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Scritto da Peter Gomez   
Sabato 02 Gennaio 2010 15:31

Basta isolamento al boss Graviano Protestano i familiari, Alfano tace

di Peter Gomez
A dire chiaramente quello che in molti pensano è Giovanna Maggiani Chelli, la portavoce dell’associazione dei familiari delle vittime di via Georgofili. Per lei, che il 27 maggio del 1993 ha visto sua figlia Francesca gravemente ferita e il fidanzato Dario ucciso da un’autobomba piazzata a Firenze dalla mafia per spingere lo Stato ad abolire il 41 bis, i fatti parlano da soli. La decisione della Corte d’Assise di appello di Palermo di attenuare il regime di carcere duro inflitto al boss Giuseppe Graviano, è solo “l’ennesimo capitolo di una trattativa che dura ormai da 16 anni”. Le carte, certo, sono come sempre a posto. Ma le coincidenze temporali non possono che far rabbrividire.
 
L’11 dicembre Giuseppe Graviano viene ascoltato nell’aula del processo contro Marcello Dell’Utri. Il procuratore generale Nino Gatto vorrebbe chiedergli se davvero, come raccontato dal pentito Gaspare Spatuzza, tra lui e il collaboratore di giustizia ci sia stato nel ‘94 un incontro al bar Doney di Roma durante il quale Graviano disse di aver siglato un accordo politico con Berlusconi e Dell’Utri. Un patto, di cui avevano già parlato almeno una decina di ex mafiosi, in base al quale Cosa Nostra avrebbe garantito un appoggio elettorale alla nascente Forza Italia in cambio di una mano per risolvere i problemi dell’organizzazione criminale. Come si conviene ai boss di rango, Giuseppe Graviano, al contrario di suo fratello Filippo che ha parlato per smentire Spatuzza, si avvale della facoltà di non rispondere. Ma fa presente alla corte che potrebbe accettare l’interrogatorio più avanti quando avrà risolto i suoi problemi di salute legati, sostiene, proprio alla durezza del 41 bis.
Alla luce del contenuto della sentenza di primo grado contro Dell’Utri, che considerava reale il patto tra Cosa Nostra e il braccio destro di Berlusconi, le sue parole risuonano come un ricatto in piena regola: o fate qualcosa per noi, o io mi decido a raccontare quello che è accaduto. Subito dopo Natale arriva la decisione dei giudici della Corte d’Assise di Palermo. A Giuseppe Graviano, che ha già scontato 3 anni di isolamento diurno a lui comminati come pena accessoria per una vecchia condanna all’ergastolo, non è possibile infliggere altri mesi d’isolamento. La legge, sostengono, parla chiaro: non importa che a Giuseppe siano piovuti nel frattempo addosso altri ergastoli e altre pene accessorie di questo tipo. Il periodo massimo d’isolamento per ciascun detenuto non può superare i tre anni. E oltretutto, stando a quanto risulta a Il Fatto Quotidiano, già da tempo Giuseppe Graviano durante il giorno poteva socializzare con gli altri carcerati (al massimo tre per volta). La vecchia condanna all’isolamento era scaduta da un pezzo e ai primi di ottobre, quando era arrivata la nuova sentenza, la direzione del carcere milanese di Opera si era rivolta ai giudici palermitani per chiedere lumi. Poi uno dei difensori dei Graviano, l’avvocato Gaetano Giacobbe, aveva sollevato quello che in gergo tecnico si un incidente di esecuzione della pena. E alla fine aveva avuto partita vinta.
Tutto chiaro, insomma? Non tanto.“È la solita storia”, protesta Giovanna Maggiani Chelli, “Il Parlamento ha avuto 16 anni per tappare le falle nella legge. Il punto per noi è che, per i condannati per strage, sull’isolamento deve valere un regime diverso rispetto a quello degli altri detenuti. E invece noi oggi abbiamo l’impressione di assistere a una trattativa che ormai avviene a cielo aperto. Graviano ha detto in aula quello che vuole ottenere. Qualcuno, se può farlo, dovrebbe tranquillizzarci. Del resto proprio lui in via dei Georgofili con il tritolo voleva abolire il 41 bis e oggi 1 gennaio é cominciato l'inter che porterà l'abolizione. Questo è un regalo di Natale”. Fino alle 21 il ministro della Giustizia, Angiolino Alfano, non ha però replicato alla portavoce dell’associazione. E, a parte il finiano Fabio Granata che ha chiesto al Guardasigilli, come ha fatto il Pd, “una risposta trasparente alla sacrosanta indignazione dei familiari delle vittime”, dal Pdl sono solo arrivati attacchi ad Antonio Di Pietro. Il leader dell’Idv, aveva parlato di “un segnale inquietante che non aiuta certo la credibilità della giustizia”. E aveva spiegato come la revoca dell’isolamento “al di là delle intenzioni” rischiasse di apparire come una ricompensa al “silenzio omertoso del boss”. Così gli azzurri non s’indignano per quello che Maggiani Chelli definisce “il buonismo” nei confronti dei Graviano, ma per Di Pietro che “non abbassa i toni”. Forse perchè, come ripetono in Sicilia, la parola migliore è sempre quella che non si dice. Proprio per questo adesso il silenzio di Alfano diventa assordante.

In Il Fatto Quotidiano, 2 gennaio 2010
 

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