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Il duro scontro sul 41-bis fra Conso e il dirigente del Dap PDF Stampa E-mail
Documenti - I mandanti occulti
Scritto da Nicola Biondo   
Sabato 12 Novembre 2011 10:02

Tre procure indagano sulla "trattativa" e sulla figura nominata ad personam: "Chi era il suggeritore di Di Maggio?". La discussione trubolenta con il guardasigilli.

Un segreto da non far trapelare e un misterioso suggeritore. Botte e insulti al ministro di Giustizia. Una riunione straordinaria a Palazzo Chigi mentre l'Italia veniva squassata dalle bombe. E' l'ultima verità sui misteri del 41-bis e sulla decisione di non prorogare il carcere duro per oltre 300 mafiosi nel novembre del 1993. Una verità che ha la voce di Adalberto Capriotti direttore delle carceri tra il 1993 e il 1995. In un verbale del 14 dicembre 2010 ai magistrati di Palermo l'ex numero uno del DAP racconta particolari inediti e a tratti drammatici di ciò che avvenne tra le bombe di Roma e Milano, 28 luglio 1993, e la mancata conferma del 41-bis per centinaia di mafiosi nel novembre successivo.

Un racconto che ha come principali protagonisti l'ex-Guardasigilli Giovanni Conso e il suo staff, l'allora capo della Polizia Vincenzo Parisi e un convitato di pietra, Francesco Di Maggio, il vice di Capriotti al Dap. Sarebbe proprio lui secondo Capriotti ad aver deciso di non prorogare il 41-bis nell'autunno del 1993. "Nessuno mi ha mai detto niente a qualsiasi livello - rivela Capriotti al Procuratore palermitano Francesco Messineo e ai sostituti Nino Di Matteo e Lia Sava - ho saputo recentemente dai giornali della mancata proroga". E aggiunge: "Ma penso che se ci fosse stata una revoca in massa così, me l'avrebbero detto... qualcuno forse ha suggerito". "Quindi lei venne bypassato completamente" chiedono i magistrati. "Si, si", è la risposta lapidaria.

Ma è l'accenno ad un suggeritore occulto ad aprire scenari imprevedibili e accendere i riflettori sulla figura di Francesco Di Maggio, la cui nomina al Dap - secondo quanto acquisito dai magistrati - fu "ad personam" non avendo il magistrato né l'anzianità né i titoli necessari. L'ex numero uno del Dap afferma di non essersi mai occupato di 41 bis. "Tutto era nelle mani di Di Maggio - dice - un personaggio importante... un turbine, una tempesta. E non ho mai capito se era pro o contro le proroghe del 41-bis...". Ma vi sono altri documenti che confermano il ruolo di dominus di Di Maggio secondo cui la mancata proroga doveva rimanere segreta: nonostante questo la maglia di segretezza si allentò il 29 ottobre 1993 quando dal Dap partì la comunicazione agli organi di Polizia e ad una procura antimafia, quella di Palermo, che rispose negativamente sulla decisione ormai imminente. La cosa irritò Di Maggio: "Cos'è questa storia?", scrisse di suo pugno nel fax che comunicava la reazione negativa dei magistrati di Palermo. I primi 41-bis scadevano il primo novembre. Un rapporto tesissimo quello tra il magistrato e il ministro Conso. "Nell'ottobre del 1993 - dice Capriotti - ho assistito a una violentissima lite, per ragioni di ufficio, fra Conso e Di Maggio... io mi misi di mezzo perché Di Maggio oltre a dargli del tu lo insultava... se io dicessi qualche cosa sarebbe avventata... tra loro vidi un mucchio di carte". Rimane così senza risposta cosa scatenò l'aggressione al ministro.

La nomina di Di Maggio dunque fu imposta a Conso. "Da chi?", chiedono i magistrati. "... per le vostre indagini, dovete guardare... al Capo di Gabinetto, una donna che si chiama Pomodoro, aveva un Vicecapo del Gabinetto che si chiamava Liliana Ferraro". Nomi di peso, venuti a galla da poco nelle inchieste siciliane, soprattutto quello della Feraro che ha rivelato solo recentamente di aver informato nel giugno del 1992 il giudice Borsellino dei contatti tra ufficiali dell'Arma e Vito Ciancimino, il portavoce dei boss Riina e Provenzano nell'estate delle stragi. L'allora numero due del Dap era al centro di un costante flusso informativo. Flusso che gli permise di decreittare le bombe del 1993: "Nella mafia si è creata un'aspettativa che è andata delusa".
Il racconto di Capriotti si spinge anche alla notte delle bombe del 27 luglio 1993, a Roma e Milano: "Fummo svegliati alle due di notte e portati a Palazzo Chigi dove c'era Ciampi... in quell'occasione si fecero ipotesi...". Tutti parlavano di terrorismo estero per via della Jugoslavia - rivela Capriotti - ma in quella riunione si levò la voce del capo della Polizia Parisi. "Lui era per la pista mafiosa e aveva ragione, ma probabilmente parlava perchè qualcuno aveva soffiato...". Ancora una volta l'ombra di un suggeritore. Ecco allora gli interrogativi degli inquirenti. E' stato solo Di Maggio a volere la fine del 41 bis per centinaia di mafiosi? Fu quello un gesto "distensivo" per chiudere con la stagione delle stragi mafiose? E' pensabile che il tritolo mafioso possa essere stato disinnescato solo con quel gesto? Sono tre le inchieste che provano a mettere a posto i pezzi mancanti del puzzle: quelle delle procure di Palermo e Caltanissetta e della Commissione Antimafia. Che ha acceso i suoi riflettori sulla figura di Di Maggio sulla scorta di un'inchiesta dell'Unità del 4 aprile scorso in cui si rivelavano alcuni rapporti border line tra il dirigente del Dap e un trafficante di armi legato ai vertici di Cosa Nostra. La traccia "dimenticata" è contenuta in un rapporto del Gico della Finanza del 1993 e racconta dei contatti tra Di Maggio e Filippo Bucalo, a capo dell'ufficio detenuti, con Saro Cattafi, uomo del boss Nitto Santapaola e in contatto con i servizi segreti. In quel rapporto compare anche un altro faccendiere legato alla mafia, Filippo Battaglia: aveva lavorato con Di Maggio all'uffico antidroga dell'Onu come delegato di uno stato sudamericano.


Nicola Biondo (L'Unità, 11 novembre 2011)





 

Il libro

"Dietro quella scelta una copertura istituzionale"

"Il modo di procedere pragmatico e spedito della nuova gestione del Dap lasciava intendere che dietro quella scelta vi fosse una copertura istituzionale forte ma probabilmente ispirata da un suggeritore tecnico per una scelta pragmatica di gestione della crisi", scrive Sebastiano Ardita, direttore dell'ufficio detenuti Dap, autore di 'Ricatto allo Stato' (Sperling & Kupfer).















 

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