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Rubriche - Le vostre lettere
Scritto da Enrico Ruffino   
Mercoledì 21 Maggio 2014 14:44
Enrico Ruffino - 19 maggio 2014
 

Dallo scranno della pomposa cattedra, codice penale alla mano, Giovanni Fiandaca, autorevole giurista di fama internazionale, si è gettato nella matassa politica siciliana, nell'attesa di un visto per Bruxelles. Porterà i contenuti dell'antimafia "seria e non populista" e giura che se il 23 maggio, anniversario della strage di Capaci, qualche pm oserà "metterlo nel mirino" parlando della trattativa, si rivolgerà al Csm che, da qualche tempo a questa parte, trova in ogni dove cavilli per fermare la procura di Palermo. D'altronde il giurista giura che il "90% della magistratura la pensa come lui" tranne "gli ultimi giapponesi". Infatti l'ormai politico, approdato magna cum laude nell'establishment piddino e adottato dalla corrente cuperliana, è senza freni e si scaglia contro i grillini: "Studiate". Questi ultimi, certo, sono decisamente insopportabili quando contestano le idee sotto a un palco, ma il giurista non è da meno e invece di ignorarli li incalza: "Ecco, se ho delle certezze, è che loro non mi voteranno. Il resto è tutto aperto". Ci spera, Fiandaca; e infatti cerca di raccogliere là dove ha seminato: "Nell'antimafia dei fatti e non delle parole". Quali siano i fatti non è dato saperlo, perché il maestro del diritto si è scagliato contro l'allievo - che pure i risultati li ha portati - promettendo che se continua gli da un sonoro "calcio in culo, con affetto". La dotta citazione, con il classico aplomb accademico, verso l'ex allievo è piaciuta molto, perché il tiro all'Ingroia è uno sport ampiamente praticato dalla politica italiana. Soprattutto da quel PD, formalmente erede di Pio La Torre, che stenta ad ammettere le proprie responsabilità legislative in materia di antimafia. Responsabilità che nemmeno il giurista vuole ammettere, perché lui è un indipendente, intellettuale, studioso e vanitoso fino ad affermare che "a Santa Caterina Villarmosa, dove sono le mie radici, dicono che i Fiandaca hanno cinque tumuli di cervello".

Cinque tumuli di cervello arrivati fino alla cattedra di ordinario in Via Maqueda, dalla quale ha scritto, riscritto, trascritto, criticato e sostenuto quello che a lui, esperto giurista, non andava bene. Ovvero la "trattativa Stato-Mafia" che prima c'è, poi non c'è e poi ricompare ma è legittima perché dettata "dallo Stato di necessità". L'idea è espressa in un pamphlet, dal sonoro e lancinante titolo "la mafia non ha vinto", quasi come se volesse prendere in giro un libro di Saverio Lodato che intervista Tommaso Buscetta, "la mafia ha vinto". La mafia non ha vinto, dunque, ma si presuppone che non abbia neanche perso. Allora se non ha né vinto né perso, si è alleata. E' alla pari dello Stato. Ed ecco che si contraddicono gli effluvi di parole, le saccenterie dell'accademia del "noi siamo noi e voi non siete niente", le contraddizioni di un pamphlet dai giudizi diffamatori su Massimo Ciancimino (come, ad esempio, la certezza, non avallata da alcun riscontro, che Massimo Ciancimino abbia parlato coi magistrati per proteggere il patrimonio del padre) e gli intenti se non provocatori almeno strambi. L'ha scritto con l'aiuto dello storico Salvatore Lupo che, certamente, sa districarsi meglio di lui tra le matasse della politica e ora si trova a un passo da Bruxelles, da quel parlamento europeo che mai si sarebbe sognato di vedere da docente. Il giurista ha le idee chiare su quale sia la sua missione: combattere il populismo antimafia. Una definizione azzardata, quasi manichea.
Sono attimi intensi quelli che sta vivendo il professor Fiandaca, gli attimi in cui sta facendo carriera al di fuori della politica con il vessillo dell'antimafia giusta, sana, non populista contrapposta a quella dei reietti dell'antimafia populista che gridano allo scandalo, chiedono dei servizi segreti, vogliono la verità sulle bombe, chiedono protezione per i magistrati che indagano su fatti scomodi per arrivare alla verità, se pur giudiziaria. Per questo combatterà il giurista, con il placet del PD e gli applausi del mondo accademico.


Enrico Ruffino










 

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