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Trattativa, Di Carlo: “Servizi segreti volevano fermare Falcone” PDF Stampa E-mail
Documenti - I mandanti occulti
Scritto da Simone Ferrali   
Giovedì 30 Gennaio 2014 19:18

Trattativa Stato-Mafia 1 Il collaboratore di Giustizia Francesco di Carlo ha deposto questa mattina davanti alla Corte d’assise di Palermo, nell’ambito del procedimento “Bagarella + altri” (Trattativa Stato-mafia). Interrogato dal sostituto procuratore Nino Di Matteo, l’ex mafioso della famiglia di Altofonte ha parlato dei contatti che aveva con i militari: “Per Cosa nostra i militari dell’Esercito non sono sbirri. Fin dalla fine degli anni Sessanta frequentavo un colonnello dell’esercito applicato alla Presidenza del Consiglio. Si chiamava Perricone o Cirrincione. Lo avevo conosciuto tramite il generale Vito Miceli (l’allora capo del Sistema informazioni difesa, il servizio segreto militare sciolto nel 1977, ndr) e il colonnello Santovito (piduista, quindi direttore del Sismi tra il 1978 ed il 1981, ndr). Quando andavo a Roma, incontravo spesso Santovito ed andavamo a pranzo insieme”. Il pentito ha spiegato che per “comandare tutto” Cosa nostra doveva intrattenere rapporti con qualsiasi livello Istituzionale, persino con la Magistratura che doveva “aggiustava i processi”: “In un interrogatorio mi chiesero: ‘Come facevate ad arrivare anche ai giudici di Cassazione?’. Risposi: ‘Perché quando mai un processo di mafia arrivava in Cassazione? Di solito non arrivava neanche in Appello’”.

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Al centro della deposizione di Di Carlo ci sono i rapporti con i servizi segreti: prima dell’attentato fallito dell’Addaura (21 giugno 1989), “ero in carcere (a Londra, ndr) ed ho ricevuto la visita di tre personaggi dei servizi segreti italiani. Volevano fermare Falcone. Il giudice aveva ideato la Dia, la Procura nazionale antimafia, voleva abbattere il segreto bancario… Metteva paura: sembrava quasi che potesse mettere tutti sotto processo. Volevano mandarlo lontano da Palermo, fargli cambiare lavoro. Tutti i livelli delle Istituzioni erano ostili nei suoi confronti. Anche quella politica che aveva combattuto la mafia soltanto di facciata. Quando vennero da me, mi dissero che non volevano che collaborassi e non avevano intenzione di arrestare qualcuno. Volevano un contatto con i corleonesi. Dissero: ‘Se noi vogliamo fare qualcosa in Sicilia, dobbiamo avere le spalle coperte’. Del resto, in Sicilia non si muoveva foglia senza che noi lo sapessimo. Detti loro i contatti, poi non ho saputo altro”. Stando alla testimonianza del pentito, uno dei tre uomini che si recò a Londra per parlare con Di Carlo era Arnaldo La Barbera, che effetivamente, fra il 1986 e il 1987, risultava essere un agente dei Servizi segreti sotto copertura (nome in codice “Fonte Catullo”). La Barbera (morto di cancro nel 2002) fu il capo della Squadra mobile di Palermo tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90. Dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio divenne il numero uno del “Gruppo Falcone-Borsellino, il team che indagava sulla morte dei due giudici. Secondo la ricostruzione della Procura di Caltanissetta, che indaga nell’ambito del procedimento “Borsellino quater”, il superpoliziotto avrebbe fatto la sua grossa parte nella costruzione della falsa pista investigativa, imbastita sulle testimonianze dei falsi pentiti Scarantino, Andriotta e Candura.

 

Anche alla luce delle dichiarazioni di Di Carlo, sull’attentato dell’Addaura potrebbero aprirsi nuove scenari: proprio ieri è caduta la versione di Angelo Fontana detto l’Americano, il pentito che si autoaccusò di aver partecipato all’omicidio fallito del giudice Falcone. La sua versione ha retto per quasi otto anni, ma è stata sconfessata dalla prova che in quei giorni il mafioso si trovava a New York.

 

Torniamo all’udienza odierna del processo sulla Trattativa. Nel corso della sua testimonianza, il collaboratore di giustizia ha parlato anche dei cugini Salvo, gli esattori di Cosa nostra in Sicilia, molto vicini a Salvo Lima e Giulio Andreotti. Fu il boss Gaetano Badalamenti a presentare all’allora mafioso di Altafonte i cugini imprenditori, che svolgevano attivamente “un ruolo in Cosa nostra” (Nino Salvo ricoprì addirittura la carica di sottocapo cosca locale). Secondo Di Carlo, furono i Salvo a volere l’assassinio del giudice Chinnici: “Per loro (per i Salvo, ndr) il primo nemico è stato Rocco Chinnici. Ho assistito all’incontro alla Favarella, nel quale Nino Salvo chiese l’intervento di Cosa nostra. Nino Salvo chiese a Michele Greco il favore di Chinnici (uccidere Chinnici, ndr). Ovviamente, Greco non faceva niente senza il consenso di Riina”. Chinnici fu ucciso dalla mafia siciliana il 29 luglio 1983.

 

Stando alle parole del pentito, gli omicidi di Michele Reina (Segretario democristiano della Provincia di Palermo) e Piersanti Mattarella (presidente della Regione Sicilia) sarebbero stati invece suggeriti a Cosa nostra da Vito Ciancimino: “Provenzano si avvicinò a Ciancimino nei primi anni ’70. Ciancimino capiva che i corleonesi avevano il potere mafioso e cercava di sfruttarli. Nessun politico attaccava Ciancimino, altrimenti moriva. Ciancimino è stato la causa della morte di Michele Reina. Dico ‘è stato la causa’ perché Reina, nonostante fosse da anni amico di Ciancimino, era di un’altra corrente politica: Ciancimino voleva dirigere tutto il settore degli appalti, ma Reina voleva la sua parte. Ciancimino ha spinto tanto, fino a far arrivare Provenzano a chiedere alla Commissione di uccidere Reina. Dopo di lui è toccato al mio amico Piersanti Mattarella: lo conoscevo da tempo, conoscevo il padre Bernardo Mattarella perché era in Cosa nostra. I figli invece erano contro Cosa nostra. Ciancimino in quegli anni era in decadenza politica ed utilizzava Provenzano per arrivare alla Commissione”, l’organo preposto a deliberare gli omicidi. Peppino impastato invece fu ucciso perché “era la pecora nera della famiglia (i suoi parenti erano mafiosi, ndr), era un comunista e nel suo programma in radio chiamava i mafiosi in certi modi”.

 

È legata in qualche modo (indirettamente. Sia chiaro, nessun tipo di coinvolgimento) all’omicidio del giornalista di Cinisi un’altra figura sulla quale si è soffermato Di Carlo, ossia quella del Generale Subranni, imputato per attentato a corpo politico dello Stato, con l’aggravante di aver favorito Cosa nostra: “Per quello che mi dissero Nino Salvo e Gaetano Badalamenti, Nino Salvo (sic!) si rivolse a Subranni per chiudere le indagini sull’omicidio Impastato in quel modo (sul luogo del delitto fu inscenata una farsa: il cadavere di Impastato fu posto sopra del tritolo, per far credere che fosse stato vittima di un attentato-suicidio. Inizialmente le Forze dell’ordine e la Magistratura dettero credito a questa pista. La matrice mafiosa fu riconosciuta solo nel 1984, ndr), senza che venisse coinvolto Badalamenti”. “Ho sentito parlare la prima volta di Subranni quando era Maggiore. Non l’ho mai visto con l’uniforme, ma l’ho visto dai Salvo e da Lima. Non so per quale motivo però”, ha concluso il collaboratore.

 

L’esame di Di Carlo riprenderà 27-2-2014.

da: news.You-ng.it

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