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Dimezzata la condanna, la Corte crede a Ciancimino PDF Stampa E-mail
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Scritto da Silvia Cordella   
Giovedì 31 Dicembre 2009 14:32

31 gennaio 2009 Palermo.
I giudici della quarta sezione della corte d’appello di Palermo hanno condannato Massimo Ciancimino a 3 anni e 4 mesi per riciclaggio e intestazione fittizia di beni nell’ambito del processo relativo all’eredità di suo padre. Dopo quasi sette ore di camera di consiglio il Collegio presieduto da Rosario Luzio ha deciso di concedere al figlio dell’ex sindaco di Palermo le attenuanti generiche e lo ha assolto dall’imputazione di tentata estorsione ai danni di Monia Brancato e sua madre Maria D’Anna.

La Corte ha anche disposto il trasferimento degli atti del processo alla Procura che sta già indagando su alcuni pagamenti fuori contabilità della Gas spa finiti nelle mani di politici di prim’ordine. Un provvedimento che avvalora l’attendibilità delle dichiarazioni rese in aula da Ciancimino jr durante il dibattimento di secondo grado in merito alla reale divisione delle quote dell’azienda di metano. La società del Gruppo Brancato – Lapis, secondo le recenti ricostruzioni di Ciancimino, che operava in Sicilia dagli anni Ottanta in regime pressoché di monopolio grazie alle agevolazioni politiche e i collegamenti con Cosa Nostra. In particolare di Provenzano che se ne sarebbe servito per l’affidamento dei subappalti attraverso la mediazione del suo mentore corleonese Vito Ciancimino, socio occulto dell’impresa.
L’indagine nata dopo la morte di don Vito, aveva preso il via dalla collaborazione del braccio destro di Provenzano Nino Giuffrè. La sentenza di primo grado in particolare aveva fotografato il passaggio di circa 5 milioni di euro transitati dal conto Brancato a quello della figlia di Lapis poi finiti in quello svizzero “Mignon” nella disponibilità di Massimo Ciancimino. La somma sarebbe stata la quota spettante a don Vito dalla vendita della Gas spa agli acquirenti spagnoli della Gas Natural. Un pagamento che le eredi dell’ex socio di Lapis hanno giustificato come un errore chiedendone (dopo le prime iscrizioni nel registro degli indagati) la restituzione.  Da lì l’accusa per Ciancimino di tentata estorsione e la condanna al risarcimento dei danni agli ex soci di Lapis. Decisione non confermata in appello dalla Corte che alla luce dei fatti non ha evidentemente ritenuto credibile la tesi della difesa.  Il Collegio, trasmettendo gli atti ai magistrati della Dda di Palermo, ha concesso così una nuova opportunità per rivalutare i fatti sulla base delle nuove prove emergenti. Ai pm Nino Di Matteo e Antonio Ingroia, che lo stanno sentendo sulla questione della Trattativa tra mafia e Stato, Massimo Ciancimino ha parlato del ruolo svolto dal padre all’interno della società del Gas rimettendo sul tavolo il tema centrale di quegli anni: il sistema tangentizio degli appalti e le collusioni tra mafia e politica. Secondo ciò che è trapelato non solo Brancato sarebbe stato il vero prestanome del padre ma a libro paga ci sarebbero stati anche Carlo Vizzini (pdl), l’on. Saverio Romano (Udc), l’ex Presidente della Regione Salvatore Cuffaro e l’on. Cintola, per ora iscritti tutti nel registro degli indagati. Insomma l’impianto accusatorio del primo grado è destinato a una rivisitazione dei fatti anche se non cambiano le ammissioni di colpa e le responsabilità di Ciancimino sul patrimonio ereditato dal padre. A tal proposito lui stesso ha dichiarato: “Non mi aspettavo un’assoluzione. Ero stato io stesso a dire che avrei dovuto pagare per quel che ho fatto. Però l’accusa più infamante è caduta: quella della tentata estorsione. I giudici mi hanno creduto”.  
Per i coimputati di Ciancimino invece restano quasi immutate le condanne: 5 anni al tributarista Gianni Lapis per intestazione fittizia di beni (era stato condannato in primo grado a 5 anni e 4 mesi), all’avv. Giorgio Ghiron, accusato di riciclaggio in concorso, sono stati inflitti 5 anni e 4 mesi (come nel primo grado), alla vedova di don Vito la Corte ha dato 12 mesi contro i 16 della sentenza del 2007.  Rimane confiscato il patrimonio di 60 milioni disposto in primo grado a carico degli imputati.

Silvia Cordella da Antimafiaduemila

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