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'Chiedete a Ruini delle bombe a Roma' PDF Stampa E-mail
Documenti - I mandanti occulti
Scritto da Marco Lillo   
Venerdì 26 Luglio 2013 20:01
di Marco Lillo - 26 luglio 2013

Sono passati vent’anni dalle ultime bombe esplose a Roma, quelle mafiose contro le basiliche di San Giovanni e di San Giorgio al Velabro. A mezzanotte e 3 minuti della notte tra il 27 luglio e il 28 luglio del 1993 esplode una Fiat Uno imbottita con 120 chili di pentrite, T4 e tritolo. Solo per un caso non muore nessuno. Quella sera c’era stato un raduno di famiglie con i loro caravan proprio in quella piazza. Cinque minuti dopo esplode una seconda autobomba davanti alla basilica di San Giorgio al Velabro. I danni al patrimonio artistico delle due Chiese sono enormi. Sono esplosioni anomale. Perché direzionate contro la Chiesa da parte di un’associazione che ha sempre cercato l’accomodamento e persino l’appoggio dell'istituzione religiosa. Esplosioni che qualcuno ha spiegato come una reazione scomposta di Leoluca Bagarella al discorso di Giovanni Paolo II che il 9 maggio 1993 aveva ordinato ai mafiosi: “Convertitevi”. Ma oggi la Procura di Palermo ha un bandolo per provare a decrittare quei due boati senza apparente logica. Una testimonianza riporta quelle esplosioni nell’alveo della tradizione del rapporto tra mafia e Chiesa: due urli inseriti in un dialogo secolare e non due pugni per punire un nemico.   
La mafia di Bernardo Provenzano voleva far paura alla Chiesa per spingerla a premere sullo Stato italiano al fine di eliminare il carcere duro. E il risultato è arrivato, grazie anche alla filiera cattolica che va dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro all'allora direttore del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, Adalberto Capriotti, nominato con l’appoggio dei cappellani carcerari, considerati dai boss alleati involontari perché nel consiglio pastorale denunciavano i maltrattamenti ai loro danni nelle carceri di Pianosa e dell’Asinara. Se il trattamento duro dell’isolamento dell’articolo 41 bis è stato revocato per centinaia di boss, lo si deve anche al ruolo della Chiesa e dei suoi uomini, prima e dopo quelle autobomba. La nuova testimonianza che deve inserirsi in questo scenario è quella del professor Enzo Guidotto, uno dei migliori amici di Paolo Borsellino, ex consulente della commissione Antimafia e impegnato da anni nelle campagne per la legalità, è stato sentito come testimone dalla Procura di Palermo nell’ambito dell'indagine sulla trattativa. Il professore in pensione, che organizzava lezioni antimafia con Borsellino in Veneto, dove insegnava, ha riferito a dicembre del 2012 quanto aveva appreso pochi mesi prima da don Antonino Treppiedi, già amministratore dei beni della Curia vescovile di Trapani, poi rimosso dal vescovo Francesco Micciché e sospeso a divinis con provvedimento delle autorità ecclesiastiche da lui impugnato. La scena descritta da Guidotto ai pm Antonino Di Matteo e Francesco Del Bene è questa. Come ogni estate Guidotto nel 2012 era sceso in Sicilia e a Paceco aveva incontrato il sacerdote: “Con Treppiedi ci siamo conosciuti verso maggio-giugno di quest'anno attraverso Facebook. Quest’estate Treppiedi mi venne a trovare a casa a Paceco e tra le altre cose mi disse che nei primi anni ‘90 viveva a Roma, dove aveva avuto modo di conoscere vari esponenti della gerarchia ecclesiastica. Il discorso cadde su vicende di mafia di quegli anni e sulla trattativa, della quale i giornali parlavano a quell'epoca. Ricordo che espresse tra l’altro questi concetti: ‘Bisognerebbe che qualcuno andasse a fare, con calma, una bella chiacchierata con il cardinale Camillo Ruini (foto), che all'epoca abitava proprio nei locali annessi alla chiesa di San Giovanni in Laterano. Il cardinale potrebbe raccontare che dopo lo scoppio delle bombe nelle chiese di Roma fu incaricato dal Papa, nella sua qualità di Vicario, di acquisire informazioni sul rischio di ulteriori attentati contro strutture della Chiesa. In quei giorni ho saputo da uomini di Chiesa bene informati (forse il segretario di Ruini, Mauro Parmeggiani) che Ruini si recò al ministero della Giustizia e parlò con il ministro Giovanni Conso per capire il senso di quelle bombe”.  
A sentire il racconto che sarebbe stato fatto da Treppiedi a Guidotto, questa è la risposta data allora dal ministro Giovanni Conso a Ruini: “I responsabili dell’attentato erano gli uomini della mafia”, una notizia allora tutt’altro che scontata. Conso però rassicurava Ruini perché “ormai non c’era più di che preoccuparsi. Nella logica dei mafiosi, non c’era ragione di altri attentati”. I boss avevano avuto rassicurazioni dallo Stato sui loro obiettivi e non ci sarebbero state altre bombe contro le chiese.   

Il Vaticano come mediatore
Dietro quei due boati, insomma, non ci sarebbe stato il semplice movente della trattativa Stato-mafia : “Fare la guerra per poi fare la pace”. Non c'era solo il tentativo di portare la minaccia stragista in Continente per premere sulle istituzioni centrali allora indebolite dalle indagini di Mani pulite e rappresentate da un Capo dello Stato cattolico come Scalfaro, da un presidente del Consiglio tecnico come Carlo Azeglio Ciampi e da un ministro autorevole ma politicamente debole come Conso.   
Secondo l’ultimo filone dell’indagine sulla trattativa quelle due esplosioni puntavano a sensibilizzare il Vaticano, individuato come “mediatore” della trattativa con lo Stato. I pm hanno sentito subito monsignor Nino Treppiedi, già noto perché accusato di avere svuotato la cassa della diocesi di Trapani. Treppiedi ha negato di avere fatto quelle confidenze a Guidotto. Per appurare dove sia la verità i pm potrebbero sentire il vescovo di Tivoli, don Mauro Parmeggiani. Di certo non hanno intenzione di mollare la presa. Anche perché il primo a raccontare di questa “pista cattolica” nelle stragi del 1993 era stato un collaboratore di giustizia: Ciro Vara. Questo boss, fedelissimo di Bernardo Provenzano, molti anni fa, ha messo a verbale: “Dopo le stragi del ’92 e del ’93 Provenzano per alleggerire la pressione dello Stato su Cosa nostra, in particolare per i detenuti sottoposti al 41 bis, aveva cercato una strada attraverso la Chiesa”.  

Il potere dei cappellani   
La campagna stragista-eversiva del 1993 fu annunciata a febbraio 1993 da una lettera firmata dai “familiari dei detenuti” che intimavano a Scalfaro di “togliere gli squadristi al servizio del DITTATORE AMATO”, l’allora capo del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria. A maggio Nicolò Amato fu sostituito da Scalfaro, con la collaborazione dei cappellani carcerari. Almeno secondo il racconto fatto ai pm da don Fabio Fabbri, il braccio destro del capo dei cappellani di allora, monsignor Cesare Curioni. Scalfaro disse a Curioni: “Caro Monsignore ho parlato ieri per telefono con il ministro della giustizia Conso. La prego di dargli tutto il suo aiuto per individuare il nuovo Direttore Generale del Dap”. Così lo Stato-Chiesa incarnato dal duo Conso-Curioni scelse Adalberto Capriotti perché, dicevano Curioni e il ministro: “Chi meglio di lui? É una personcina tutto chiesa, sensibile, eccetera”. Appena insediato, il 26 giugno, Capriotti propone al ministro di non confermare i 41 bis per dare un “segnale positivo di distensione”. A giugno del 1993 il ministro Conso fa decadere 140 decreti di 41 bis per detenuti minori, da novembre in poi escono dall’isolamento altri 334 boss. Amen


Marco Lillo (Il Fatto Quotidiano, 26 luglio 2013)






Palermo, 19 luglio 2013: il professor Enzo Guidotto presenta
l'Associazione Ossermafia Italia











 




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