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Di Pisa, il "pacco" nei giorni di Paolo PDF Stampa E-mail
Editoriali - Editoriali
Scritto da Benny Calasanzio   
Domenica 20 Luglio 2008 20:35

 

Sedici anni e un giorno dal 19 luglio 1992, omicidio di Paolo Borsellino. Diciannove anni dal fallito attentato a Giovanni Falcone sugli scogli dell'Addaura. Diciannove anni dalle lettere del Corvo contro Falcole e altri magistrati della Procura di Palermo. Ventuno anni dal "giuda" Geraci che beffa Falcone candidato al ruolo di capo dell'Ufficio Istruzione. Vent'anni dall'avvento di Meli e dalla sua deliberata demolizione del Pool. Ventuno anni dal "professionista dell'antimafia" affibiato da Sciascia a Paolo Borsellino. Tanti anni tornati tutti d'un tratto con le sembianze di Alberto Di Pisa. Anni bui, amari, velenosi tengono di nuovo banco, come sempre, a danno dei migliori. Non parliamo di filosofia, ma di cronaca. E nella cronaca di questi giorni, da una parte c'è Alfredo Morvillo, che dell'essere fratello di Francesca e cognato di Giovanni Falcone, c'ha solo perso, perchè siamo l'Italia. Dall'altra c'è Alberto Di Pisa, nominato dal Csm Procuratore Capo di Marsala, la Procura che era stata di Borsellino, proprio ai danni del dottor Morvillo. Un regalo alla memoria di Paolo Borsellino, e, non gliene voglia, anche a quella del suo nemico giurato, il fu Giovanni Falcone. Di Pisa era stato accusato alla fine degli anni Novanta di essere l'autore delle lettere denigratorie alla Procura di Palermo; era stato indicato come "il corvo" che firmava le missive volte a minare la credibilità di Falcone e farlo passare quasi come mandante dello sterminio dei corleonesi, grazie alle gestione dei pentiti. Per quelle lettere anonime, scritte con una macchina Triumph Adler su carta del Poligrafico in dotazione ad uffici di polizia, Di Pisa fu processato a Caltanissetta. Dopo una infuocata requisitoria del Pm Ottavio Sferlazza, fu condannato in primo grado a diciotto mesi per calunnia. Ma in appello arriva l'assoluzione. Il vice presidente del Csm di allora, Giovanni Galloni, gli chiede addirittura "scusa" e lo reintegra nelle funzioni. E allora, perchè le polemiche di questi giorni, perchè ne riparliamo? Di Pisa è innocente, o no? Evidentemente si. In questi giorni si giudica solo "inopportuna" la sua nomina. "E' stato assolto ma...", "E' uscito pulito dalla vicenda del Corvo ma...": si dice così in giro. E' finita davvero così quella storiaccia? Di Pisa era stato incastrato da un impronta digitale lasciata su una lettera "del corvo" inviata alla Procura, che in moltissimi punti corrispondeva con la sua. Fu assolto in appello solo e soltanto perchè l'impronta dell' indice sinistro, prelevata di nascosto dall’alto commissario Domenico Sica su una tazzina di caffè appena utilizzata da Di Pisa, fu giudicata in appello "inutilizzabile". L'impronta, riprodotta in laboratorio, però non lasciava dubbi. Ma era stata trattata con sostanze chimiche, ed era, decise l'allora sostituto procuratore generale Marianna Li Calzi, "deteriorata". E poi, dice la sentenza, "impronta era stata carpita in modo illecito". Ma era sua o no? I periti tedeschi dissero nella perizia, "si". Ma non servivano impronte, non serviva scomodare i chimici tedeschi. Bastava leggere le dichiarazioni di Di Pisa all'audizione del Csm il 21 settembre 1989, riportate da Marco Travaglio:

 
«Disapprovo la gestione dei pentiti e i metodi d’indagine inopinatamente adottati nell’ambiente giudiziario palermitano (…), una certa concezione di intendere il ruolo del giudice e lo stravolgimento dei ruoli e delle competenze istituzionali (…), l’interferenza del giudice con la funzione dell’organo di polizia giudiziaria (…). Falcone prese contatti e impegni con le autorità americane a titolo non si sa bene come, concernenti provvedimenti di competenza della corte d’appello (....) Il GI (Falcone) si trasforma anche in ministro di Grazia e giustizia (…). Emerge la figura del giudice “planetario” che si occupa di tutto e di tutti, invade le competenze, ascolta i pentiti e non trasmette gli atti alla Procura (…), indaga al di là di quello che è il processo (…). Una gestione dei pentiti familiare e gravemente scorretta, per non usare aggettivi più pesanti (…). Falcone portava i cannoli a Buscetta e Contorno (…), un rapporto confidenziale, una logica distorta tra inquirente e mafioso (…). Falcone fece pervenire tramite De Gennaro a Contorno e Buscetta i suoi complimenti per il modo sicuro in cui si erano comportati (al maxiprocesso, ndr). Voleva un ruolo passivo per il pm che assisteva agli interrogatori (…). La gestione dei pentiti e il contatto con gli stessi è stato sempre monopolio esclusivo del collega Falcone e di De Gennaro (…). Io avevo manifestato una differenziazione tra una posizione garantista e quella sostanzialista (di Falcone, ndr). Per carità, non voglio insinuare nulla, ma in tutti gli interrogatori dei pentiti, di Buscetta, di Contorno, di Calderone, non vi sono contestazioni: tutto un discorso che fila, mai un rilievo, mai una contraddizione fatta rivelare dall’imputato». E ancora: Di Pisa accusò Falcone di condotte «di inaudita gravità» e di «stravolgere le regole e le competenze istituzionali», nonché di «intrecci e alleanze con i giornalisti». Del Corvo c'è lo zampino, manca solo il becco.

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