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'Un patto tra clan e 007 dietro al delitto di Umberto Mormile' PDF Stampa E-mail
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Scritto da Cesare Giuzzi   
Sabato 22 Luglio 2017 15:31
di Cesare Giuzzi - 20 luglio 2017

Questo delitto ha attraversato le pagine più nere della storia d’Italia degli ultimi venticinque anni. Dalla «Falange armata» alle indagini sulla «Uno bianca», fino al processo sulla (presunta) trattativa Stato-Mafia. In mezzo ci sono i nomi dei più importanti boss della ‘ndrangheta al Nord che per quel delitto saranno condannati. Ma anche quelli di uomini dello Stato, allora alla guida del Dipartimento penitenziario e dei Servizi segreti oggi coinvolti nelle indagini sul controverso «Protocollo farfalla», la struttura parallela che avrebbe raccolto informazioni per l’intelligence italiana da alcuni boss al carcere duro in cambio di benefici e permessi di libera uscita. Una pagina ancora tutta da scrivere dalla giustizia e sulla quale stanno tentando di fare luce gli stessi pm di Palermo che si sono occupati delle indagini sulla Trattativa dopo le stragi di mafia del ‘91 e del ‘93.

Umberto Mormile,
educatore del carcere di Opera, e prima ancora al penitenziario di Parma, aveva 37 anni quando, la mattina dell’undici aprile 1990 venne ucciso con due colpi di pistola 38 special sparati dietro all’orecchio sinistro da distanza ravvicinata. A colpire fu la mano esperta di Antonio Schettini, campano ma killer legato al boss ndranghetista Franco Coco Trovato, poi collaboratore di giustizia, condannato per 59 omicidi tra gli anni Ottanta e Novanta.
Schettini confessò il delitto al pm Alberto Nobili e disse che alla guida della Honda 600 con la quale i killer avevano affiancato l’Alfa 33 di Mormile sulla strada tra Melegnano e Carpiano, c’era Antonino Cuzzola. Ma il mandate era da ricercare nel boss della ‘ndrangheta di Buccinasco e Platì, Domenico Papalia, in carcere da prima degli anni Ottanta per il delitto D’Agostino, avvenuto a Roma nel ‘76. A fare da organizzatore, fuori dal carcere, era stato il germano Antonio (oggi all’ergastolo e a sua volta fratello di Rocco Papalia, il boss scarcerato a maggio).

Le ragioni di quel delitto dovevano essere ricercate in un presunto patto tra l’educatore e il boss Papalia. Si disse che Domenico avesse usufruito di molti permessi e parecchie agevolazioni al regime carcerario mentre si trovava a Parma (dove lavorava Mormile). Poi dopo uno scandalo che aveva coinvolto i vertici del carcere, Papalia era stato trasferito ad Opera e la sua detenzione soft era improvvisamente diventata carcere duro. Per questo i fratelli Papalia avrebbero fatto uccidere Mormile. Si disse anche che l’educatore avesse ricevuto in cambio 30 milioni. Dopo l’agguato una telefonata all’Ansa di Bologna rivendicò l’omicidio come un’azione della famigerata «Falange Armata», sigla emersa anche dopo le bombe mafiose del ‘93. Le indagini puntarono anche sui fratelli Savi, i poliziotti assassini della Uno Bianca. Tuttavia, nonostante le condanne di esecutori e mandanti nel 2002, il caso Mormile non fu mai del tutto chiarito.

Ci sono voluti 27 anni prima che la famiglia della vittima riuscisse a superare lo choc (e le dicerie sul conto dell’educatore) e trovasse il coraggio di chiedere pubblicamente nuove indagini. I fratelli di Mormile lo hanno fatto ieri, da Palermo, durante la commemorazione del sacrificio di Paolo Borsellino. Nunzia e Stefano Mormile hanno parlato di un presunto coinvolgimento di apparati dello Stato dietro l’agguato: «Nostro fratello Umberto è stata una vittima certificata del cosiddetto protocollo Farfalla, cioè quell’accordo segreto tra il Dap e i servizi per gestire le informazioni dei penitenziari di massima sicurezza. Umberto è stato testimone di ingressi, al carcere di Parma, di apparati dello Stato e di colloqui abusivi, illeciti e non registrati intercorsi tra i servizi segreti e boss». In molte circostanze, secondo le ricostruzioni, i boss ottenevano anche benefici non giustificati. «Umberto aveva assistito a queste cose minacciando di raccontarli», sostengono i famigliari. «Ci aspettiamo che si apra magari un nuovo processo sui fiancheggiatori. Una vicenda sulla quale però è calato il segreto di Stato».

Micu Papalia, oggi 72enne, da sempre indicato al vertice della cosca di Platì, aveva effettivamente goduto di molti permessi fino al ‘92. E negli ambienti è spesso circolata la voce che avesse solidi legami con i Servizi segreti che si sono rivolti a lui in occasione di rapimenti e omicidi.


Cesare Giuzzi (www.ilcorriere.it)




Stefano e Nunzia Mormile (Palermo, 19 luglio 2017)









 



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