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Home Home Lettere Aperte Giudici e diritto di replica. Caro lettore, che ne pensi?
Giudici e diritto di replica. Caro lettore, che ne pensi? PDF Stampa E-mail AddThis Social Bookmark Button
Editoriali - Lettere Aperte
Scritto da Antonio Ingroia   
Martedì 29 Marzo 2011 16:48

Caro lettore, posso continuare a tenere questa rubrica? E scrivere articoli esprimendo liberamente la mia opinione? Posta la domanda in altri termini, può un magistrato dire il proprio punto di vista, specie a proposito di materie che riguardano il suo settore di competenza, e cioè la Giustizia?

Domande retoriche? Perfino provocatorie? Mi dispiace, caro lettore, ma non sembra essere più tanto così. Perché, a leggere certi giornali degli ultimi tempi, certe dichiarazioni di autorevoli uomini politici ed opinionisti sul mio conto, sembrerebbe che l’ovvio non sia più scontato, che il diritto di esprimere le proprie opinioni soffra sempre maggiori limiti. Che il clima di intolleranza verso il dissenso stia crescendo in modo allarmante. E la cosa mi preoccupa tanto che, senza paura di nuove polemiche, sono indotto a ritornare sul tema.

Prima i fatti. Un anno fa scrissi un libro, certamente critico nei confronti del disegno di legge governativo di riforma delle intercettazioni. Ritenevo e ritengo l’intercettazione uno strumento indispensabile per svelare ogni forma di criminalità occulta, sia essa mafiosa o politico-economica. Ritenevo e ritengo la disciplina attualmente vigente in materia di intercettazioni perfettibile, specie al fine di preservare più efficacemente segreto investigativo e privacy degli intercettati, ma ritenevo e ritengo deleteria ogni ulteriore limitazione dei presupposti per avviare un’intercettazione. Ed in ogni caso eccessivamente restrittiva la disciplina che si vuole proporre nel progetto di riforma, al punto da giustificare il titolo, volutamente forte, intenzionalmente paradossale, dato al libro: “C’era una volta l’intercettazione”. Nel senso che, se passasse una legge così, l’intercettazione sarebbe un ricordo del passato. Ce ne dimenticheremmo per sempre.

Le polemiche non mi hanno risparmiato, contestandomi che i magistrati devono applicare la legge e non criticarla. Contestazioni diventate vere e proprie invettive e insulti, non appena mi sono permesso di accettare l’invito di alcune associazioni apartitiche come “Libera”, l’associazione delle associazioni antimafia di Don Luigi Ciotti, e “Art.21”, l’associazione di giornalisti che si batte per la libertà di stampa, a dire la mia in occasione della manifestazione in difesa della Costituzione tenutasi a Roma qualche settimana fa. In quell’occasione, ho espresso la mia opinione fortemente critica nei confronti della riforma costituzionale della Giustizia preannunciata dal Governo, manifestando tutte le mie gravi perplessità per i rischi che corrono principi fondamentali del nostro Stato di diritto come la separazione dei poteri, l’eguaglianza dei cittadini di fronte alla Legge, l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Apriti cielo! Sono stato accusato delle peggiori nefandezze attribuibili ad un magistrato, mettendo in dubbio – fra l’altro – la mia imparzialità, l’offesa che più mi brucia.

Non voglio entrare nel merito della questione perché non è questa la sede. Quello su cui voglio richiamare la tua attenzione, caro lettore, è un altro profilo. Quello relativo all’intolleranza verso le opinioni dissenzienti. La cosa che più mi preoccupa dell’Italia di oggi è proprio questa: una crescente insofferenza verso chi la pensa diversamente, la difficoltà di confrontarsi con serenità e rispetto delle opinioni altrui. Al dissenso segue sempre più spesso l’aggressione del dissenziente. Per fare un esempio, come mai ai magistrati sembra essere consentito di esprimere la loro opinione solo quando è allineata con le vedute della maggioranza politica del momento? Non è un sintomo di patologia della nostra democrazia? Non comincia a divenire un po’ troppo illiberale questa insofferenza? Come mai si riconosce il diritto di replica agli uomini politici (è successo al ministro Maroni al quale è stato giustamente consentito di replicare alle affermazioni sulle infiltrazioni mafiose nella Lega Nord che aveva fatto Roberto Saviano in una trasmissione televisiva, o all’imputato Salvatore Cuffaro che ottenne, qualche anno fa, di poter replicare contro le accuse rivoltegli in altro programma), mentre ai magistrati non solo non viene riconosciuto analogo diritto di replica, ma anzi sembra – da parte di taluni, almeno – volersi negare perfino il diritto costituzionale di esprimere la loro opinione.

Io, da parte, mia, l’ho detto e lo ribadisco, rivendico il diritto di esprimere il mio punto di vista, in modo rispettoso nei confronti delle opinioni altrui. Un diritto che diventa addirittura un dovere verso i cittadini, e verso le altre istituzioni, quando concerne un tema che mi riguarda direttamente come magistrato, e cioè il futuro assetto costituzionale della Giustizia, ed i diritti fondamentali dei cittadini in materia di Giustizia. Come si dice, ormai come in un refrain, più che mai a proposito, questa volta: se non ora quando? Se non in questa situazione quando un magistrato può esprimere la propria opinione, non necessariamente adesiva rispetto alle posizioni governative? E tu, caro lettore, che ne pensi?


da: LiveSicilia.it

Comments:

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Maurizio  - Risposta di un lettore   |2011-03-29 20:08:06
La prima risposta è ovviamente si.

Ci mancherebbe pure che in Italia,
l'Italia del 2011, sia consentito ad un pluri indagato di esprimere le proprie
opinioni, di richiedere il consenso popolare, di fondare un movimento o un
partito politico (non si capisce bene), di sfascare intere compagini politiche,
di azzoppare l'economia della nazione, di far circolare notizie false e
menzognere sul conto di chi non gli sta simpatico, di manipolare appalti e di
gestire fondi dello Stato, di gestire in concessione frequenze televisive e
radiofoniche, di fare leggi a suo piacimento a tutela di comportamenti a lui
piacenti e poi non possa essere garantita la libertà di opinione ad un
magistrato come lei.

Ma poi, se non può entrare nel merito delle questioni
della Giustizia un Magistrato che la usa come proprio strumento professionale
quotidianamente chi altri può entrare nel merito della Giustizia, i
politici?

I politici che capiscono di ogni materia e di nessuna in
particolare?
I politici che sanno solo ragionare in termini demagogici e di
tornaconto privato personale?

Il Bene della Nazione intera è diventato ormai
un ricordo remoto, la classe politica vorrebbe staccarsi definitivamente dalle
altre classi sociali ed erigersi a casta superiore, dominante e
disponente.

Ovvio che questo desiderata della classe politica non può
realizzarsi, non in una Repubblica Democratica fondata sul lavoro e
sull'eguaglianza sociale.

Va da se che la Giustizia nazionale è stata
generata in forma di supremo ordine che sovrintende i comportamenti errati e ne
determina i correttivi equi in base alla gravità dei comportamenti scorretti.
Gli ordinamenti giuridici sono già equilibrati e non è vero che necessitano di
riforme, correttivi per adeguarli all'epoca attuale magari si ma non
stravolgerne i fondamentali sui quali fondano la radice dell'equilibrio
costituzionale.

Dunque, Dott Ingroia, è più che mai opportuno che lei
continui a curare questa rubrica; la Costituzione le assicura che questo spazio
le è concesso come diritto specifico e generalizzato e serve a generare il
dibattito sui temi a lei più pertinenti.

Purtroppo la politica di questi
giorni ha qualche evidente difficoltà e quando è in affanno diventa più
sensibile al dissenso poichè questo può pericolosamente minare la sua
popolarità. Ma della politica in difficoltà non si può certo curare la
Magistratura oggi, visto che proprio la Magistratura oggi soffre non poco per le
scelte fatte in passato proprio dalla politica (e non è un caso che sia la
stessaparte politica che oggi si affanna a risalire la china).

Avanti così,
dunque, senza la preoccupazione di infatsidire troppo quelal classe sociale
distante dai bisogni delle altre classi.
Gabry  - Il sorriso di un'Italia diversa   |2011-03-29 21:52:23
Ma ovviamente i cittadini onesti e liberi sono dalla sua parte, Antonio! E
pensano che un magistrato degno di chiamarsi tale non solo possa, ma debba
esprimere limpidamente la sua preziosa opinione. Solo nel confronto c'è
democrazia.
Grazie di cuore per quello che fa e per come lo fa. Il suo sorriso
dolcissimo è lo specchio di un'Italia diversa, pulita.
Francesco Grasso  - CERTAMENTE PUO'   |2011-03-29 23:24:52
Sicuramente i magistrati, come altre categorie di persone con funzioni molto
delicate, possono intervenire pubblicamente adottando il criterio della
prudenza. Ciò detto, i magistrati non possono essere privati della libertà di
espressione, anche perchè non è affatto vero che tale libertà possa nuocere
alla loro indipendenza, anzi al contrario, conoscere chi sono è un elemento di
notevole garanzia. Sono proprio quelli che lavorano al buio,nascosti, veramente
pericolosi!!!!
Antonio Ingroia poi,per la sua storia, per la sua passione di
uomo, non ha solo il diritto di esprimersi ma un vero e proprio dovere!!!!
simonef  - Un rompiglioni...   |2011-03-31 17:30:09
Sono felice di confermare quella che è opinione comune in merito:
Lo spazio che
Lei si è concesso, nel libro C'era una volta l'intercettazione, è uno di
quelli privilegiati per affermare le proprie opinioni, per dimostrare le tesi
personali, nel campo delle realtà Italiane.. Ce ne sono anche altri.. come
questo bel sito "LiveSicilia.it", come le sale gremite! Per lei - da
Magistrato - e per altri...
E..
questo 'spazio' non è altro che la garanzia di
*1* tra i principi Costituzionali creati sulle ceneri della disfatta Fascista
Italiana : che diventa realtà grazie a chi vuole viverla l'Italia!
Io l'Italia
la difendo, e voi, lettori?
veraste  - L'importanza di dire "io penso"   |2011-06-07 11:30:07
Caro dottor Ingroia,
arrivo buona ultima a commentare questa sua lettera
aperta, ma fino ad oggi non l’avevo letta, e me ne scuso.

La risposta alla
sua domanda è ovviamente sì, del resto lo dice lei stesso che quello della
libertà di opinione è un diritto sancito dalla Costituzione italiana, e vale
per tutti i cittadini: non mi risulta, infatti, che l’articolo 21 faccia
eccezioni di sorta, men che meno per i magistrati.

Comprendo però molto bene
le sue preoccupazioni di fronte ad attacchi indiscriminati e spesso pretestuosi,
che per altro si guardano bene dall’entrare nel merito degli argomenti,
limitandosi ad attacchi ad personam squallidi e offensivi.

Lei però sa bene
quanto me che questo modo di agire non è certo una novità.
Per togliere i
riflettori dalla sua persona, vorrei ricordare a tutti per esempio cosa successe
quando Gherardo Colombo, allora ancora sostituto procuratore di Milano,
rilasciò nel 1998 al Corriere della sera la famosa intervista “Bicamerale
figlia del ricatto”: non solo fu attaccato pesantemente persino dal ministro
della Giustizia, ma subì anche un procedimento disciplinare.
Colombo – come
lei – era reo di avere espresso la sua opinione su un tema allora molto
attuale e scottante, le riforme costituzionali che la bicamerale stava
preparando.

Il problema – che secondo me lei coglie in pieno nella sua
lettera – è l’assoluta allergia della nostra classe politica non solo alla
manifestazione del dissenso, ma a qualsiasi atto che li metta di fronte alle
loro responsabilità di amministratori spesso collusi e corrotti.
Il loro modo
di “discutere” depone per una totale assenza di argomenti, l’arroganza
regna sovrana e sembrano tutti essersi dimenticati non solo della buona
educazione, ma persino di un minimo senso di decenza.

Capisco e condivido
quindi le sue preoccupazioni, però le faccio a mia volta una richiesta molto
accorata, che in realtà rivolgo a lei come scusa (non credo infatti ne abbia
bisogno) per rivolgerla un po’ a tutti, cittadini comuni e giornalisti in
primis: la prego, continui ad esprimere le sue opinioni nel modo in cui lo ha
fatto fino ad ora.
Non si lasci trascinare dal turpiloquio, dalle discussioni
prive di qualsiasi argomentazione, non lasci prevalere la rabbia e risponda
sempre con pacatezza.
Glielo chiedo perché ritengo che sia una grande lezione
di civiltà potere leggere ed ascoltare persone che quando esprimono
un’opinione dicono ancora “io penso” e non semplicemente “è così”.

Che privilegiano gli argomenti e aborrono gli insulti.
Che cercano il
confronto e non lo scontro.
Che parlano con cognizione di causa, e non per
sentito dire o per partito preso.

Ha tutta la mia solidarietà e il mio
appoggio.
Stefania Verasani

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