Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla.
Perché il vero amore consiste nell'amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare. Paolo Borsellino
Da quando l'indagine sulla Trattativa Stato-Mafia si è avviata verso la conclusione, politicanti e giornalai vari hanno iniziato a sparare melma sulla procura di Palermo, rea (si fa per dire) di aver indagato gli uomini delle Istituzioni coinvolti nella richiesta di rinvio a giudizio. D'altra parte si sa, quando un potente è sotto-indagine, i lorsignori gridano al complotto messo in atto dai pubblici ministeri. I soliti pm che quando arrestano i boss sono elogiati dalla classe politica, quando indagano un colletto bianco vengono accusati di essere golpisti. Il berlusconismo ha condizionato molto questa logica di Sragionamento.
Anche nel caso dell'inchiesta palermitana sulla Trattativa, gli slogan evergreen sul complotto e sull'accanimento giudiziario non sono mancati. Quando poi i signorotti hanno saputo che erano stati intercettati indirettamente Giorgio Napolitano ed il suo consigliere giuridico Loris D'Ambrosio, hanno trovato il pretesto per mettere in atto l'attacco finale nei confronti dei pm palermitani.
Il primo ad indossare le vesti di corazziere è Eugenio Scalfari (nella foto, ndr): il fondatore di Repubblica se l'è presa con i pm palermitani, rei (secondo lui) di aver intercettato le due conversazioni tra Napolitano e Nicola Mancino; manco avessero messo sotto controllo il telefono del presidente della Repubblica. Poi Scalfari ha affermato che la sua tesi è avvallata da una sentenza della Corte Costituzionale, la numero 135 del 24 aprile 2002: questa però non c'entra niente con il caso Quirinale-Mancino. Allora il fondatore di Repubblica, non pago dell'errore madornale con conseguente figuretta, ci ha riprovato: nell'edizione domenicale di Repubblica, ha citato due articoli, il 271 del Codice di procedura penale e il 90 della Costituzione, affermando che questi impongono la distruzione delle intercettazioni (anche indirette) che riguardano il presidente della Repubblica.
Anche questa volta però la tesi di Scalfari fa acqua, anzi oceano dappertutto. Primo perché gli articoli in questione non trattano minimamente la distruzione delle bobine che hanno registrato la voce del capo dello Stato; secondo perché un pm, mai e poi mai, potrebbe distruggere un'intercettazione, prima che questa sia stata ascoltata dal gip e dalla difesa dell'imputato. Se per caso un pubblico ministero distruggesse un'intercettazione senza l'autorizzazione del gip (prima ancora di arrivare alla fase del contraddittorio pm-difesa-gip), il processo potrebbe essere invalidato, perché in essa potrebbero esser state registrate le parole che scagionano l'imputato.
Ma Scalfari non è solo, anzi gode di ottima compagnia: le sue tesi sono sposate da molti altri fini giuristi travestiti da politicanti. Per citarne uno, Pier Casini, che fino a due anni fa ospitava nel suo partito Calogero Mannino (per lui è stato chiesto il rinvio a giudizio nel procedimento sulla Trattativa per violenza o minaccia al corpo dello Stato, con l'aggravante di aver favorito Cosa Nostra). Il leader dell'Udc ha affermato: “Se dovessi essere giudicato da Antonio Ingroia avrei qualche preoccupazione in più perché i magistrati debbono essere come la moglie di Cesare; qualche preoccupazione in più ce l'avrei, a prescindere dalla mia innocenza o colpevolezza ...non è affatto imparziale”. Casini, probabilmente conosce molto bene i giudici (per passaparola, visti i guai giudiziari del suocero Francesco Gaetano Caltagirone), ma poco il Codice Penale: Ingroia, essendo un magistrato requirente, non può giudicare proprio nessuno. Questo compito spetta al magistrato ordinario. Eppure Casini è laureato in Giurisprudenza, ma, viste le scarsissime conoscenze in materia, la laurea fa da aggravante.
Poi c'è il presidente della Repubblica: Napolitano ha sollevato un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, sul quale si dovrà pronunciare la Corte Costituzionale. Secondo il Quirinale, le intercettazioni che riguardano il Capo dello Stato dovrebbero essere distrutte prima ancora di arrivare alla fase di contraddittorio. Il Colle ha motivato la decisione di sollevare il conflitto di attribuzione, richiamando l'articolo 90 della Costituzione (aridaglie) e la legge 219/89 (anche questa c'entra poco, leggere per credere).
Comunque sia, resta da capire perché il Colle abbia sollevato il conflitto di attribuzione in questo caso, e non nel 2009, quando Napolitano fu intercettato (sempre indirettamente) mentre parlava con Guido Bertolaso. In quel caso, il presidente della Repubblica faceva bella figura perché s'interessava delle condizioni dei terromotati, quindi no problem. Questa volta invece deve nascondere qualcosa?
Per fortuna c'è qualcuno che, in questo manicomio generale, non ha perso il lume della ragione: Antonio Di Pietro per esempio, il quale ha portato avanti un'interrogazione in Parlamento, chiedendo quale sia la differenza tra il caso del 2009 (quello di Bertolaso, suddetto) e questo, ma il presidente della Camera Gianfranco Fini l'ha respinta: ormai il Capo dello Stato è diventato addirittura innominabile. L'Innominato. Ma se l'Innominato dice che questa “è una campagna basata sul nulla”, perché non consente la pubblicazione delle intercettazioni?
Se da una parte però ci sono i corazzieri, pronti a tutto per difendere Napolitano, forse sperando in una nomina a senatore a vita (Scalfari) o nell'apertura di una corsia preferenziale con destinazione Colle (Casini), dall'altra ci sono le vere vittime di questa campagna infame e meschina: i magistrati requirenti palermitani. La Procura di Palermo è ormai isolata, lasciata sola dai rappresentati delle Istituzioni. I soliti rappresentati che ogni anno vanno a Capaci ed in via d'Amelio, chiedendo la verità, tutta la verità, solo la verità sulle stragi. I soliti che da anni infangano e depistano le indagini della Magistratura sui rapporti tra colletti bianchi e Cosa Nostra.
Seppur con i dovuti paragoni, anche Falcone e Borsellino vissero questo isolamento. Nei bellissimi discorsi e nei fantastici scritti dei due giudici, si nota la solitudine che ogni giorno dovevano combattere: osteggiati dalla classe politica, abbandonati verso il tragico finale ed una volta ammazzati erti ad eroi.
Ha ragione Roberto Scarpinato, procuratore generale presso la Corte d'Appello di Caltanissetta, quando dice che “Più trascorrono gli anni e più cresce la mia sensazione di disagio nel partecipare il 23 maggio e il 19 luglio alle pubbliche cerimonie commemorative delle stragi di Capaci e di via D'Amelio (prefazione del libro “Le ultime parole di Falcone e Borsellino” di Antonella Mascali, Chiarelettere)”. Ed ancora: durante le ricorrenze delle morti di Falcone e Borsellino, ci raccontano la Mafia solo come una minoranza di mele marce composta da “ex villici che si esprimono in un italiano maldigerito i cui tratti fisiognomici, duri e sprezzanti, quasi appaiono lombrosianamente rilevatori della loro intima natura crudele”, ma in realtà “il male di mafia non è affatto solo fuori di noi, è anche <
>. Racconta che gli assassini e i loro complici non hanno solo i volti truci e crudeli di coloro che sulla scena dei delitti si sono sporcati le mani di sangue, ma anche i volti di tanti, di troppi sepolcri imbiancati. Un popolo di colletti bianchi che hanno frequentato le nostre stesse scuole e che affollano i migliori salotti
”.
Scarpinato, giudice genio e con le spalle larghe, dopo un discorso tenuto in via d'Amelio il 19 luglio 2012, è finito nei guai: il Csm ha aperto un fascicolo su di lui. Altra melma sparata sui giudici indipendenti e alla ricerca dei colletti bianchi collusi con Cosa Nostra.
Non bastavano gli attacchi rivolti ad Antonio Ingoria e Nino Di Matteo, accusati di essere golpisti, incapaci e dulcis in fundo assassini, solo per aver intercettato indirettamente D'Ambrosio: secondo giornalai e politicanti vari, il consigliere giuridico di Napolitano è stato ucciso dalle “pressioni” della Procura di Palermo e dal Fatto Quotidiano.
La classe politica di oggi è tale e quale a quella che 20 anni fa, mandò a morire Falcone e Borsellino. Prova ne sia che ha elogiato un sostituto procuratore generale della Cassazione per aver sostenuto “che al reato di concorso esterno in associazione mafiosa ormai non crede più nessuno”, e ne ha attaccato e messo sotto-accusa un altro, per essersi definito un “partigiano della Costituzione”.
Ma forse questa volta qualcosa sta cambiando. Non nelle Istituzioni, ma nella gente che inizia a rivedere uno Stato credibile e lo identifica nella Procura di Palermo. Per la prima volta dalla scomparsa di Falcone e Borsellino, una parte delle Istituzioni torna ad essere seria ed affidabile. E piano piano questa parte, distruggerà quella corrotta e meschina.
Non lasciamo soli i pm palermitani, perché grazie al loro lavoro, Borsellino e Falcone sono sempre più vivi.