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Mafia e servizi: si parla Cattafi PDF Stampa E-mail
Documenti - I mandanti occulti
Scritto da Luciano Mirone   
Lunedì 25 Gennaio 2016 16:56
di Luciano Mirone - 16 gennaio 2016

E adesso che il pentito Carmelo D’Amico lo indica come il mandante del delitto di Attilio Manca (11 febbraio 2004), in grado di discutere alla pari perfino con Generali dei Carabinieri e di ordinare l’omicidio dell’urologo a un ufficiale dei servizi segreti, come la mettiamo? Adesso che D’Amico – ex capomafia di Barcellona Pozzo di Gotto – ha dichiarato che è stato Rosario Pio Cattafi a volere l’assassinio del medico barcellonese in servizio a Viterbo, perché questi, nel 2003, avrebbe operato e assistito Bernardo Provenzano per un tumore alla prostata, quali saranno gli sviluppi del caso? Adesso che il pentito ha detto che Manca sarebbe diventato pericoloso per avere scoperto la vera identità di Provenzano (allora nascosto col falso nome di Gaspare Troia) e per aver riconosciuto la rete di colletti bianchi che lo protesse nella latitanza a Barcellona, cosa succederà? Adesso che il collaboratore conferma che Cattafi è un boss di prima grandezza, collegato con i servizi segreti deviati, con la massoneria e con la politica, e non un mafiosetto di provincia “fino al 2000” (come sostengono i giudici della Corte d’Appello di Messina che gli hanno ridotto la pena da 12 a 7 anni, facendolo uscire dal carcere, escludendo perfino la “pericolosità sociale” e il pericolo di fuga) quali saranno i contraccolpi? Non lo sappiamo, ma abbiamo l’impressione che le dichiarazioni di D’Amico stiano facendo perdere il sonno a molti e che certe guerre sotterranee siano appena all’inizio, D’Amico è stato dirompente, specie quando ha collegato certi personaggi al circolo paramassonico “Corda fratres” di Barcellona. E i magistrati della Procura di Messina hanno trascritto ogni parola, segno che non considerano ininfluenti certi sillogismi. Per capire il livello di potere di questo personaggio, basta dire che quando, all’inizio del Duemila, i magistrati di Messina lo definirono sociamente pericoloso (a quel tempo, evidentemente, non si era ancora “redento”), e gli ritirarono la patente obbligandolo a 7 dimorare nella sua città, l’allora sindaco Candeloro Nania (cugino dell’ex vicepresidente del Senato, Domenico Nania), pensò di mettergli a disposizione la macchina del comune con tanto di autista. Un Consiglio imbottito, all’ epoca, di soggetti del senatore Nania, considerati dalla Commissione prefettizia, vicini alla mafia. Malgrado varie richieste di scioglimento, nessun Governo di centrodestra o di centrosinistra ha mai provveduto a superare l’emergenza etica.
Bisogna partire da lontano per capire chi è il presunto mandante dell’omicidio di Attilio Manca. È in piena Guerra Fredda che comincia la sua carriera di esponente di peso dell’estremismo di destra. Erano gli anni ’70, bisognava difendere l’Italia dal comunismo. Suoi compagni di battaglia, ai tempi dell’università,erano Pietro Rampulla (diventato boss di Mistretta e artificiere della strage di Capaci), lo stesso Nania, arrestato in quel periodo per scontri con i “rossi”; e Beppe Alfano, l’unico fra questi a indirizzare le sue energie nella lotta alla mafia. Si menavano le mani ma si usava anche il mitra, come quando Cattafi e Rampulla presero a sventagliate la Casa dello studente a Messina. Dopo la laurea Cattafi lasciò Barcellona per trasferirsi a Milano, dove secondo i magistrati si dedicò al riciclaggio di soldi sporchi per conto di Santapaola, fu coinvolto nello scandalo delle tangenti all’autoparco e nell’assassinio del giudice di Torino Bruno Caccia.

 Crollò il Muro di Berlino e ci fu la Seconda Repubblica. Molti “patrioti” divenne ro depositari di verità tanto sconvolgenti che, se rivelate, avrebbero causato un cataclisma. E usarono il loro potere di ricatto per continuare ad agire indisturbati. Saro Cattafi tornò definitivamente a Barcellona poco prima di Capaci, una coincidenza che incuriosì il vecchio amico e camerata Beppe Alfano, uno dei pochi a Barcellona a decrittare il linguaggio di certa destra arruolatasi nella mafia. In un primo momento i magistrati lo indicarono fra i mandanti esterni dell’eccidio, poi archiviarono la sua posizione, assieme a quelle di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. Nella sua città Cattafi visse il momento più cruento della guerra di mafia. Mentre il boss “ufficiale” Giuseppe Gullotti l’avvocaticchio (di cui “zio Saro” era stato testimone di nozze) decretava la morte di Alfano, lui non compariva mai. Dal suo buen retiro tutto casa e “Corda fratres” assisteva alle grandi latitanze di Stato, stando sommerso. A volte incontrava l’ex giudice antimafia Francesco Di Maggio,vicecapo del Dipartimento affari penitenziari (Dap), suo compagno di scuola, che gli avrebbe chiesto di contattare Santapaola per fermare le stragi. Per il resto, vita tranquilla. Eppure di fatti strani, allora, ne capitarono molti. Come quando il Raggruppamento operativo speciale dei Carabinieri (Ros) del Generale Mori ricevè una soffiata sul covo di Santapaola e si scatenò nel rocambolesco inseguimento di una macchina con tanto di conflitto a fuoco. Peccato che su quell’auto non ci fosse Santapaola, il quale, messo sull’avviso, si spostò tranquillamente in un altro appartamento. Sugli appartamenti barcellonesi a disposizione del boss catanese si potrebbe aprire un capitolo a parte. Secondo un’interrogazione del senatore Pd Beppe Lumia, Nello Cassata, figlio dell’ex procuratore generale della Corte d’Appello di Messina Antonio Franco Cassata (da sempre leader e animatore della Corda fratres col senatore Nania), potrebbe dire qualcosa. Fu Cassata jr a prorogare a tale Aurelio Salvo l’affitto a prezzi stracciati di alcuni immobili di un istituto di beneficenza, l’Ipab di Terme Vigliatore, di cui Cassata figlio era presidente. Aurelio Salvo, secondo Lumia, fu la persona che mise a disposizione uno dei suoi appartamenti a Santapaola. Non si sa che rapporti corrano fra Cassata jr e il Salvo, ma si registra questa singolare circostanza, su cui Cassata padre non ha mai ritenuto d’intervenire. Il giornalista Beppe Alfano scoprì dove don Nitto s’era nascosto e si recò in gran segreto - secondo le dichiarazioni della figlia Sonia, ex parlamentare europea - dall’ex Pubblico ministero di Barcellona, Olindo Canali, per svelargli tutto. Canali era amico del cognato di Gullotti, Salvatore Rugolo, nuovo reggente della Famiglia barcellonese, e anche di Cassata padre. Durante l’incontro il Pm consigliò al giornalista di scrivere minuzisamente ogni particolare in una lettera anonima intestata a un fantomatico funzionario della Dia di Catania. Il cronista eseguì, e poco tempo dopo (8 gennaio 1994) fu ammazzato.
Ma perché D’Amico parla di “Corda Fratres”? Non lo sappiamo, ma è il caso di soffermarsi anche su Giuseppe Gullotti, compare d’anello di Cattafi, candidato da Nania negli anni 80 nel Movimento Sociale Italiano, e indicato da altri pentiti come vicino ai servizi segreti e alla massoneria. Gullotti, assieme a Cattafi (almeno fino al 2000), sarebbe l’altra testa di ponte dell’eversione mafiosa a Barcellona. Non foss’altro che perché (oltre a fare ammazzare Alfano) l’”avvocaticchio” è considerato una pedina importante per la strage di Capaci: fu lui a recapitare a Brusca il telecomando per l’eccidio. Gullotti in quel momento era ancora iscritto alla “Corda Fratres”. Fu espulso - malgrado le informative che da tempo circolavano nelle caserme e nei Palazzi di giustizia - solo dopo la notizia del suo coinvolgimento nel delitto Alfano. Cattafi, invece, ha continuato a frequentare il sodalizio per molto altro tempo. Qualcuno potrebbe spiegare perché? Qualcuno potrebbe dire se fra Cattafi Cassata e Nania esista un’amicizia molto stretta?

da il Foglio de isiciliani.it

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