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Milano, i mille tentacoli della mafia PDF Stampa E-mail
Rubriche - Libri
Scritto da Benny Calasanzio   
Venerdì 25 Marzo 2011 16:09
21 gennaio 2010. La commissione parlamentare Antimafia è in prefettura a Milano per studiare il livello d’infiltrazione della mafia in città e in Lombardia. Prende la parola il prefetto Gian Valerio Lombardi: «Anche se sono presenti singole famiglie, ciò non vuol dire che a Milano e in Lombardia esista la mafia».

22 gennaio 2010. Il sindaco Moratti, commentando le parole di Lombardi, lo difende così: "Nelle città economicamente ricche, il rischio naturalmente c'è sempre" ma "io parlerei più che di mafia di criminalità organizzata, perché ci sono delle differenze fra l'una e l'altra anche se i fini purtroppo sono sempre gli stessi".

Le due più alte cariche cittadine ancora oggi ne rimangono convinte. Per questo, dando per scontato che la mafia non appartenga al contesto milanese, si apprezza la riedizione di “Mafia a Milano. Sessant’anni di affari e delitti” (Melampo editore, in uscita oggi 25 marzo) di Mario Portanova, Giampiero Rossi e Franco Stefanoni. Scrivere quasi 500 pagine su una cosa che ufficialmente non esiste, e farlo con tale meticolosità, è davvero ammirevole da parte dei tre cronisti “nati” nel mensile “Società civile”.

Purtroppo per noi, invece, le cose non stanno come dicono il sindaco e il prefetto. A Milano non c’è la mafia, in effetti, ci sono le mafie, praticamente tutte. E questo è un libro che ha lo straordinario merito di raccontare passo passo come la mafia è arrivata nel capoluogo lombardo e nelle province circostanti e come si sia fatta padrona di ogni cosa senza alcun problema e senza lasciare nemmeno le briciole, gestendo la cocaina di mezza Europa e mietendo triliardi senza ritegno. E’ un libro che, me li vedo, aiuta i giovani magistrati a rinfrescare la memoria e farsi un quadro generale ma al tempo stesso preciso. Perché di fantasia, in “Mafia a Milano”, non se ne trova. C’è uno stile narrativo di alto livello, ma di fantasia, no. C’è una scrittura fluente e che costruisce attorno alla storia il contesto storico-sociale: i film e gli spettacoli che davano in città mentre i gangster si ammazzavano nelle bische clandestine, chi era in voga e chi no, quale bar bisognava frequentare per essere nel giro dei giusti, qual era la hit musicale del momento. Ma di fantasia, purtroppo, non se ne trova. Fatti, raccontati bene, ma fatti.

E a chi davvero pensa che la mafia a Milano l’abbia portata quella povera anima a servizio del re, ovvero Marcello Dell’Utri, questo libro da una pacca sulla spalla: Marcello ha fatto tanto, ma non tutto. La mafia qui ha le sembianze di tre siciliani, tre nomi che ormai conosciamo bene: Luciano Liggio “u sciancatu”, Gerlando Alberti “u paccarè” e Gaetano Fidanzati, l’anziano boss che il governo ha spacciato come un pericolosissimo latitante, arrestato a Milano nel dicembre 2009 mentre era tranquillamente a passeggio, alla veneranda età di 74 anni. Il particolare che non ci hanno detto è che a causa delle condizioni di salute lo avevano scarcerato l’anno prima, e che nella mafia contava come mazze quando comanda coppe. Ma è servito a far sparire dal primo piano le accuse rivolte in aula a Berlusconi e Dell’Utri dal pentito Gaspare Spatuzza, nonché ad oscurare il “No Berlusconi Day”.

Dagli anni 70, quando a Milano arrivano i tre siciliani, chi al soggiorno obbligato chi no, passando per il gangsterismo di Francis Turatello, Renato Vallanzansca ed Angelo Epaminonda “Il tebano”, fino alla definitiva e strabordante presenza della ‘ndrangheta, testimoniata, come una ricevuta di ritorno postale, dai 304 arresti del luglio 2010, più della metà effettuati in Lombardia. Un viaggio che ridicolizza i negazionisti e che arriva fino ai giorni nostri, a pochi passi dal Duomo, alle attuali mire della mafia calabrese, tra le quali spicca l’Expo del 2015. Quell’Expo per cui era stata pensata una commissione antimafia ad hoc, prima azzoppata dalle dichiarazioni del pompiere Lombardi (per il prefetto non avrebbe avuto i poteri necessari per condurre un lavoro del genere e perché la competenza specifica in materia di sicurezza è dello Stato e non dei Comuni a suo dire) e poi pensionata definitivamente dal consiglio comunale.

Un libro che chi pretende di parlare di mafia al nord senza cadere nei luoghi comuni – “la mafia guadagna al sud e investe al nord, i veri mafiosi sono al nord”, al pari del tempo e delle mezze stagioni – deve studiare. Perchè è solo dalla perfetta conoscenza dei fatti che si può aver ragione sulle folli posizioni delle istituzioni milanesi.

Benny Calasanzio

Fonte: MicroMega
 

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