Un’altra minaccia a un rompiballe di razza. 23 pallottole davanti al teatro milanese dove va in scena Giulio Cavalli
Giulio Cavalli è un rompiballe. Uno di quei rompiballe che ce ne vorrebbe qualche centinaio per rendere questo Paese un posto appena appena vivibile invece della fogna in cui si è trasformato. Questa sera Giulio il giullare non è riuscito ad andare in scena a Milano. Non per la neve. Non per un problema tecnico. Non è andato in scena per 23 pallottole messe in bella vista davanti al teatro. Ventitre, numero tondo ed inequivocabile. Pallottole trovate dagli agenti della Digos milanese che ormai lo seguono giorno per giorno. A cento passi dal Duomo.
Eh si, Giulio Cavalli è un vero rompiballe. Perché questa sera ha deciso di non andare in scena. Anche se il pubblico l’avrebbe voluto vedere comunque. «Facce ride… facce piagne…», uno quasi vorrebbe che la cosa finisse lì. No, Giulio è talmente rompiballe che non è riuscito e non ha voluto andare in scena con l’angoscia di sentirsi ancora e ancora minacciato. Perché Giulio è anche una persona seria e con quello stato d’animo avrebbe fatto un pessimo spettacolo e un pessimo servizio al suo pubblico. Perché Giulio è prima di tutto uomo civile e artista, voce narrante di una Lombardia colonizzata da omuncoli d’onore con commercialista brianzolo. Nomi, cognomi e presa per culo. Questa è l’arte del giullare Cavalli. Tu sei un mafioso? E io ti porto in scena, ti svelo, metto in ridicolo la tua criminalità, umanità presunta, presunto potere.
I più affezionati lettori di questa mia rubrica si saranno resi conto da un pezzo che uno dei miei “chiodi fissi”, su cui mi sono spesso soffermato, è quello dell’informazione in materia di mafia e di giustizia. Un’informazione il più delle volte ai confini della disinformazione, ed in ogni caso quasi sempre gridata, sopra le righe, superficiale, concentrata sui particolari folcloristici o di colore. Mai fredda e distaccata, ma accaldata da opinioni partigiane che prevalgono sulla cronaca dei fatti, specie quando sfiora temi infuocati come quelli di mafia e politica, pentiti, processi a imputati “eccellenti”, scontri fra politica e magistratura, e così via.
A costo di essere ripetitivo, e col rischio di riproporre monotone prediche e litanie, mi sono ritrovato spesso a comparare, con un pizzico di nostalgia, il passato glorioso del giornalismo d’inchiesta e dei programmi televisivi di approfondimento con questo presente, spesso desolante, della perenne rissa mediatica politico-giornalistica, che ottunde le menti e le coscienze. Un presente ove i protagonisti della scena, a volte in modo inconsapevole, spesso in modo intenzionale e perciò non innocente, confondono l’opinione pubblica, e ne orientano umori e indirizzi verso obiettivi e finalità non sempre limpide. Così, è spesso avvenuto nel passato, remoto e recente. È accaduto al pool antimafia di Falcone e Borsellino, etichettato come “centro di potere”, e a quei grandi magistrati accusati di essere giudici-sceriffi che strumentalizzavano l’azione giudiziaria per disegni torbidi e liberticidi. È accaduto pure, e con argomentazioni altrettanto pretestuose e strumentali, al pool di Caselli, accusato nella stagione post-stragista di strumentalizzare pentiti, inchieste e processi per finalità politiche. E si ripropone spesso, quando si toccano i fili ad alta tensione, i rapporti mafia-politica e mafia-istituzioni, autentico nervo scoperto della materia. È accaduto ancora, di recente, attorno al cosiddetto “caso Spatuzza”, il nuovo collaboratore di giustizia, già reggente del mandamento mafioso di Brancaccio e fedelissimo dei fratelli Graviano, approdato agli onori della cronaca soprattutto in virtù di rivelazioni subito definite, con grande clamore, “esplosive” perché concernenti i presunti rapporti con Cosa Nostra del senatore Marcello Dell’Utri, condannato in primo grado a nove anni di reclusione per il reato di concorso esterno in associazione mafi osa e attualmente sotto processo nel giudizio d’appello, braccio destro dell’attuale premier Silvio Berlusconi.
27 gennaio 2010
Palermo. Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo, che sta svelando ai magistrati ciò che sa sui segreti della trattativa tra lo Stato e Cosa nostra, riceve la sua prima «patente» di testimone attendibile dall'autorità giudiziaria.
A riconoscerne la credibilità sono i giudici della seconda sezione del tribunale, che hanno depositato le motivazioni della sentenza con cui hanno condannato per mafia, a 10 anni, l'ex deputato regionale di Forza Italia Giovanni Mercadante. Nel processo al parlamentare, Ciancimino ha testimoniato citato dall'accusa. «Quel che è certo - si legge nella motivazione della sentenza - e che può indiscutibilmente affermarsi nel presente processo è che egli (Massimo Ciancimino, ndr) ebbe realmente modo di assistere a incontri tra il padre e Provenzano e ancora del padre con Lipari e Cannella nella propria abitazione familiare e nei luoghi domiciliari in cui il padre fu ristretto o confinato, incontri in cui Vito Ciancimino e i suoi interlocutori parlavano di affari, appalti mafia e politica».
Le Agende Rosse a L'Aquila per la Manifestazione nazionale del 6 Marzo 2010 : PRESIDIO DELLA MEMORIA
Avevo pensato di organizzare la prossima manifestazione delle Agende Rosse a Bologna. Avevo scelto quella città, nella quale è ancora aperta e non si sanerà mai la ferita lasciata aperta il 2 agosto 1980 nell’edificio della Stazione dalla bomba che causò l’ennesima strage di Stato di questo nostro disgraziato paese, perché simbolo anche questa di Verità nascoste e di Giustizia negata e perché raggiungerla sarebbe stato meno difficile per le tante persone che ogni volta, armati solo delle loro Agende Rosse, affrontano ogni tipo di disagi per confluire lì dove si combatte una nuova battaglia della nostra RESISTENZA.
Louisiana, New Orleans, 15 ottobre 1890. Si spara per strada. Il capo della polizia David Hennessy giace in una pozza di sangue. Un ex poliziotto sente i colpi e si precipita accanto al collega. “Chi e' stato a sparare?”, gli chiede. “ Un dago” risponde Hennessy. “Dago” era il termine sprezzante usato da molti anglosassoni per parlare degli immigranti italiani in America.
Negli anni in cui viene assassinato David Hennessy divampa un odio profondo nei confronti della comunita' italiana presente a New Orleans. I giornali, le vignette ritraggono gli italiani come criminali pericolosi, persone sporche, pigre e analfabete. Dai titoli dei giornali si legge: “ Il capo della polizia Hennessy assassinato da un clan di dago's”. Gli italiani vengono deliberatamente associati alle organizzazioni criminali mafiose, organizzazioni che ancora non esistono nella New Orleans di allora.
Alla fine del 1800, il quartiere francofono di New Orleans diventa la zona conosciuta come “Little Palermo”. E' abitata da commercianti, da proprietari di ristoranti emigrati dalla Sicilia. I traguardi raggiunti dalla comunita' italiana provocano tensioni razziali. Molti siciliani lavorano come pescatori. Gli irlandesi dicono che vengono per rubare i loro posti di lavoro. Come accade in molte altre citta' americane, gli italiani non possono aspirare a certe posizioni sociali. Non possono diventare poliziotti o vigili del fuoco, vengono definiti come “non – bianchi” con tradizioni culturali e religiose troppo diverse da quelle anglosassoni.
Undici, gli italiani accusati e assolti dell'omicidio Hennessy.