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Interrogatori paralleli tra ''trattativa'' e revoche del 41 bis PDF Stampa E-mail
Documenti - I mandanti occulti
Scritto da Aaron Pettinari   
Giovedì 24 Febbraio 2011 18:15

In commissione Antimafia procedono le audizioni di pezzi dello Stato. Sentita la Ferraro.
23 febbraio 2011

Sfilano nomi eccellenti davanti allla commissione Antimafia, presieduta da Beppe Pisanu, nell'ambito dell'arttività di indagine sulla stagione delle stragi del '92 e del '93. Dopo i vari Conso, Mancino, Martelli ed Amato è stato il turno dell'ex direttore generale del ministero della Giustizia, Liliana Ferraro.

Come aveva dichiarato durante il processo “Mori-Obinu”, pur senza parlare esplicitamente di trattativa (“Mai nessuno mi parlò di trattativa, non mi appartiene, mai pensato a una trattativa”) ha raccontato di avere incontrato il capitano De Donno in aereo, sulla tratta Roma-Palermo e dopo l'uccisione del giudice Falcone. Il Capitano del Ros espresse l'idea che si dovessero scoprire a tutti i costi gli autori della strade dei Capaci e che lui pensava che si potesse fare un tentativo con il figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo, cioé Massimo Ciancimino, che doveva essere il tramite per poter verificare questa possibilità.
Quindi ha aggiunto di aver riferito il tutto al giudice Paolo Borsellino nel corso di un incontro avvenuto il 28 giugno del '92 all'aeroporto di Fiumicino. "Borsellino non mostrò di dare eccessivo peso alla questione. Mi rispose con un 'ci penso io'".
Secondo quanto riferito dalla Ferraro il tentativo del Ros era quello di "agganciare Vito Ciancimino attraverso il figlio Massimo. Loro, e con ciò intendo il Ros, volevano che lo dicessi al ministro Martelli per avere un conforto politico". La cosa, ha precisato la Ferraro, venne subito riferita al ministro.
Quindi ha ricordato la propria esperienza vissuta accanto al giudice Giovanni Falcone: “Falcone non fu assolutamente amato quando era in vita. Anche l’elezione al Csm era qualcosa che non gli si doveva riconoscere. Non erano molti quelli che lo amavano all’interno e all’esterno della magistratura, e anche tra i cittadini”.
L'ex direttore dell'ufficio affari penali, riferendosi al rapporto mafia appalti, ha poi aggiunto,: “Al ministero mi arrivò un plico e l’ho aperto ma quando ho visto che si trattava di un rapporto che veniva dalla procura di Palermo, ho chiamato Giovanni Falcone al cellulare. Lui mi disse di cominciare a vedere di cosa si trattava, ma dopo circa due ore mi richiamò e mi disse di chiuderlo immediatamente e sigillare il plico in una cassetta di sicurezza. Feci così, non sono arrivata neanche a leggere metà del rapporto, nè so cosa chiedessero da Palermo. Falcone mi spiegò poi che era un rapporto investigativo e quindi non doveva essere inviato al ministero”.
Al centro dell'audizione di Liliana Ferraro in commissione Antimafia, vi è anche stato il rifiuto dell'allora direttore del Dap, Nicolò Amato, a sottoscrivere dopo la strage di via D'Amelio il provvedimento di immediato trasferimento a Pianosa dei detenuti per motivi di mafia all'Ucciardone: “Amato non lo riteneva opportuno io lo riferii a Martelli che lo chiamo e si sentì dare la stessa risposta. Amato mi spiegò le ragioni del no, lui non era favorevole nemmeno al 41 bis, da sostenitore convinto del 'carcere della speranza': successivamente ho avuto pochissimi rapporti e solo formali con lui, quel rifiuto per me non era ammissibile in circostanze così drammatiche». «Il ministro pensò di rimuoverlo? A me Martelli non l'ha mai detto, ma la tensione dopo quella notte era molto forte», ha rimarcato l'ex direttore generale del ministero della Giustizia.
La commissione Antimafia, infatti, cerca di veder chiaro anche in merito ai “41 bis” revocati nel '93. Proprio l'ex Guardasigilli allora in carica, Giovanni Conso, sia in commissione (11 novembre 2010) che durante l'esame al processo Tagliavia (15 febbraio), ha detto di aver preso tali decisioni in completa autonomia negando qualsiasi ipotesi di trattativa ("Il carcere duro aveva aumentato il malumore, l'astio dei detenuti e quindi c'era una tensione enorme") pur avendone parlato più volte con il suo collega ministro dell´Interno Nicola Mancino.
Spiegazioni simili date anche da Amato, presentatosi in commissione Antimafia lo scorso gennaio: "Quando nell'estate del '92 ci sono state le stragi di Capaci e di via D'Amelio io e Martelli ci perdemmo il sonno per lavorare all'introduzione del 41 bis e al trasferimento dei detenuti a Pianosa e all'Asinara. Passati otto-nove mesi ho ritenuto giusto fare una considerazione più fredda e serena su uno strumento eccezionale introdotto in via eccezionale e transitoria". Ne derivò una "autonoma e liberissima decisione, senza suggerimento di nessuno", che prese corpo in una relazione, quella del marzo '93, in cui l'ex capo del dap propose misure diverse dal 41 bis per ragionare "in termini di lotta intelligente alla mafia, con lo scopo di evitare contatti tra l'interno e l'esterno del carcere". Come Conso, in merito a quelle proposte ha poi assicurato "non mi sono mai consultato con Mancino né ne ho mai parlato con lui".
Mancino dal canto suo ha espresso davanti all'Antimafia quanto da tempo ripete: e cioè di non avere mai saputo nulla della trattativa. Né dalla politica, né dalle istituzioni, né dai carabinieri del Ros di Mario Mori. Un concetto che ha ripetuto anche in aula all’udienza del 18 febbraio del processo contro il boss Tagliavia. “Non ho mai saputo di trattativa con lo Stato” per ridurre il regime del carcere duro e “se avessi saputo (di trattative) le avrei denunciate in Parlamento”.
Quindi ha smentito Conso, negando di avere mai discusso di 41 bis con il Guardasigilli “per rispetto della sua autonomia”.
Ed oggi si apre un nuovo squarcio con la ricerca degli atti compiuti dagli organi istituzionali in quegli anni di stragi mafiose.
Dopo il ritrovamento delle note del Dap con le richieste di far cadere il “41 bis” è notizia odierna che all'epoca delle stragi vi fosse un organismo chiamato “Consiglio nazionale per la lotta alla criminalità mafiosa”. Un comitato composto, oltre che dal capo della polizia e dai vertici delle altre forze dell’ordine, dai rappresentanti dei servizi segreti. A scoprirlo il senatore Giuseppe Lumia, che oggi chiede nuovi accertamenti per capire il ruolo di quell'organo nel contrasto a Cosa Nostra: “Leggendo la relazione del 12 febbraio del comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica – ha spiegato Lumia – ho scoperto che il capo della polizia Parisi faceva riferimento ai successi ottenuti richiamando le direttive e i gruppi di lavoro di quel consiglio. Ho chiesto a numerose persone, ma nessuno ha saputo fornirmi notizie su quell’organismo, che pure è costituito per legge. E allora ho chiesto di acquisire i verbali e tutti gli allegati del periodo 1992-‘93”.

Aaron Pettinari

da
AntimafiaDuemila.com

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