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Marco Travaglio, Passaparola del 18 maggio 2009 - Chi è Stato:nessuno PDF Stampa E-mail
Video - Passaparola di Marco Travaglio
Scritto da Marco Travaglio   
Lunedì 18 Maggio 2009 19:14

[youtube:www.youtube.com/watch?v=sO1XY7T4vFs]
fonte: www.beppegrillo.it

Il comissario e l'anarchico

Buongiorno a tutti, oggi è il primo compleanno di Passaparola, da un anno siamo insieme a farci compagnia con questo appuntamento del lunedì e vorrei parlarvi di una questione che mi è capitata, ma non è un fatto personale, naturalmente riguarda un tema molto importante che è la nostra storia repubblicana, anzi il doppiofondo della nostra storia repubblicana.

Tutto è cominciato qualche giorno fa quando il Capo dello Stato ha ricevuto al Quirinale due vedove simbolo dei ministeri della nostra storia repubblicana, la vedova del Commissario Luigi Calabresi e la vedova dell’anarchico Giuseppe Pinelli, quest’ultimo precipitò dalla finestra della Questura di Milano poco dopo la strage di Piazza Fontana, per la quale era stato sospettato, ingiustamente sospettato in base a quella pista anarchica che la Questura di Milano aveva imboccato a causa di una velina falsa, depistante, trasmessa agli organi di Polizia dall’allora Ministro dell’Interno, in particolare dall’Ufficio Affari Riservati del Viminale, quello che per anni, anni e anni è stato presidiato e guidato da un personaggio molto particolare, il Prefetto Federico Umberto d’Amato.
La velina sulla pista anarchica portò le forze dell’ordine milanesi a imboccare la strada del sospetto nei confronti di Pietro Valpreda che peraltro era stato riconosciuto dal tassista Rolandi e poi si è scoperto che in realtà quel riconoscimento era anche plausibile nel senso che Valpreda somigliava molto a una persona che a buon titolo poteva essere coinvolta in quella strage, poi alla fine dopo una lunga custodia cautelare - all’epoca si chiamava carcerazione preventiva - e dopo molti processi dalle alterne sentenze, venne riconosciuto innocente. Nel frattempo, grazie alle indagini prima condotte da giudici milanesi come Gerardo d’Ambrosio, Emilio Alessandrini, al Giudice Stiz di Trento, si era poi arrivati alla pista autentica, quella vera, quella che poi è stata certificata anche da una sentenza della Cassazione, la pista nera, la pista dei neofascisti, neonazisti di ordine nuovo, in particolare delle cellule venete: Freda, Ventura, Zorzi, questi erano i capi delle cellule venete e della cellula milanese di ordine nuovo.
Il Commissario Calabresi fu indicato come il colpevole dell’assassinio di Pino Pinelli, fu indicato da molti intellettuali in un famoso appello, alcuni dei quali poi hanno chiesto scusa per avere ingiustamente criminalizzato il commissario Calabresi definendolo l’assassinio di Pinelli, il defenestratore di Pinelli e fu proprio lo stesso Gerardo d’Ambrosio a trattare quella vicenda e alla fine a scagionare Calabresi che era stato criminalizzato da una campagna lanciata da Lotta Continua e ripresa da molti intellettuali molto famosi anche di sinistra, che in buona o in cattiva fede, avevano individuato in lui il mostro, colui che aveva individuato la pista anarchica e colui che aveva defenestrato l’anarchico Pinelli. In realtà si è scoperto non solo che Calabresi e Pinelli erano amici, anche perché Pinelli veniva spesso sentito, gli anarchici in quel periodo qualche bomba dimostrativa l’avevano piazzata anche se Pinelli non c’entrava direttamente, quindi si regalavano addirittura dei libri a Natale il Commissario e l’anarchico, ma soprattutto si accertò e lo accertò Gerardo d’Ambrosio, grazie a testimonianze assortite, persino di giornalisti che erano presenti quella sera e quella notte in Questura, sapevano benissimo che nel momento in cui cadde Pinelli dall’ufficio dal Commissario Calabresi, quest’ultimo non era presente nell’ufficio, anzi era in un’altra area del Palazzo, dall’altra parte, molto lontano, quindi non poteva essere minimamente responsabile di quella caduta, caduta che poi fu attribuiti dal Giudice d’Ambrosio a un malore che aveva colto Pinelli che poi era precipitato da una specie di piccolo ballatoio nel quale era andato a fumare, a prendere un po’ d’aria aprendo la porta – finestra dello studio di Calabresi.

Pacificazione di una stagione di stragi

Comunque siano andate quelle vicende, sono vicende molto lontane, quindi è stato molto giusto, positivo che le due vedove di quella stagione si siano ritrovate insieme al Capo dello Stato, nel 40° anniversario della strage di Piazza Fontana, perché a dicembre ci sarà il 40° compleanno di una strage che poi ha cambiato la storia d’Italia e sia Pinelli, sia Calabresi furono le vittime a scoppio ritardato di quella strage dopo le vittime, che invece erano cadute a causa di quella bomba neofascista, perché Calabresi fu lasciato solo dallo Stato durante quella campagna di criminalizzazione che poi armò la testa e la mano dei killer di Lotta Continua. Sapete che per il delitto Calabresi sappiamo chi è stato, sappiamo chi ha guidato la macchina e sappiamo chi ha ordinato quel delitto: quel delitto fu ordinato dal capo del servizio d’ordine di Lotta Continua Giorgio Pietrostefani, fu avallato dal leader di Lotta Continua Adriano Sofri che disse a Leonardo Marino, l’operaio FIAT che era stato un po’ da autista a Sofri e era stato incaricato di condurre l’automobile per accompagnare il killer che era Ovidio Bompressi e Marino prima di accettare di partecipare a un omicidio, visto che mai prima di allora l’organizzazione si era macchiata di attività di questo genere, si era limitata a rapine, a esercitazioni militari ma non a omicidi, Marino prima di andare a Milano a partecipare all’attentato mortale a Calabresi, volle sapere dal leader di Lotta Continua di Sofri, del quale si fidava ciecamente, se anche Sofri era a conoscenza di questo progetto e Sofri gli disse di fare esattamente quello che gli aveva ordinato Pietrostefani e nel caso in cui fosse stato arrestato di nominare un certo Avvocato di Bologna che era un amico dell’organizzazione e allora poi Marino rubò la macchina utilizzata per l’attentato e accompagnò Bompressi che sparò e uccise il Commissario Calabresi in Via Cherubini.
Anche Calabresi fu vittima dunque a scoppio ritardato della stagione che si era creata con la strage di Piazza Fontana e del depistaggio, perché se non ci fosse stato il depistaggio del Viminale dell’Ufficio Affari Riservati che additava la pista sbagliata, quella anarchica per allontanare i sospetti dei neofascisti che erano molto legati a spezzoni dei servizi segreti italiani e soprattutto americani, Calabresi non sarebbe stato indotto a interrogare gli anarchici, non ci sarebbe stato l’interrogatorio a Pinelli, non ci sarebbe stata la tragica morte di Pinelli e quindi non ci sarebbe stata la campagna contro Calabresi e quindi non ci sarebbe stato l’omicidio di Calabresi.
Quindi quella stagione, il nostro Capo dello Stato, molto giustamente ha cercato non di chiuderla, ma di accompagnarla a una fase di pacificazione, purtroppo non tra i protagonisti che sono morti, ma tra le vedove dei protagonisti.

Parole giuste e parole infelici

In quell’occasione il Capo dello Stato ha detto una cosa molto giusta e una cosa molto infelice secondo me. Cito da “Il Corriere della Sera”: "Napolitano e le stragi, manca ancora la verità", dice il Capo dello Stato Giorgio Napolitano “Per attentati come quello di Piazza Fontana - e per quelli che lo seguirono, anche quelli rossi ovviamente perché dopo Piazza Fontana nasce il terrorismo rosso – manca un’esauriente verità giudiziaria anche se nel caso di Milano, Piazza Fontana, procedimenti e inchieste parlamentari hanno identificato l’ispirazione politica, non è proprio esatto che manchi una verità giudiziaria, è mancata la punizione dei colpevoli, ma la sentenza ultima della Cassazione su Piazza Fontana ha stabilito che gli attentatori facevano parte di Ordine Nuovo, della colonna veneta di Ordine Nuovo e che i probabili complici o responsabili di quell’attentato tra i quali Freda e Ventura non possono più essere processati e eventualmente condannati perché erano già stati assolti nei processi che si sono celebrati negli anni in cui le indagini furono ferocemente depistate, quest’ultimo processo, come quello in corso parallelo per l’attentato di Brescia a Piazza della Loggia, sono invece nati da nuove indagini, da nuovi collaboratori, come Martino Siciliano e come un altro, credo si chiami Carlo Digilio che hanno collaborato con la giustizia che hanno consentito di rifare i processi, purtroppo non più a carico di quelli tipo Freda e Ventura che erano già stati giudicati una volta e già assolti - sapete che in Italia non si può essere processati due volte per lo stesso reato, si chiama "ne bis in idem" questo principio giuridico - ma la Cassazione, questo è importante, pur non potendo mandare in galera nessuno, ci dice che quella era la matrice, quello era l’ambiente e era un ambiente neofascista, neonazista, Ordine Nuovo pesantemente infiltrato da uomini dei servizi segreti americani invece italiani, se fossero deviati o meno non mi avventuro perché per esistere una deviazione, deve esistere una direzione corretta, non so se i nostri servizi segreti abbiano mai avuto nella loro maggioranza una direzione corretta, per cui si può parlare di deviazioni, molto spesso le deviazioni sono proprio quelle dei fedeli servitori dello Stato che deragliano rispetto al binario, che è quello principale, che invece in realtà stesso si occupa di coprire queste stragi, questi omicidi politici, perché molto spesso queste stragi e questi omicidi politici sono stati o disposti o avallati o lasciati fare da uomini delle istituzioni, quindi chi è deviato rispetto a cosa non si è mai capito, servizi di sicurezza americani e italiani.
Dice Napolitano: “da allora in Italia si incrociarono diverse trame eversive da un lato di destra neofascista con connivenze anche in seno a apparati dello Stato - parole sante - dall’altro di sinistra estremista e rivoluzionaria, fino al dilagare delle Brigate Rosse, poi prima linea etc. etc.” il Presidente – dice Il Corriere – rammenta i tentativi di creare con le bombe un clima di convulso allarme o disorientamento e quindi una destabilizzazione del sistema, una svolta autoritaria con depistagli, dice il Presidente della Repubblica, di una parte degli apparati dello Stato e poi si augura che almeno nel processo per la strage di Brescia, affiorino verità, come nel caso di Piazza Fontana e giustizia, cioè che qualche colpevole si riesca a condannarlo e a mandarlo finalmente in galera!”
Poi aggiunge, e questa è la parte secondo me discutibile, “per quante riserve si possano nutrire sulle conclusioni raggiunte, non si possono gettare indiscriminati e ingiusti sospetti su chi indagò e sulla Magistratura - e su questo siamo d’accordo, la Magistratura fu a sua volta depistata, - coloro che si occupavano delle stragi sono magistrati valorosi come D’Ambrosio, come Emilio Alessandrini che poi è stato addirittura assassinato dai terroristi rossi, avendo indagato su Piazza Fontana.
La parte discutibile è quella che viene adesso, il nostro Stato Democratico proprio perché è rimasto democratico e in esso abbiamo vissuto, non in un fantomatico doppio stato, porta su di sé il peso della verità incompiuta. Napolitano dice: un conto è parlare di questi depistaggi, deviazioni, strategie della tensione etc., etc., un conto è dire che l’Italia è vissuta in un doppio stato, la teoria del doppio stato è stata illustrata, sostenuta da molti storici, molti giornalisti, politici, politologi, storici italiani e stranieri che sulla base delle carte hanno notato come in Italia, nella Prima Repubblica e purtroppo anche nella Seconda, ci siano due livelli istituzionali: il livello pubblico, quello che va in scena a beneficio di noi cittadini o forse spettatori e sudditi, è uno stato che professa democrazia, trasparenza, legalità, rispetto della vita, correttezza, dietro le quinte, invece, spesso le stesse persone, spesso altre persone che però appartengono sempre allo stesso stato, hanno commissionato omicidi, hanno tollerato stragi, hanno destinato indagini su omicidi e stragi, insomma hanno fatto della violenza e dell’omicidio e della strage uno strumento di lotta politica alternativo, rispetto a quello che veniva professato e testimoniano sul palco, sulla scena.

La teoria del doppio Stato

Il doppio stato è questo, uno stato di vizi privati e pubbliche virtù, uno stato che per giunta era sovranità limitata perché in base a accordi internazionali che qualcuno ha fatto risalire a Yalta in Italia, non poteva darsi l’eventualità che il partito Comunista andasse al governo, naturalmente il Partito Comunista non è mai andato al governo innanzitutto perché non è mai riuscito a vincere le elezioni, il sorpasso ci fu soltanto, se non erro, nella seconda metà degli anni 70, in occasione di un’elezione europea, nelle elezioni politiche il Partito Comunista prese sempre un po’ meno rispetto alla Democrazia Cristiana e comunque non aveva allevati a sufficienza per arrivare al 51%, ma erano già pronti dei piani e questo è stato dimostrato, per impedire al Partito Comunista di diventare partito di governo anche nel caso in cui fosse riuscito a raggiungere democraticamente la maggioranza.
E’ vero che il Partito Comunista per molti anni è stato un partito non democratico, un partito legato all’Unione Sovietica, ma è anche vero che le regole democratiche, purtroppo, devono valere per tutti e quindi è strano che ci fossero accordi internazionali per impedire che anche per via democratica il Partito Comunista potesse entrare nel novero dei partiti di governo.
Colui che stava lavorando per portare il Partito Comunista nell’area di Governo e cioè Aldo Moro, fu rapito dalle Brigate Rosse e ciascuno può pensarla come vuole sul caso Moro, sicuramente ci sono dei libri che segnalano, come quelli di un grande investigatore storico – politico e giornalista come Sergio Flamini che ha dedicato quasi tutta la sua vita ai misteri del caso moro e a quei legami, molto probabili tra i pezzi delle Brigate Rosse e pezzi dei nostri servizi segreti o almeno legami inconsapevoli, infiltrazioni da parte dei servizi italiani, dentro le Brigate Rosse, se non per pilotarle, almeno per governare certi loro comportamenti o almeno per sorvegliarli in tempo reale o addirittura per anticiparli e per studiarne le mosse.
Il discorso di Napolitano dunque arriva da un lato alla richiesta di fare verità e giustizia e questo è ineccepibile, dall’altro a negare il fatto che l’Italia abbia vissuto in un doppio stato, quello pubblico e quello privato, quello che si esibiva e quello che trescava, depistava, uccideva, faceva stragi!
Di questo doppio stato credo che non ci si possa neanche mettere a discutere, perché è un fatto notorio, nel senso che basta leggere pazientemente sentenze come quella a carico di Giulio Andreotti definitiva, come quella di primo grado a carico di Dell’Utri sulla parte delle trattative tra lo Stato e la mafia e tra esponenti della politica e la mafia negli anni della nascita della seconda Repubblica, ma basta leggere con attenzione la storia della strage di Portella della Ginestra che inaugurò di fatto la seconda Repubblica nei giorni caldi delle elezioni che decisero se l’Italia avrebbe avuto un futuro nell’occidente con la vittoria della Democrazia Cristiana e dei suoi alleati il 18 aprile 1948 o invece se avrebbe avuto un governo del fronte popolare delle sinistre con alla guida Togliatti.
La Portella della Ginestra quindi è una delle pietre fondanti della prima Repubblica, esattamente come la strage di Capaci, quella di Via D’Amelio, quella di Milano, di Firenze e di Roma sono le stragi, purtroppo fondanti della seconda Repubblica, la prima Repubblica è nata dalla Resistenza, della Costituente e lo sappiamo, ma immediatamente all’esordio c’è una bomba, uno sterminio di sindacalisti a Porcella della Ginestra, in Sicilia, in Provincia di Palermo, dove a sparare ci sono gli uomini della banda Giuliano, gli uomini della mafia e uomini dei servizi di sicurezza.
Il bandito Giuliano viene usato dallo Stato, ricatta uomini dello Stato che lo hanno usato, un suo parente stretto Gaspare Pisciotta sa tutto e quando Giuliano viene ucciso per il tradimento di Gaspare Pisciotta con i Carabinieri che poi fanno una pantomima e fingono che Giuliano sia morto in un conflitto a fuoco con loro, Gaspare Pisciotta diventa il ricattatore perché anche lui è a conoscenza di tutti i misteri di Portella della Ginestra e dell’assassinio di Salvatore Giuliano e dal carcere dove viene arrestato per l’omicidio di Giuliano, lancia messaggi continui ai politici, a Scelba Ministro dell’Interno dell’epoca e a altri esponenti della politica e delle istituzioni, dicendo so, voglio parlare, finché viene messo a tacere con il famoso caffè corretto al veleno.
Di storie come queste abbiamo.. Sindona che era un altro che poteva parlare e che è stato silenziato con un caffè corretto al veleno, abbiamo le sentenze sulle stragi fondative sulla seconda Repubblica che ci dicono come siano stati condannati soltanto i mandanti diretti e gli esecutori materiali, mentre i mandanti dell’intera strategia stragista politico – terroristica che la mafia mette in atto per conto terzi, uccidendo intanto Falcone che probabilmente è l’unica strage interamente mafiosa, anche se di significato politico di quella strategia, ma dal delitto Borsellino, dalla strage di Capaci alla strage di Via Palestro a Milano, alla strage di Firenze in Via dei Georgofili, alla strage di Roma, alle bombe di Roma alle basiliche di San Giorgio a Cremano, San Giovanni Laterano e poi l’ultima strage, quella che viene all’ultimo momento annullata nel novembre 1993, proprio alla vigilia delle elezioni fondative della seconda Repubblica, quelle che verranno finte 3, 4 mesi dopo da Forza Italia, noi abbiamo la certezza, perché è la certezza giudiziaria, che quei mandanti occulti esterni alla mafia e occulti perché non sono stati trovati esistono e visto che non sono stati trovati sono a piede libero, forse siedono in qualche istituzione importante e forse qualcuno che sa qualcosa siede in qualche istituzione importante e non è un caso forse, se in questi 15 anni ci siamo preoccupati molto più delle stragi altrui, quelle di Alcaida che a noi, per fortuna, finora non ha fatto danni, invece di occuparsi delle stragi nostre, dei morti nostri, dico i morti che gridano ancora giustizia da sottoterra a Firenze, Milano, Roma e Palermo.
Quindi che esista questo doppio stato con buona pace del nostro Capo dello Stato è un dato di fatto e è addirittura un fatto notorio, lo sanno tutti, per leggere la continua doppiezza di strato e doppio stato, andatevi a vedere uno splendido libro che vi ho già segnalato più volte, “Il ritorno del principe” di Roberto Scarpinato, intervista a Saverio Lodato pubblicato da Chiare Lettere.
Napolitano legittimamente ritiene che il doppio stato non c’è, e è fantomatico, naturalmente in un paese democratico ci si domanderebbe: A) com’è possibile che il Capo dello Stato, non un giornalista, possa dire che pezzi delle istituzioni hanno depistato stragi, hanno lavorato in un’oscura strategia della tensione per creare un clima di allarme, per destabilizzare il sistema, per una svolta autoritaria, per nascondere i veri colpevoli, quale Presidente della Repubblica di quale paese democratico potrebbe dire del suo paese quello che ha detto giustamente il nostro Capo dello Stato, quindi il fatto che l’Italia sia un unicum per la sua storia e per l’uso del delitto del crimine come strumento di lotta politica, è un fatto, nella sentenza Andreotti si scrive che Andreotti andava a discutere dell’omicidio di Mattarella prima che venisse perpetrato e dopo che era stato perpetrato e con chi ne discuteva? Con il mandante dell’omicidio Mattarella, Stefano Bontate allora capo della mafia, senza ricordarsi di avvertire Mattarella.
Questo è doppio stato, non c’è niente altro da dire, si chiama doppio stato, il Capo dello Stato ritiene che sia fantomatico e dicevo: affari suoi! Nel senso che non spetta al Capo dello Stato raccontare la storia d’Italia, la storia d’Italia la raccontano gli storici, la cercano gli storici, facendo funzionare il loro libero diritto di ricerca, di pensiero, di critica, la cercano di giornalisti, i cittadini, gli archivisti, i politici, i politologi, chi fa la storia non la può scrivere nelle democrazie, è nelle dittature che c’è la storia ufficiale l’ipse dixit, l’ha detto il Capo dello Stato, la storia è questa e noi storici di regime ci mettiamo a 90 gradi, obbediamo e ci facciamo mettere il timbro dello Stato sulla nostra storia di Stato, ma la storia di stato è qualcosa di terribile, di sovietico, di autoritario! Era Mussolini in Italia che voleva fare la storia e anche scriverla contemporaneamente!

Se lo dice il Quirinale, allora è vero

Da noi la cronaca dell’ippica non la può scrivere il cavallo ovviamente, quest’ultimo corre e ci sarà qualcuno che racconta come ha corso. Invece un giornalista, fino a qualche settimana fa vicedirettore del Correre della Sera Pierluigi Battista, prende quella frasetta di Napolitano, trascurando le altre, per fargli dire che gli storici devono smetterla di cercare le prove del doppio stato perché? Perché l’ha detto Napolitano, il Quirinale affondò l’ideologia del doppio Stato e qui fa una lunga lista di storici che dovrebbero intanto vergognarsi per quello che hanno sostenuto in questi anni e poi dovrebbero smetterla con queste dietrologie, fa i nomi di Sergio Flamini peraltro chiamandolo Flamini mentre si chiama Flamigni, non sa neanche come si chiama la persona con cui sta polemizzando, Giuseppe Lupis che ha fatto dei bellissimi libri di storia sui servizi segreti italiani, Aldo Giannuli, i fratelli Cipriani, Giovanni, Fasanella, Sandro Provvisionato, Dimitri Buffa, Nicola Arano, Carlo Lucarelli se la prende anche con Lucarelli e dice “basta” il Capo dello Stato ha suonato il silenzio, quindi statevi zitti!
Ipse dixit è una cultura un po’ autoritaria, ricorda il Ministero della verità del 1984 Orwell il Ministero della Verità, decide lui quali sono le verità vere, quali sono quelle false, decide il governo quali parole dobbiamo usare, infatti la pace diventa guerra, decide lo Stato, la storia e addirittura il vocabolario!
Vado alla fiera del libro, dico che questa cosa mi sconcerta, vedere un giornalista o un iscritto all’ordine dei giornalisti, che invita gli storici e i giornalisti a smetterla di fare ricerche e a mettersi a 90 gradi sulla storia ufficiale che è stata sancita, secondo lui, dal Capo dello Stato, esplode il finimondo! Ricordo anche alla fiera del libro che Giorgio Napolitano era stato protagonista da un’altra infelice dichiarazione, quando era diventato il primo Ministro dell’Interno comunista e non democristiano della storia d’Italia, nel 1996 nel primo Governo Prodi, appena insediato al Viminale il 23 aprile, proprio nell’anniversario della strage di Capaci, aveva detto a Lucia Annunziata “mi impegno alla massima trasparenza… ma non vado lì per aprire armadi… farò tutto quello che sarà necessario per risolvere la trasparenza, ma non intendo rifare la storia di 50 anni, non vado a fare indagini retrospettive” valeva la pena di portarci un ex comunista al Viminale per sentir dire delle cose che avrebbero potuto dire anche Cossiga e Andreotti, tanto valeva lasciarci Cossiga e Andreotti che gli armadi li avevano tenuti chiusi per 50 anni! Si sperava che un ex comunista li aprisse, invece lui tende subito a rassicurare che lui gli armadi non li apriva!
Su “Il Corriere della Sera” esce un articolo delirante e dice “Doppio Stato, attacco show di Travaglio, un attacco violento a Giorgio Napolitano” per avere io citato una frase che ha detto Napolitano “vilipendio” semmai è “autovilipendio” dopodiché c’è scritto che nell’incontro che era organizzato da Micromega, non c’è stato il contraddittorio, non mi ero portato qualcuno a parlarmi sopra a interrompermi e a insultarmi come di solito vorrebbero fare questi signori!
Dopodiché sotto si scrive che la mia teoria ricorda il Ministero della verità di Orwell con un ribaltamento totale della realtà, perché nel Ministero della Verità di Orwell non c’è nessuno che fa ricerche libere, io invece ho chiesto che si continui a fare ricerche libere sul doppio stato anche se il Capo dello Stato non gradisce! Quindi ho detto esattamente il contrario, è chi interpreta le frasi del Capo dello Stato come la fine delle ricerche storiche che dovrebbe essere accusato di avere nostalgia per il Ministero della Verità di Orwell ma comunque questo per dirvi come viene fatta l’informazione su quello che passa per essere il primo quotidiano italiano!

Quando Napolitano non voleva aprire gli armadi

Ieri sera mi chiama Aldo Giannuli, quest’ultimo è uno storico, un’analista, è stato consulente della Commissione stragi, è uno dei massimi esperti dei misteri d’Italia e mi ricorda una cosa che mi ero dimenticato, intanto mi dice che aveva scritto una lettera al Corriere della Sera per rispondere a Battista, ma dato che sul Corriere della Sera vige il contraddittorio, non gliel’hanno pubblicata, e allora l’ha pubblicata sul suo sito che chiunque voglia consultare è aldogiannuli.it, ma soprattutto Giannuli mi ha ricordato in quale contesto il Presidente della Repubblica attuale nel 1996 Ministro nell’Interno aveva detto “non aprirò gli armadi, non vado lì a aprire gli armadi” il contesto era che Federico Umberto d’Amato, il vecchio capo dell’ufficio affari riservati, quello della velina depistante di Piazza Fontana sulla pista anarchica, ancora vivo nel 1996, nei giorni della nascita del Governo Prodi aveva detto: ah Napolitano Ministro dell’interno, l’abbiamo tenuto sott’osservazione per 30 anni, è una brava persona! E’ una dichiarazione che poteva sembrare anche un messaggio un po’ così, sta di fatto che dopo quella dichiarazione un po’ così, Napolitano si sente in dovere di dire: ah vado lì ma non apro gli armadi! Cosa succede? Che pochi mesi dopo, il primo agosto 1996 Federico Umberto d’Amato muore e guarda un po’ la combinazione, esattamente una settimana dopo, lui muore il primo agosto, l’8 agosto viene trovato sulla circonvallazione dell’Appia a Roma un pezzo dell’archivio segreto del Viminale, un po’ di quegli armadi che Napolitano aveva giurato di non essere arrivato lì per aprirli e lì c’era di tutto e di più!
Napolitano fa una brutta figura perché trovano degli armadi non appena lui ha detto: non vado a aprire gli armadi perché non ce ne sono! Allora lì è un po’ a disagio e dice: non farò sconti a nessuno, farò piena luce… nomina una Commissione di inchiesta interna, dicendo che poi tutto ciò che è stato trovato, tutti i risultati di questa Commissione di inchiesta saranno pubblici.
Purtroppo però dopo qualche mese, quando la Commissione interna consegna la sua relazione alla Commissione stragi sull’archivio dell’Appia, si scopre che è tutto segretato, addirittura per i consulenti della Commissione stragi, i quali di solito possono andare a consultare anche i documenti top secret con l’autorizzazione e prendere appunti.
Per quelle carte dell’Appia e la relazione su quelle carte dell’archivio riservato dell’Appia, invece il Ministro dell’Interno, presieduto da Napolitano aveva stabilito che non potessero portarsi neanche un foglio per prendere appunti i consulenti che consultavano quelle carte, potevano soltanto guardarle, dovevano scrivere a che ora avevano iniziato a guardarle e a che ora avevano smesso di guardarle e dovevano dire carta per carta quelle che guardavano, il tutto sotto la sorveglianza di un Carabiniere.
Dopodiché data un’occhiata veloce a questa montagna di centinaia di carte, tutto è rimasto segreto e segretato per sempre, ci furono poi degli altri ritrovamenti di altri pezzi di quegli archivi riservati in altri sottoscala etc., etc., insomma si ebbe l’impressione che non solo Napolitano non fosse andato lì per aprire gli armadi, ma a giudicare dalla segretezza con cui aveva protetto quelli che si erano scoperti, fosse arrivato lì addirittura per dare un altro giro di chiave a quegli armadi!
Naturalmente appena ho parlato, ho toccato evidentemente un nervo sensibile perché tramite ambienti del Quirinale, sapete come fa il Quirinale a rispondere, non dice mai “Napolitano dice” da ambienti vicini al Quirinale fanno osservare che è stata garantita massima pubblicità e trasparenza, per nulla al mondo! Massima segretezza come ha appena dimostrato Giannuli, leggerete il suo testo sul suo blog.
Ieri è uscito l’ultimo furbo della nidiata che è Fassino che ha fatto una dichiarazione “ancora una volta Marco Travaglio ricorre a ricostruzioni fantasiose, giudizi sommari e espressioni offensive nei confronti del Capo dello Stato per accreditare presunte verità prive di qualsiasi reale fondamento, fortunatamente – aggiunge Fassino esprimendo solidarietà a Napolitano – la stragrande maggioranza degli italiani sa quanto Giorgio Napolitano in tutti gli incarichi politici e istituzionali, si sia sempre ispirato al rigore” è una frase che Fassino avrebbe potuto pronunciare a proposito di qualunque altra cosa, perché non ho detto nulla di tutto ciò che lui mi attribuisce, mentre Fassino naturalmente non sa quello che avevo detto, non sa a cosa mi riferivo, nessuno ha sentito il bisogno di andare a verificare che cosa avevo detto e magari un giorno, non dico a Fassino perché sarebbe troppo, ma a qualcuno che sia veramente interessato alla nostra democrazia, verrà la curiosità di domandarsi a eventuali superstiti o loro eredi, che fine hanno fatto quelle carte secretate nel 1996 con il Carabiniere di piantone e la chiave chiusa a doppia mandata, passate parola!

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