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Caso Manca, Spataro e quel (mancato) rispetto per le vittime e i loro familiari PDF Stampa E-mail
Editoriali - Editoriali
Scritto da Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo   
Sabato 02 Settembre 2017 21:43
di Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo - 2 settembre 2017

Ho preso atto della lettera inviatami dalla signora Manca il cui dolore profondamente rispetto. Io ho riportato quanto scritto in sentenza e ritengo che non sia possibile replicare ai parenti delle persone decedute o vittime di reati, se non invitandoli a leggere attentamente gli atti processuali”. Il procuratore di Torino, Armando Spataro, parla di “rispetto” nei confronti del dolore di Angela Manca. Poi però la invita “a leggere attentamente gli atti processuali”. Un paio di contraddizioni in sole tre righe. Un bel record, non c’è che dire. Sarebbe questo il “rispetto” che merita una madre a cui hanno ucciso un figlio in circostanze misteriose? Per carità, nessuno si aspettava alcuna pietas da parte di un magistrato che si improvvisa difensore di ufficio dei suoi colleghi di Viterbo. Ma in queste occasioni il buon gusto di tacere sarebbe stato d’obbligo. E invece no: nessuna replica - nel merito - da parte di Spataro alle minuziose osservazioni elencate una dopo l’altra nella lettera della signora Manca pubblicata ieri dal Fatto Quotidiano.
Nessuna obiezione da parte del Procuratore di Torino per quanto concerne i dati oggettivi citati dalla madre del medico siciliano che stridono con la definizione di “morte per droga”: l’autopsia sul corpo di Attilio Manca definita “infame” dallo stesso vicepresidente della Commissione antimafia, di professione anatomopatologo; le testimonianze dei colleghi del dottor Manca sul mancinismo puro del giovane urologo e sull’inesistenza di una sua eventuale tossicodipendenza “anomala”, così come le accuse infamanti degli ex amici, alcuni dei quali già indagati nell’indagine sulla morte del medico siciliano; la consulenza tricologica di cui non c’è alcuna traccia; la mancanza di indagini immediate nei confronti di Monica Mileti, la donna accusata di aver ceduto l’eroina ad Attilio Manca; le dichiarazioni di quei pentiti - che circoscrivono la morte di Attilio Manca all’interno di un omicidio di mafia e massoneria - ritenuti pienamente attendibili da alcune procure, e infine il possibile “ruolo” di Bernardo Provenzano (nella morte del dottor Manca) che sarebbe stato “visitato” da un urologo siciliano - mai stato individuato - così come è emerso da un’intercettazione ambientale al mafioso Francesco Pastoia. Tutte “ipotesi fantasiose”? E’ evidente che se c’è qualcuno a cui bisogna rivolgere l’invito ad andare “a leggere attentamente gli atti processuali”, questa non è certamente la signora Manca o un altro membro della sua famiglia. Fin troppe volte questi due anziani genitori, assieme al loro figlio Gianluca, sono stati costretti a leggere e rileggere i referti sul decesso del proprio congiunto guardando le strazianti fotografie del suo cadavere che parlano più di mille “atti processuali”. 
Quella sorta di “esortazione” formulata dal dott. Spataro brucia come il sale sulle ferite e riapre vecchie cicatrici dei familiari di vittime di mafia, terrorismo (e non solo) che, proprio in alcune sentenze pronunciate in nome del popolo italiano, hanno rivisto quel baratro oscuro che ha inghiottito la verità e la giustizia sulle morti dei propri cari. Potremmo citare le sentenze per gli omicidi di Aldo Moro, Ilaria Alpi, Miran Hrovatin, le stragi di Ustica, Piazza Fontana, la stazione di Bologna e tante altre, fino ad arrivare agli eccidi del ‘92/’93. Stesso discorso per le sentenze di assoluzione che poi vengono ribaltate con condanne passate in giudicato: una per tutte quella nei confronti di Bruno Contrada. Per non parlare delle sentenze di assoluzione per decine di mafiosi tra cui Totò Riina e Bernardo Provenzano come quelle del ‘68 a Catanzaro o del ‘69 a Bari; o quelle successive della Cassazione (a firma del giudice Corrado Carnevale), in totale spregio del dolore dei familiari delle vittime. 
Di contraltare alle discutibili esternazioni di chi entra a gamba tesa in un caso emblematico come questo, restano le dichiarazioni di Angela Manca, una madre coraggio in questa Italia prigioniera di pavidi e opportunisti: “In questo Paese, nel quale la verità e la giustizia troppo spesso devono essere cercate dai familiari delle vittime, io, per riguardo della memoria di mio figlio Attilio, continuerò a non tacere”. 
Parole – queste sì – che meritano profondo rispetto.


Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo (AMDuemila)



Foto © Imagoeconomica

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