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Stato-mafia: in un’intercettazione il ruolo di un boss nella trattativa PDF Stampa E-mail
Documenti - I mandanti occulti
Scritto da Nicola Biondo   
Giovedì 11 Ottobre 2012 19:04
cattafi-rosario-web“Ero in missione per conto dello Stato”


L’ultimo segreto della trattativa Stato-mafia è contenuto in una intercettazione del 1993. Era l’otto agosto quando Rosario Cattafi,  faccendiere legato al gotha della mafia siciliana, riceve una telefonata da un cellulare del Ministero della Giustizia. Il numero è  utilizzato da Filippo Bucalo, magistrato e capo dell’ufficio detenuti al Dap. Cattafi in quel momento era indagato in due diverse inchieste per mafia, droga e traffico di armi a Firenze e Messina. E di lì a poco, nell’ottobre ’93, sarebbe stato arrestato.

Un contatto inspiegabile dietro cui si celerebbe l’avvio di una missione sotto copertura, l’ennesimo canale di collegamento tra Cosa nostra e pezzi dello stato nel biennio delle stragi.
E’ questa la pista che stanno battendo gli investigatori siciliani sull’asse Palermo-Messina, dove Cattafi è stato arrestato per mafia nel luglio scorso, a caccia del testo di quella vecchia intercettazione che aprirebbe una clamorosa pista investigativa. Prima di finire al 41bis, il faccendiere ha ammesso di aver compiuto “missioni per conto del giudice Francesco Di Maggio”, figura chiave dell’inchiesta sulla trattativa e numero due del Dap nel 1993. E’ su Di Maggio, deceduto nel ‘96, infatti che pesano i sospetti di essere stato uno dei suggeritori dell’’allora ministro Giovanni Conso per allentare la morsa del 41bis sui detenuti di mafia. Verità o millanterie quelle di Cattafi che si ritaglia il ruolo di infiltrato nelle carceri come ambasciatore di Stato per chiudere la stagione delle bombe? I magistrati siciliani devono appurarlo in tempi stretti: le rivelazioni del faccendiere potrebbero entrare sia nel processo al generale Mori, giunto alle battute finali, che nell'inchiesta sulla trattativa. Cattafi dice di essere in possesso di alcuni nastri, dove sarebbero incise le istruzioni di quella missione per conto dello Stato. L"arruolamento" sarebbe databile alla metà degli anni '80 quando viene arrestato da Di Maggio che però, nonostante le intercettazioni in cui Cattafi ammetta il suo ruolo dentro Cosa nostra, lo assolve in istruttoria. Forse inizia da lì il rapporto confidenziale: di certo Cattafi appare legato all’ala “morbida” di Cosa nostra quella di Provenzano che dopo la cattura di Riina trattò con lo Stato per chiudere la stagione stragista. Lo rivela lui stesso in un’intercettazione l’undici settembre 1992: “Le nuove generazioni vogliono bruciare le tappe” –mostrando contrarietà alla strategia delle bombe messa in piedi dalla Cupola.

Cattafi però non sarebbe stato un normale confidente. Estremista di destra, condannato per possesso di armi negli anni settanta, legato al clan catanese dei Santapaola, secondo un report della Finanza Cattafi è il trait d’union tra servizi segreti, esponenti delle istituzioni e Cosa nostra,  a favore della quale – come lui stesso ammette in alcune intercettazioni – ha svolto intermediazioni di armi, droga e denaro sporco. Numerosi e molto stretti i suoi rapporti con magistrati: non solo Di Maggio e Bucalo, come Cattafi nati a Barcellona P.G., ma anche l’ex-PG di Milano Luigi Martino dal quale Cattafi prendeva in affitto una casa a Taormina e altre toghe siciliane.
Una conferma dell’operato di Di Maggio sembra arrivare dalla voce di Loris D’Ambrosio, il consigliere del Quirinale recentemente scomparso. “La linea di Di Maggio – dice D’Ambrosio il 25 novembre scorso a Nicola Mancino – era quella di consentire un agevole accesso nelle carceri ai suoi amici che in qualche modo collaboravano, come confidenti…”. Sono state due inchieste dell’Unità – del 4 aprile e dell’undici novembre 2011 - a svelare i rapporti che intercorrevano tra i vertici del Dap e Cattafi, causando l’apertura di un file d’indagine alla Commissione antimafia. Ma in cosa davvero sia consista la sua missione è ancora un segreto tutto da scoprire.

Da: AntimafiaDuemila.com

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