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Rubriche - Libri
Scritto da Fabio Repici   
Mercoledì 29 Luglio 2015 19:05

di Fabio Repici - 29 luglio 2015
 

Falcone e la guerra alla mafia che qualcuno gli impedì di vincere

A marzo scorso è stato pubblicato – ed è ancora agevolmente reperibile in tutte le librerie – un volume prezioso. L’ha scritto, con la collaborazione del giornalista Francesco Condoluci, un ufficiale dei carabinieri, oggi in pensione, Angiolo Pellegrini, il cui nome è ben più di una pietra miliare nella lotta dello Stato contro le organizzazione criminali di tipo mafioso.
Il titolo del volume, pubblicato da Sperling & Kupfer e prefato da Attilio Bolzoni, è “Noi, gli uomini di Falcone”, con il sottotitolo che non abbisogna di commenti: “La guerra che ci impedirono di vincere”. Lo si sarebbe potuto intitolare anche “Il sopravvissuto”, per definire il suo autore, oppure, in relazione alla parte forse più importante (e sconcertante) del libro, “La storia dell’uomo ucciso due volte”, così intendendo il consigliere istruttore di Palermo Rocco Chinnici. Ma su questo torneremo in chiusura.

Il sopravvissuto è lui, Angiolo Pellegrini. E il libro è il racconto puntuale della sua carriera nei ranghi dell’Arma dei carabinieri.Classe 1942, la storia lo vide impegnato nella seconda metà degli anni Settanta ad affrontare i clan della ‘ndrangheta in provincia di Reggio Calabria (si era negli anni successivi all’eliminazione dei vecchi boss all’antica Mico Tripodo e ‘Ntoni Macrì, quando a prendere le leve del potere criminale furono capimafia del calibro di Piromalli, Morabito e De Stefano) e le angoscianti vicende legate alla tipologia di delitti che, dopo essere stata trattata dalla mafia siciliana, era diventata il marchio di fabbrica della ‘ndrangheta: i sequestri di persona a scopo di estorsione, commessi soprattutto al settentrione, trovavano conclusione nei più impervi anfratti aspromontani. E fu qui che l’allora capitano Pellegrini si dedicò, con pochi fidatissimi uomini, alla ricerca e alla liberazione di uomini imprigionati peggio che se fossero bestie.


 

Palermo, proiettili e sangue

Dalla Calabria, era il 1981, Pellegrini venne trasferito a Palermo a dirigere la sezione anticrimine. Il capoluogo siciliano, che da due anni aveva visto iniziare a cadere sotto il piombo di Cosa Nostra esponenti di vertice di tutte le istituzioni (tra gli altri, il 21 luglio 1979 Boris Giuliano, il 25 settembre 1979 Cesare Terranova e Lenin Mancuso, il 6 gennaio 1980 Piersanti Mattarella, il 5 maggio 1980 Emanuele Basile, il 6 agosto 1980 Gaetano Costa), dal 29 aprile 1981, con l’assassinio del miliardario boss Stefano Bontade, vide le proprie strade letteralmente inondate di sangue sotto il dispiegarsi della furia omicida dei corleonesi di Salvatore Riina e Bernardo Provenzano e dei loro alleati palermitani. Fu proprio dopo l’arrivo di Pellegrini a Palermo che di fatto ebbe inizio la guerra dello Stato a Cosa Nostra, quella guerra che, come pacatamente raccontano gli autori del libro, qualcuno, all’interno dello Stato, impedì che venisse vinta.

Dicevamo che Angiolo Pellegrini di quella stagione drammatica e al contempo luminosa (perché furono gli anni in cui Cosa Nostra per la prima volta fu giudiziariamente sconfitta con le armi della legge, in esito al mai abbastanza celebrato maxiprocesso nei confronti delle cosche siciliane) è, purtroppo, uno dei pochissimi sopravvissuti. Basterebbe arrestare il tempo alla tragica sera del 3 settembre 1982 intorno alla Autobianchi A112 nella quale erano appena stati rinvenuti i cadaveri, crivellati di proiettili, del prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa e di sua moglie Emanuela Setti Carraro (il carabiniere Domenico Russo, morto giorni dopo in ospedale, era stato colpito sull’Alfetta al seguito): un fermo immagine potrebbe riprendere i volti di Rocco Chinnici, di Giovanni Falcone, di Paolo Borsellino, di Mario D’Aleo, di Ninni Cassarà, di Beppe Montana, di Calogero Zucchetto e, per l’appunto, di Angiolo Pellegrini, unico fra tutti rimasto in vita e sfuggito alla vendetta mafiosa.

A quella data Pellegrini e Ninni Cassarà avevano già completato l’atto di polizia che fece da fondamenta al maxiprocesso istruito poi dal pool di Falcone e Borsellino. Il 13 luglio 1982, infatti, il capo della sezione anticrimine e il funzionario della squadra mobile avevano congiuntamente depositato alla Procura della Repubblica il rapporto giudiziario contro Michele Greco + 160 (curiosamente ribattezzato “Rapporto dei 162”), nel quale era stata ricostruita la guerra di mafia (in realtà una pulizia etnica unilaterale) iniziata con l’omicidio Bontade e per la prima volta era stata, pure con la rudimentalità dei mezzi a disposizione degli investigatori, ricostruita analiticamente la geografia mafiosa, famiglia per famiglia e mandamento per mandamento, della provincia di Palermo.

 

I pentimenti

Pellegrini (nella foto a sinistra, ndr) racconta nel libro quali furono le premesse di quel rapporto e i fruttuosi accordi operativi che aveva preso con il capo dell’ufficio istruzione del tribunale di Palermo, Rocco Chinnici, e con il suo magistrato già più in vista, Giovanni Falcone. Nella narrazione di Pellegrini, gli anni di lavoro che seguirono al deposito del “Rapporto dei 162”, pur nel dolore per la caduta di alcuni compagni d’avventura (come il capitano Mario D’Aleo e il consigliere Rocco Chinnici), furono i più entusiasmanti. Fu in quel momento che un manipolo di uomini delle istituzioni credettero davvero che lo Stato potesse definitivamente sconfiggere Cosa Nostra. A confermare le risultanze del rapporto stilato da Pellegrini e Cassarà arrivarono i primi pentimenti (dopo quello, finito infelicemente, di Leonardo Vitale nel 1974) di uomini d’onore di Cosa Nostra, come Stefano Calzetta e Vincenzo Sinagra. Ci furono pure i risultati delle missioni internazionali, in Nord-America e in Brasile, dove venne individuato il latitante dei due mondi, don Masino Buscetta, che per la prima volta proprio ad Angiolo Pellegrini fece capire che anche per lui la guerra all’interno di Cosa Nostra era perduta e che l’unica via rimastagli era affidarsi allo Stato e collaborare con la giustizia. Il suo esempio fu seguito dopo qualche settimana da Totuccio Contorno. Fra il 1982 e il 1985 una caterva di ordini e di mandati di cattura decapitò l’intera Cosa Nostra, al netto dei pur numerosi latitanti che vennero braccati (o vennero consegnati o si consegnarono) solo negli anni Novanta e Duemila. Tutto questo a molto altro, senza in alcun modo nascondere la soddisfazione umana e professionale, è raccontato nel libro di Pellegrini.

Ma, proprio perché oltre che vicende della storia del nostro paese quelle furono anche le sorti esistenziali di un pugno di uomini che dedicarono alla lotta a Cosa Nostra le loro energie negli anni centrali della propria vita, il lettore è gratificato anche dalla narrazione di fatti che solitamente rimangono nel retroscena della storia e che qui vengono amabilmente disvelati, per spiegare anche gli aspetti più dissacratori o gioiosi della vita di persone che mantenevano sempre una insopprimibile grandezza d’animo. Come quando un insospettabile Paolo Borsellino iniziò a colloquiare in lingua locale in Brasile, sostenendo davanti ai suoi esterrefatti accompagnatori che la lingua portoghese fosse semplice da parlare, simile al dialetto ligure (lui che era cresciuto alla Kalsa, nella Palermo più profonda).

Può ben dirsi che una fetta per nulla insignificante del successo del maxiprocesso, certificato dalla sentenza della corte di cassazione del 30 gennaio 1992, va ascritto all’impegno investigativo di Angiolo Pellegrini (con i suoi uomini, che lo ribattezzarono “Billy the kid”) e di Ninni Cassarà (con i suoi uomini, alcuni uccisi prima di lui). Ma con la morte di quest’ultimo, il 6 agosto 1985, su Palermo si srotolò una cappa plumbea: Pellegrini, la cui vita ormai da tempo era concretamente a rischio, venne trasferito; la Squadra mobile, falcidiata dalle uccisioni di Montana e Cassarà e dagli effetti della incresciosa vicenda del mafioso Salvatore Marino (catturato perché sospettato dell’omicidio Montana e ucciso in Questura), venne annichilita; per le forze di polizia palermitane iniziarono gli anni peggiori del riflusso e dei giochi sporchi; l’azione antimafia degli uffici giudiziari nel frattempo, proprio mentre si celebrava il dibattimento del maxiprocesso, venne frantumata prima dalla gravissima gaffe di Leonardo Sciascia sui professionisti dell’antimafia (10 gennaio 1987) e poi dalla scriteriata delibera del Csm, che per sostituire Antonino Caponnetto alla guida dell’ufficio istruzione del tribunale preferì un anziano magistrato in attesa di pensione a Giovanni Falcone (19 gennaio 1988). È quello, immaginiamo, il torno di tempo al quale si riferiscono gli autori di “Noi, gli uomini di Falcone” quando pensano alla guerra che lo Stato non volle vincere.

La progressione di carriera ha portato poi Pellegrini verso altre destinazioni e altri uffici, anch’essi significativi (fra gli altri, la direzione della Dia a Reggio Calabria). Ma non crediamo di distorcere il senso del libro (del resto, una conferma viene dal titolo) se affermiamo che gli anni più importanti della sua vita di investigatore furono quelli palermitani, al fianco di magistrati come Falcone, Borsellino e Chinnici, sul quale torneremo. Aggiungiamo che furono anni importanti per lui ma anche per il nostro paese, che a quest’ufficiale deve davvero molto e al quale ora bisogna essere grati per aver consentito ai lettori di apprendere nel modo più vivo e più autentico cosa furono gli uomini e i fatti che consentirono per la prima volta allo Stato di alzare la testa senza timori o imbarazzi davanti all’aggressione mafiosa.

Anche per questo siamo bendisposti a perdonare a Pellegrini la fregola della politica che lo ha colpito al pensionamento, con la candidatura alle elezioni politiche del 2013 nelle liste della Lega Nord-Tremonti in Basilicata per il Senato della Repubblica. È vizio diffuso, possiamo dire, ma possiamo anche aggiungere con assoluta certezza che anche al Parlamento, anche eletto in quella lista, il colonnello Pellegrini avrebbe mantenuto la schiena dritta come per tutta la sua inflessibile carriera.


 

 

Le sentenze

Dicevamo di Rocco Chinnici, del cui martirio in questi giorni ricade il trentaduesimo anniversario. Pellegrini racconta del rapporto particolarmente affabile che ebbe con quel magistrato dal volto austero ma dalla umanità pari solo al suo coraggio. Dicevamo della doppia vittimizzazione che Chinnici dovette subire, prima con l’assassinio e poi con il tentativo di occultarne le parole, le azioni, i pensieri e le decisioni di giudice tutto d’un pezzo. La storia del processo per la strage nella quale Chinnici (insieme a Mario Trapassi, Salvatore Bartolotta e Stefano Li Sacchi) trovò la morte poco dopo le 8 di mattina del 29 luglio 1983 è davvero oltre i limiti del credibile. Le investigazioni curate da Cassarà portarono rapidamente al processo a carico di Michele e Salvatore Greco, i mafiosi di Ciaculli in quel momento ai vertici di Cosa Nostra (e, attraverso Salvatore, anche della massoneria palermitana). I Greco vennero condannati all’ergastolo dalla corte d’assise di Caltanissetta il 24 luglio 1984. Identico esito ebbe il 14 giugno 1985 la sentenza della corte d’assise di appello di Caltanissetta (presieduta da Antonino Saetta, poi ucciso insieme al figlio dalla mafia nel settembre 1988). Le condanne dei Greco furono però annullate dalla prima sezione penale della corte di cassazione, presieduta da Corrado Carnevale, il 3 giugno 1986. Il primo giudizio di rinvio si concluse l’1 luglio del 1987, con la sentenza della corte di assise di appello di Catania che ribadì la condanna all’ergastolo. Nuovamente, il 18 febbraio 1988, la corte di cassazione a sezioni unite annullò la sentenza e dispose un nuovo giudizio di rinvio a Messina. Qui arrivò il colpo di scena. Il 21 dicembre 1988 la corte di assise di appello di Messina assolse Michele e Salvatore Greco.

Quella corte fece anche di peggio, con la motivazione della sentenza, laddove unico imputato (e moralmente condannato) sembrò essere Ninni Cassarà, a quel tempo ucciso già da tre anni e mezzo (così si legge in quella ineffabile sentenza: “Ebbene, è sconcertante il fatto che di tutto questo materiale sia stato omesso il sequestro, e che non si sia quindi cercato di appurare quali immagini risultassero impressionate sulle pellicole; mentre è ancora più sconcertante la giustificazione del mancato sequestro addotta dal medesimo Cassarà, il quale asserisce di non avervi provveduto, avendo ricevuto dal Ghassan assicurazioni che le foto non sarebbero risultate interessanti per le tematiche del processo. In proposito il medesimo commissario ha così deposto … ora, quel che più meraviglia è che detto commissario, non solo omette di procedere al sequestro, ma si astiene perfino di informare l’autorità giudiziaria, lasciando praticamente il libanese (il quale tra l’altro era allora imputato) assoluto arbitro di stabilire cosa fosse o non fosse interessante ai fini dell’istruttoria. Il che ha addirittura dell’incredibile e getta una greve ombra sull’adeguatezza e sulla completezza delle prime indagini”). Esempio ignobilmente mirabile del “rito peloritano”.

Ma oggi Pellegrini ci racconta dei retroscena ancor più clamorosi che lo videro protagonista fin dal primo dibattimento di quel processo. Poco prima di morire, Chinnici aveva allertato il giovane ufficiale: “Capitano, si tenga pronto, sto per disporre l’arresto dei Salvo”. I cugini Salvo al tempo erano al vertice del potere in Sicilia. Disponevano a piacimento, loro e il loro socio messinese Cambria, della politica, della magistratura, delle forze di polizia, dell’informazione, dell’imprenditoria e di un’infinita schiera di cortigiani. Per questo il preparativo dell’arresto di Antonino e Ignazio Salvo era per Chinnici un affare da trattare nel modo più riservato. Morto Chinnici, per la decisione di come impostare il rapporto per la magistratura, “a tirarci fuori dalle secche ci pensò Ninni Cassarà. Ninni lavorava spesso fianco a fianco con i pubblici ministeri della procura palermitana. Ci riferì che i sostituti procuratori Vincenzo Geraci e Alberto Di Pisa gli avevano rivelato, in via confidenziale, che nei giorni precedenti alla morte di Chinnici avevano chiesto di acquisire le prove emerse a carico dei Salvo nelle inchieste sull’omicidio Inzerillo e sulla scomparsa dell’ingegner Ignazio Lo Presti”. Quelle circostanze Cassarà le ribadì deponendo da testimone a Caltanissetta, affermando “di aver saputo in via riservata dai pm Geraci e Di Pisa che, poco prima di essere ucciso, Chinnici li aveva messi al corrente dell’idea di indirizzare finalmente le indagini verso il famoso terzo livello politico mafioso”, per ottenere rapidamente “l’arresto di Nino e Ignazio Salvo. Ma i magistrati della procura della Repubblica di Palermo non confermarono. Anzi, smentirono di essere al corrente delle intenzioni del consigliere istruttore e, per cavarsi d’impaccio, si nascosero dietro cavillosi tecnicismi.

 

Di Pisa recupera la memoria

I giornali, ovviamente, ci ricamarono alla grande, sollevando attorno al caso un’ondata di perplessità e clamore. La memoria, Di Pisa, l’avrebbe ritrovata solo molti anni dopo, nel corso del secondo processo, quando disse che sì, effettivamente Chinnici, prima di saltare in aria, aveva intenzione di procedere con i mandati di cattura contro i cugini Salvo e che ne aveva parlato con lui, con il collega Geraci e anche con altri”. Davanti alla corte d’assise di Caltanissetta depose anche Pellegrini: “testimoniai che le affermazioni di Cassarà corrispondevano al vero e che, nel mio caso, era stato lo stesso capo dell’Ufficio Istruzione a confidarmi, una mattina davanti a un caffè, di essere intenzionato ad arrestare gli esattori di Salemi”.

Il seguito della storia è ancora più raccapricciante e Pellegrini lo raccontò in un incontro a quattr’occhi a Giovanni Falcone, consegnandogli un documento: “Dottore, questa è la trascrizione di una telefonata tra Nino Salvo, l’avvocato Vito Guarrasi e Pippo Cambria. Commentano la mia testimonianza a Caltanissetta, giudicandola ‘di un’infelicità incredibile.  “Un’ultima cosa”, conclusi “Nel corso della telefonata più volte viene citato un giornalista che indicano come loro amico, una specie di fonte confidenziale. Probabilmente si tratta di un elemento che abbiamo già identificato: Giuseppe Sottile del Giornale di Sicilia.” Il giudice non commentò nemmeno stavolta. Disse solo che a breve lo avrebbe convocato per interrogarlo, poi mi ringraziò accennando un sorriso e ci salutammo. Dopo qualche giorno, Sottile era già nel suo ufficio. Il giornalista si mise subito sulla difensiva: Dottor Falcone, non capisco che chiarimento vuole da me. Io sono una persona perbene. Falcone non replicò. Accese il registratore e gli fece ascoltare i passaggi delle telefonate intercettate ai cugini Salvo in cui si parlava di lui, e altre conversazioni telefoniche che lo riguardavano direttamente. Sottile sbiancò, cercò di difendersi ma si perse dentro un garbuglio di improbabili giustificazioni”.

Ecco, il libro di Pellegrini e Condoluci, insieme a innumerevoli altri dettagli per i quali si può solo consigliarne la lettura, aiuta a recuperare la memoria, ossigeno puro per resistere in questo tempo sbandato.



Fabio Repici (www.ilguastatore.it)











 

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