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Dell'Utri e la condanna a nove anni in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa PDF Stampa E-mail
Editoriali - Sentenze
Scritto da Martina Di Gianfelice   
Giovedì 24 Giugno 2010 22:08
Manca poco all'attesissima sentenza d'appello del processo in corso a Palermo a Marcello Dell'Utri (condannato l'undici dicembre 2004 in primo grado a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa).
Sembra che il giorno del giudizio si prospetti tra venerdì 25 e sabato 26 giugno (vi terremo aggiornati).
Nel frattempo, giusto per schiarirci un po' le idee, ho pensato di raccontare la storia processuale del fondatore di Forza Italia nei dettagli, pubblicandola in due parti. Per non dimenticare quel fatidico giorno, qualunque sia la decisione della corte, ciò che sul Senatore del Pdl è stato ritenuto accertato dalla sentenza di primo grado.


Processo a carico di MARCELLO DELL'UTRI per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa.

PARTE 1: Riassunto delle motivazioni della sentenza di primo grado emessa dal Tribunale di Palermo (11 dicembre 2004) integrate con brani tratti dall'intervista rilasciata da Paolo Borsellino il 21 maggio 1992


Tra la fine degli anni ‘60 e l’inizio degli anni ‘70 cambiano le prospettive imprenditoriali di Cosa Nostra che sta divenendo un’impresa anch’essa. I boss mafiosi, tra i quali Luciano Liggio (capo dei corleonesi fino all‘ascesa al potere di Salvatore Riina e Bernardo Provenzano), si spostano dalla Sicilia al nord Italia al fine di allargare il giro degli affari ed accumulare, anche tramite i sequestri di persona (che in Sicilia non erano consentiti), i capitali necessari da investire in attività illecite più propizie come il traffico di stupefacenti. La mafia voleva beneficiare dei vantaggi derivanti dall’accesso dell’organizzazione in certi circuiti imprenditoriali. Cosa Nostra comincia a dedicarsi al narcotraffico internazionale utilizzando una pratica che permetteva un guadagno e un risparmio maggiori rispetto al passato. L'organizzazione infatti acquistava morfina base in Oriente e se la raffinava in proprio mediante dei chimici di cui disponeva. Di conseguenza nel corso degli anni ’70 Cosa Nostra detiene il monopolio sul controllo del traffico di stupefacenti e si trova a gestire una massa enorme di capitali che vengono in parte depositati all’estero; così il giudice Paolo Borsellino spiega, in un’intervista rilasciata a due giornalisti francesi nel maggio ’92, i legami tra Cosa Nostra e certi finanzieri ed imprenditori del nord che si occupavano dei movimenti di questi capitali e del riciclaggio del denaro sporco. Attraverso personaggi di spicco dell’imprenditoria milanese, la mafia, inoltre, si introdusse nell’industria lombarda impiegando e facendo fruttare questi capitali.

“All’inizio degli anni Settanta Cosa Nostra cominciò a diventare un'impresa anch'essa. Un’impresa nel senso che attraverso l'inserimento sempre più notevole, che a un certo punto diventò addirittura monopolistico, nel traffico di sostanze stupefacenti, Cosa Nostra cominciò a gestire una massa enorme di capitali, dei quali, naturalmente, cercò lo sbocco, perché questi capitali in parte venivano esportati o depositati all'estero e allora così si spiega la vicinanza fra elementi di Cosa Nostra e certi finanzieri che si occupavano di questi movimenti, contestualmente Cosa Nostra cominciò a porsi il problema e ad effettuare investimenti. Naturalmente, per questa ragione, cominciò a seguire una via parallela e talvolta tangenziale all’industria operante anche nel Nord o a inserirsi in modo di poter utilizzare le capacità imprenditoriali, al fine di far fruttificare questi capitali dei quali si erano trovati in possesso“. (Paolo Borsellino)

Marcello Dell’Utri, senatore del PDL, nella sentenza (1° grado) che lo condanna a 9 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, è considerato “l’ambasciatore”, il mediatore degli interessi della mafia nel grande impero economico-finanziario lombardo, il tramite tra Cosa Nostra e uno degli imprenditori ai quali Cosa Nostra si sarebbe affidata per investire, riciclare e far fruttare il proprio denaro: Silvio Berlusconi, che all’epoca era un imprenditore in ascesa, considerato con Raul Gardini il futuro del capitalismo italiano. Dell’Utri stringe accordi con l’organizzazione mafiosa tramite Gaetano Cinà, detto “Tanino”. Dell’Utri è palermitano ed è il proprietario della “Bacigalupo”, una squadra di calcio locale nella quale gioca il figlio di Cinà. E’ sempre tramite la sua squadra che conosce Vittorio Mangano, detto “Lo Stalliere”, a suo dire, un supporter della squadra che “faceva tutto quello che si fa in una società dilettantistica”. Ma Cinà e Mangano non sono semplici tifosi della “Bacigalupo” bensì due mafiosi: il primo, coimputato nel medesimo procedimento giudiziario di cui è oggetto Dell’Utri, è stato condannato a 7 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa; il secondo: condannato per associazione a delinquere (quella mafiosa fu introdotta successivamente, nel 1982) nel procedimento Spatola istruito dal magistrato Giovanni Falcone, per traffico internazionale di droga nel maxiprocesso del 1986, istruito dal pool antimafia di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, dovrà scontare una pena detentiva di 11 anni. Nel ’95 Mangano viene definitivamente arrestato e condannato a 2 ergastoli per 3 omicidi compiuti in collaborazione con altri capimafia, la sentenza non diverrà definitiva a causa della morte dello stesso Mangano.

Gaetano Cinà, detto “Tanino”, boss mafioso della famiglia dei Malaspina, deceduto nel 2001, gestiva a Palermo, come attività di copertura, una lavanderia e un negozio di articoli sportivi con un socio d’eccezione: Salvatore Sbeglia, prestanome di Raffaele Ganci, uno dei più fedeli alleati del corleonese Salvatore Riina. Cinà é indicato dai più importanti collaboratori di giustizia come colui che, dal 1980 fino al 1992 (post stragi Via D’Amelio e Capaci), avrebbe fatto da tramite per il versamento periodico di grosse somme di denaro dal gruppo Berlusconi alla mafia. Nel 1996 durante un interrogatorio ammette parentele e amicizie con alcuni capimafia come Teresi, braccio destro e cugino di Bontade. A metà degli anni ‘70 Cinà presenta Dell’Utri al capofamiglia di Altofonte Francesco Di Carlo, in un bar di Palermo in via Libertà. Secondo la sua testimonianza, lo stesso Di Carlo, Cinà, Dell’Utri, Mimmo Teresi e Stefano Bontade si recano nella sede della Edilnord dove hanno un appuntamento con Silvio Berlusconi per questioni di affari e per prendere accordi in grado di soddisfare gli interessi dei presenti (l’avvenuto incontro è stato ritenuto provato dai giudici di primo grado). Fu proprio Cinà ad accompagnare da Vittorio Mangano, nel 1973, Marcello Dell’Utri al fine di preannunciargli la sua imminente assunzione nella villa di Arcore, di proprietà di Silvio Berlusconi.

Vittorio Mangano, nato a Palermo nel 1940 e deceduto nel 2000, è un boss mafioso in ascesa della famiglia di Porta Nuova che gestirà dopo l’arresto del capofamiglia Pippo Calò. Mangano comincia a frequentare i salotti milanesi nei primi anni ‘70 ed è considerato l’anello di congiunzione tra gli Inzerillo e i siciliani trapiantati a Milano per gestire i traffici illeciti delle proprie cosche di appartenenza. La prima segnalazione della questura concernente la condotta del Mangano risale al 1967, egli viene arrestato varie volte per truffa, ricettazione, lesioni volontarie, tentata estorsione... Mangano interrogato dagli inquirenti palermitani sui suoi rapporti con Dell’Utri, racconta di averlo conosciuto tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70 e di aver ricevuto una sua telefonata relativa alla sua assunzione nella villa di Berlusconi solo tre o quattro anni dopo. Nonostante l’informativa della questura del ’67, Dell’Utri ha sempre affermato, che al momento dell’assunzione del Mangano, non era a conoscenza della posizione giuridica del neostalliere. La Procura di Palermo sostiene invece, basandosi su un rapporto dell’Arma dei Carabinieri, che Dell’Utri, già nel 1973, fosse informato della personalità “sospetta” del Mangano. Il nuovo stalliere avrebbe dovuto occuparsi della direzione dell’azienda agricola e della società ippica appartenenti a Berlusconi, che ha dichiarato di aver abbandonato l‘idea di impostare un‘attività di allevamento di cavalli quando fu messo al corrente dei trascorsi illegali di Mangano. Dell’Utri smentisce Berlusconi sulla versione dei fatti, affermando che egli riuscì a ricreare la scuderia di villa Casati, che esiste ancora, acquistando numerosi esemplari. Il collaboratore di giustizia Gioacchino Pennino rivela che Zarcone, un avvocato siciliano intimo amico di Bontade, gli spiegò che Mangano teneva i rapporti con Silvio Berlusconi, dato che faceva fittiziamente il guardiano nella villa di Arcore.

“Mangano era uno di quei personaggi che erano le “teste di ponte” dell'organizzazione mafiosa nel Nord Italia. Ce n’erano parecchi ma non moltissimi, almeno tra quelli individuati. Un altro personaggio che risiedeva a Milano, era uno dei Bono, credo Alfredo Bono che nonostante fosse capo della famiglia della Bolognetta, un paese vicino a Palermo, risiedeva abitualmente a Milano. Nel maxiprocesso in realtà Mangano non appare come uno degli imputati principali, non c'è dubbio comunque che è un personaggio che suscitò parecchio interesse anche per questo suo ruolo un po’ diverso da quello attinente alla mafia militare, anche se le dichiarazioni di Calderone (nel '76 Calderone è ospite di Michele Greco quando arrivano Mangano e Rosario Riccobono per informare Greco di aver eliminato i responsabili di un sequestro di persona avvenuto, contro le regole della mafia, in Sicilia, NDA) lo indicano anche come uno che non disdegnava neanche questo ruolo militare all'interno dell'organizzazione mafiosa.
Mangano era una persona che già in epoca ormai diciamo databile abbondantemente da due decadi, operava a Milano, era inserita in qualche modo in un’attività commerciale. E' chiaro che era una delle persone, vorrei dire anche una delle poche persone di Cosa Nostra, in grado di gestire questi rapporti. Ma tutti questi mafiosi che in quegli anni, siamo probabilmente alla fine degli anni ‘60 e agli inizi degli anni ‘70, appaiono a Milano, e fra questi non dimentichiamo c'è pure Luciano Liggio, cercarono di procurarsi quei capitali, che poi investirono negli stupefacenti, anche con il SEQUESTRO DI PERSONA“.
(Paolo Borsellino)


Tra il ‘73 e il ‘74, solo in Lombardia, sono stati effettuati 103 sequestri di persona, molti di essi ad opera di uomini d’onore. Sembra che, proprio il timore per i diffusi sequestri di persona al nord, abbia spinto Berlusconi (che aveva ricevuto minacce di rapimento del padre Luigi e del figlio Piersilvio ed aveva subito un attentato alla sede della società) ad assumere Mangano. Dopo l’assunzione del mafioso, i pericoli cessarono improvvisamente ed egli rimase in villa per un periodo non precisato, infatti, le versioni di Berlusconi e Dell’Utri sulla durata dell’impiego divergono. Il primo sostiene che il Mangano sarebbe rimasto in villa per poco tempo, mentre Dell’Utri specifica che il soggiorno sarebbe durato circa due anni, fino al 1976. La versione del senatore del Pdl è quella più accreditata, infatti, pare che Mangano sia entrato in villa San Martino nel 1974 fino all’ottobre del 1976, soggiornando per un breve periodo all’hotel Duca di York. La versione è confermata dallo stesso Mangano che il 6 dicembre 1975 elesse domicilio in via Villa San Martino 42 (Arcore) e in occasione di un interrogatorio con i giudici palermitani, ai quali conferma e colloca il suo allontanamento spontaneo a metà degli anni ‘70 per ragioni di sensibilità, ovvero per non compromettere la figura di Berlusconi allorché erano usciti alcuni giornali che analizzavano il profilo criminale dello stalliere di Arcore. Inoltre egli ha raccontato che Confalonieri, incaricato di gestire i rapporti con i dipendenti di Berlusconi, non gli intimò mai di andarsene, anzi insistette per convincerlo a restare. Il 7 Dicembre 1975, a villa Casati, venne sequestrato l’ospite Luigi D’Angerio, principe di Sant’Agata. Le versioni sul sequestro, sul ruolo di Mangano in esso, sul periodo nel quale è stato compiuto, sono varie e contraddittorie:

1) Dell’Utri sostiene che il principe riuscì a fuggire in seguito ad un incidente in cui rimase coinvolta la macchina dei sequestratori, nell’ambito delle indagini vennero messi al corrente del passato criminale di Mangano e in seguito fu allontanato dalla villa. La versione non è credibile perché il fatto risale al ’75 e Mangano fu allontanato nel ’76, quindi, questa dichiarazione, sarebbe in netto contrasto con quella concernente la permanenza, quantificata dallo stesso Dell’Utri, dello stalliere a Villa Casati.

2) Berlusconi, invece, dichiara, che in seguito al sequestro emersero i precedenti poco rassicuranti di Mangano, ma che non ricorda se egli si allontanò per scelta sua o venne prelevato dalle forze dell’ordine. Un’altra versione di Berlusconi, opposta alla prima, è quella in cui sostiene di aver licenziato Mangano quando scoprì che egli si stava adoperando per organizzare il sequestro di D’Angerio, quindi prima che il rapimento venisse compiuto.

Altre versioni sostengono che il mancato sequestro D’Angerio avvenne prima dell’assunzione di Mangano, più precisamente nel 1974 (l’anno prima dell‘assunzione del Mangano) e ne fu addirittura la causa per il clima di tensione che si era creato in seguito all’accaduto. Sulle modalità del sequestro si esprime anche il pentito Salvatore Cocuzza che indica come vero obiettivo del rapimento Luigi Berlusconi. Il sequestro era stato organizzato da Grado e Contorno, mentre il ruolo di Mangano sarebbe stato semplicemente quello del basista. La testimonianza di altri pentiti come Salvatore Cancemi e Gioacchino Pennino, medico palermitano ed ex politico democristiano rendono verosimile il coinvolgimento di Grado e Contorno nell’operazione. Essi dichiarano infatti che secondo quanto raccontava Mangano, in villa avrebbero soggiornato numerosi latitanti della famiglia di Santa Maria del Gesù (guidata da Stefano Bontade) tra i quali cita proprio Contorno, Grado e Mafara sottolineando che si dedicavano al traffico di droga e ai sequestri di persona. Dell’Utri, interpellato sulle amicizie di Mangano che spesso soggiornavano in villa, sostiene che è vero che egli era solito ricevere in villa molti suoi amici siciliani, ma dice anche, che né lui né Berlusconi fossero a conoscenza delle identità dei personaggi in questione e delle attività da loro svolte.
Il 27 Dicembre 1974 i Carabinieri prelevano Mangano nella villa di Arcore e lo conducono in carcere per scontare una pena di 10 mesi e 15 giorni per truffa. Soltanto un anno dopo, nel gennaio 1975, torna ad Arcore fino al termine del suo incarico nel 1976.
Tornato a Palermo, dopo la seconda guerra di mafia (1981-1983), il mafioso si schiera dalla parte dei vincitori: i corleonesi di Totò Riina. Secondo la testimonianza di Salvatore Cocuzza (successore del Mangano al vertice della famiglia di Porta Nuova e suo compagno di cella dall’83 al ’90), i boss mafiosi Giovanni Brusca e Leoluca Bagarella sostennero il Mangano come capomandamento di Porta Nuova, proprio grazie ai suoi noti appoggi politici con Dell’Utri e Berlusconi e dopo l’arresto del capomafia Pippo Calò, puntualmente, lo successe al vertice del mandamento.

Nel 1977, anche Marcello Dell’Utri lascia Arcore per andare a dirigere la Bresciano Costruzioni della società INIM, di proprietà di Filippo Alberto Rapisarda, che vantava numerosi precedenti penali e un arresto. Anche Alberto Dell’Utri, fratello di Marcello, viene incaricato di gestire la Nuova Venchi Unica (INIM). La INIM e la RACA (altra società riconducibile a Rapisarda) sono gestite altresì da Francesco Paolo Alamia, facente parte dell’entourage del democristiano ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino (condannato per mafia) legato ai corleonesi di Totò Riina. Egli era stato assessore regionale ai tempi dell’escalation di Ciancimino alla guida della città di Palermo.

“Che Alamia fosse in affari con Ciancimino è una circostanza da me conosciuta e che credo risulti anche da qualche processo che si è già celebrato. Per quanto riguarda Rapisarda e Dell'Utri, non so fornirle particolari indicazioni, trattandosi ripeto sempre di indagini di cui non mi sono occupato personalmente”.
(Paolo Borsellino)


Rapisarda racconta che fu proprio Gaetano Cinà (vedi sopra, ndr) a raccomandargli i fratelli Dell’Utri per conto dei boss mafiosi alleati Bontade, Teresi e Marchese. Constatata la delicata situazione, non potendosi contrapporre agli interessi dei potenti boss, egli ritiene che fu costretto ad assumerli. Gioacchino Pennino, collaboratore di giustizia, conferma che Marcello e Alberto Dell’Utri erano nel ‘78 al vertice delle società INIM e RACA a Milano, testimonianza che trova riscontro in un rapporto della Criminalpol del 1981, esaminato dagli inquirenti, che attesta che suddette società commerciali erano gestite dalla mafia che se ne serviva per riciclare il denaro sporco proveniente da illeciti. Nel 1980 Alberto Dell’Utri viene arrestato per bancarotta fraudolenta della società da lui gestita, stessa sorte sarà riservata a quella del fratello Marcello (che sarà solo oggetto di indagini). Con lui si spalancano le porte del carcere di Torino anche per Rapisarda e Alamia. Berlusconi riassume Marcello Dell’Utri che, dopo il recente fallimento, viene nuovamente incaricato di dirigere una società, si tratta della neonata concessionaria pubblicitaria dell’impero Fininvest: Publitalia 80. Dal 5 al 15 febbraio 1980 i telefoni di Mangano e Dell’Utri sono sottoposti ad intercettazioni, gli inquirenti focalizzano l’attenzione sui toni affettuosi usati reciprocamente dai due utenti. Colpisce particolarmente la conversazione del 19 aprile 1981, durante la quale Mangano riferisce a Dell’Utri di avere il “cavallo” che fa per lui. Dell’Utri replica che non ha i soldi necessari per comprarlo e Mangano gli suggerisce di farseli dare dall’amico Berlusconi, Dell’Utri precisa che “quello lì ’n’ sura (non paga)”.

“Vittorio Mangano, se ci vogliamo limitare a quelle che furono le emergenze probatorie più importanti, risulta l’interlocutore di una telefonata intercorsa tra Milano e Palermo nel corso della quale lui, conversando con un altro personaggio delle famiglie mafiose palermitane, preannuncia o tratta l’arrivo di una partita di eroina chiamata alternativamente, secondo il linguaggio che si usa nelle intercettazioni telefoniche, “magliette” o “cavalli”. (Borsellino NON si riferisce alla telefonata tra Dell’Utri e Mangano, NDA). Tra l'altro questa tesi dei cavalli che vogliono dire droga, è una tesi che fu avanzata alla nostra ordinanza istruttoria e che poi fu accolta al dibattimento, tanto è che Mangano fu condannato al dibattimento del maxi processo per traffico di droga”.
(Paolo Borsellino)


Dell’Utri, interrogato dal PM Antonio Ingroia, ritiene che Mangano voleva vendere il cavallo a Berlusconi perché sapeva che in quel periodo lui non poteva permetterselo e giustifica la telefonata a lui diretta sostenendo che il Mangano sapeva che la gestione del rapporto tra il mafioso e il futuro primo presidente del Consiglio della seconda Repubblica Silvio Berlusconi, spettava a lui.


Martina Di Gianfelice


LINK: il libro di Federico Elmetti "Marcello, Silvio e la mafia" (Redazione 19luglio1992.com)












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