito di casa, a Pont-Saint-Martin. «Strascichi di faide nate in Calabria», si affrettano a dire tutti quanti, dagli investigatori, ai politici, alla magistratura. Già. Qualsiasi altra affermazione, suona come una bestemmia, un attentato al mito dell’autonomia come rimedio a tutti i mali.
Era così?
«Mi dispiace dirlo, ma da quando c’è stata l’autonomia la criminalità organizzata ha trovato un guscio dove infilarsi. Tutti riuscivano a trovare una collocazione, i soldi uscivano dalle casse della Regione e cadevano a pioggia, finendo anche ai criminali».
Un collaboratore di giustizia racconta di aver saputo da personaggi legati alla ‘ndrangheta che le cosche in Valle ci sono «da una vita»…
«Non mi stupisce. All’epoca, abbiamo aperto la strada a indagini su questi ambienti, ma non è stato facile».
Lei era procuratore in pretura, la materia era competenza del tribunale. In quegli anni, indagò Pasquale Longarini, poi arrestato per aver favorito persone delle stesse famiglie combattute per anni…
«L’ho aiutato molto, in quel periodo il clima era pesante anche a Palazzo di Giustizia. Mi è dispiaciuto molto per quello che ho saputo di Longarini, mi ha fatto molto male. Comunque, in quegli anni ha lavorato molto e bene. Lui non si fidava della sua polizia
giudiziaria e gli avevo messo a disposizione anche alcuni investigatori della mia. In
questo modo, le indagini erano blindate».
E i legami tra criminalità e politica?
«Passavano attraverso gli affari, gli appalti. La ditta Follioley era molto in auge. Ma si
ricorda chi era l’autista di Giuliano Follioley?».
Veramente, no…
«Era un componente della famiglia Nirta».
La stessa famiglia che pensava di ucciderla?
«L’informazione era stata raccolta da un sottufficiale dei carabinieri che lavorava nella
mia polizia giudiziaria. Aveva una confidente molto vicina ai Nirta e mi aveva avvertito».
E poi?
«Ci sono stati gli arresti dei presidenti della Regione Giovanni Bondaz e Augusto Rollandin, la soglia di attenzione si era alzata, immagino che la criminalità organizzata non volesse esporsi».
Ma con il giudice Giovanni Selis lo avevano fatto. O almeno, così dicono alcuni presunti ‘ndranghetisti intercettati dai carabinieri nell’«operazione Geenna»…
«Allude all’autobomba del 1982? Certo, Selis aveva toccato interessi che non dovevano essere toccati. Subito, non se n’era reso conto. Lo capì qualche tempo dopo. Me lo disse, quando lo incontrai a Torino, un anno dopo, nei corridoi dell’ufficio del giudice istruttore. Da quella storia, non si è più ripreso».
Quali interessi aveva toccato?
«Il Casinò. A quell’epoca c’era un triangolo Saint-Vincent – Costa Azzurra – Campione
d’Italia. Persone legate ai servizi segreti deviati avevano bisogno di soldi “sporchi” e lì era possibile trovarli. In quelle case da gioco era possibile riciclare denaro di qualsiasi provenienza. Sono convinto, che per lo stesso motivo sia stato ucciso il procuratore Bruno Caccia».
Cioè?
«Bisogna fare una premessa. All’epoca, a Torino c’era un gruppo di magistrati corrotti.
Per farle capire, le racconto soltanto questo aneddoto. Indagando sui petroli, avevo scoperto intrecci ad alti livelli, anche di persone delle istituzioni. Un bel giorno, mi ritrovo un bigliettino scritto dal collega Luigi Moschella (morto due anni fa, ndr). L’ho
conservato, c’era scritto “Caro Mario, sei bravissimo con le tue indagini. Ma statti attento”. L’ultima frase era sottolineata”. Consegnai quel bigliettino a Caccia, lo conservava nel cassetto della scrivania. Poi, sappiamo tutti che cosa è accaduto».
Ritornando agli Anni 90 in Valle D’Aosta, pensa che sarebbe stato possibile cambiare qualcosa?
«Intende per evitare le infiltrazioni delle mafie nel tessuto sociale e politico? Lo scriveste allora e tornate a scriverlo oggi, le mafie si sono nutrite di appalti e li hanno
scambiati con voti ai politici. Un circolo vizioso. Quei voti a qualcuno sono serviti. Quindi, la mia risposta è: penso di sì, ma sarebbe servito molto coraggio. Per un politico, contrastare quel sistema avrebbe significato mandare al diavolo tutta la carriera».
Sappiamo com’è andata…
«Vorrei invitare quelli che sono ancora in vita a fare un esame di coscienza e pensare se avrebbero potuto essere più “puliti” con se stessi. Non è mai troppo tardi».

 

Claudio Laugeri (La Stampa, 7 febbraio 2019)

 

 

 

 

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