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'Via D'Amelio, regia esterna' PDF Stampa E-mail
Documenti - I mandanti occulti
Scritto da Umberto Lucentini   
Lunedì 01 Novembre 2010 20:34
Dietro la strage di via D'Amelio non c'è solo Cosa Nostra. C'è anche un'entità esterna alla mafia. E chi sa, oggi, non abbia più paura e parli: ci sono finalmente le condizioni perché si faccia chiarezza fino in fondo sull'attentato del '92 costato la vita a Borsellino e ai cinque poliziotti della sua scorta".

Vincenzo Calcara parla da una località del Nord Italia dove vive da ex collaboratore di giustizia. Nel '91, da affiliato a Cosa nostra, guardò in faccia Paolo Borsellino nel carcere di Favignana e gli rivelò: "Dottore, dovevo ucciderla per ordine della famiglia mafiosa di Castelvetrano". Calcara era un "soldato" del clan di Francesco Messina Denaro, il padre di Matteo, il super-latitante oggi al vertice di Cosa nostra e protagonista della stagione delle bombe del '92-'93. Calcara decise di collaborare con la giustizia, chiedendo di parlare proprio con Borsellino, perché si rifiutò di ucciderlo in un attentato progettato dalla potente cosca legata al sanguinario Totò Riina e a Bernardo Provenzano.

Calcara oggi segue le evoluzioni delle indagini di Caltanissetta sulla strage Borsellino, delle inchieste di Palermo sul "patto" tra pezzi deviati dei servizi segreti e Cosa nostra negli anni delle stragi, quelle di Firenze sugli attentati del '93. E spiega: "Io l'ho sempre detto, conoscevo i movimenti e i segreti della cosca di Castelvetrano: dietro la morte di Borsellino c'è una "entità" esterna che agisce e pilota Cosa nostra. Quando parlai per primo di una valigetta piena di soldi dei boss siciliani destinata allo Ior (la banca del Vaticano, ndr), o delle complicità e dei legami dei Messina Denaro, non mentivo. E' stato tutto riscontrato nei processi".

E oggi che Gaspare Spatuzza sta ricostruendo le verità nascoste sull'attentato a Borsellino, lei cosa pensa?
"Che lui e anche il pentito Nino Giuffrè dicono le mie stesse parole. Se gli inquirenti mi chiamassero, ripeterei loro che non c'è solo Cosa nostra dietro l'attentato a Borsellino, che Cosa nostra da sola sarebbe vulnerabile. Ecco perché parlo di quelle "entità" esterne che fanno diventare Cosa nostra così forte".

E sulle parole di Vincenzo Scarantino, il "falso" pentito che accusa la squadra di poliziotti guidata allora da Arnaldo La Barbera di averlo costretto a inventarsi tutto e adesso chiede scusa ad Agnese Borsellino, la vedova di Paolo?
"Scarantino dovrebbe dire molto di più rispetto a quanto scritto di recente alla signora Agnese e alla sua famiglia. Dice di essere stato costretto ad accusare? E' bene che chiarisca tutto. Non si può correre il rischio di un nuovo depistaggio delle indagini".

Lei è mai stato minacciato per la sua scelta di collaborare con la giustizia?
"Minacce sì, ne ho ricevute molte. Ma quella più mirata, e non credo sia un caso, è stata alla vigilia della mia testimonianza al processo per l'omicidio del banchiere Roberto Calvi. Allora lavoravo come custode per conto del vescovo di Ivrea. Mi lasciarono davanti casa alcuni pesci morti e diversi proiettili di calibro 357 magnum. Ma io sono andato avanti: e ho raccontato di quella valigia di soldi per la banca del Vaticano partita dalla Sicilia".

E adesso lancia un appello a chi sa qualcosa sulla strage di Borsellino...
"Io dal giorno in cui ho incontrato Borsellino in carcere sono cambiato. La sua umanità, il suo senso religioso, mi hanno provocato una rivoluzione interiore. Sì, sono cambiato grazie a Borsellino. In carcere, quando gli svelai che era in grave pericolo di vita, mi rispose: "Vincenzo, chi non ha paura muore una volta sola, chi ha paura muore ogni giorno a poco a poco". E io adesso, riprendendo le sue parole, anche se non ne sono degno fino in fondo, dico ai mafiosi o ai pentiti: è legittimo avere paura, ma la verità va detta tutta. Dovevate farlo anni fa, ma non è mai troppo tardi... E anche se chi decise la morte di Borsellino ha eredi ancora oggi in attività, voi dovete andare avanti".

Lei era un soldato della cosca dei Messina Denaro. Quando ha visto l'ultima volta Matteo, oggi indicato da molti come il numero uno di Cosa nostra?
"Matteo abitava a Castelvetrano a 300 metri da casa mia. Io ero latitante, era il '91, lui mi vide in lontananza, mi sorrise e mi salutò calando la testa più volte: non aveva ancora pendenze con la giustizia, aveva 29 anni. Suo padre, Francesco, era al vertice della cosca. E fu lui a trasmettermi l'ordine di uccidere Borsellino. Un ordine che io non ho eseguito".


Umberto Lucentini

da espresso.repubblica.it


 

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