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Via D'Amelio. le verità supposte PDF Stampa E-mail AddThis Social Bookmark Button
Editoriali - Editoriali
Scritto da Mariavittoria Orsolato   
Domenica 02 Agosto 2009 15:43
 
A 17 anni dalla strage di via D’Amelio, si riaprono per la terza volta i fascicoli del processo contro gli assassini del giudice Paolo Borsellino. I nuovi elementi arrivano dalle rivelazioni del pentito Gaspare Spatuzza, picciotto corleonese, fedelissimo del boss Leoluca Bagarella e assassino di padre Puglisi, il celeberrimo parroco anti-mafia. Spatuzza si sarebbe autoaccusato di aver procurato la Fiat 126 imbottita di tritolo parcheggiata davanti alla casa della madre del magistrato, smentendo uno dei testimoni chiave dei processi precedenti, quel Vincenzo Scarantino il cui verbale d’interrogatorio datato 2 giugno 1994 fu modificato con note a margine prima smentite, poi ritratte, poi di nuovo smentite.
Questo è solo un piccolo tassello nello sconfinato mosaico di personaggi, luoghi e istituzioni che fanno dell’omicidio Borsellino uno dei nodi chiave della storia della seconda Repubblica. Dentro il calderone giudiziario c’è praticamente di tutto: mafiosi, agenti di Sismi e Sisde, politici, magistrati. Ci sono sparizioni misteriose di elementi fondamentali per le indagini - come l’importantissima agenda rossa del magistrato, ribattezzata “la scatola nera della seconda Repubblica” - o la più recente scomparsa nelle stanze della Corte di Appello di Palermo di una carta sim contente il numero dell’agente del Sismi che trattò con l’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino, prima e dopo l’estate di sangue del 1992.

Ci sono attori come Mario Mori, direttore del Sisde dal 2001 al 2006, che coordinò l’arresto di Totò Riina nel 1993 ma che, per aver fallito la cattura di Provenzano solo due anni dopo, è attualmente indagato dalla procura di Palermo per favoreggiamento mafioso. Ci sono poi personaggi secondari, come l’attuale vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Nicola Mancino, che negano l’evidenza di documenti autografi di Borsellino: uno in particolare annotava un appuntamento per il 1° luglio 1992 proprio con l’allora ministro dell’Interno, ma il diretto interessato pare non ricordare.

Il problema di questa vicenda è che a mano a mano che si scava, si scoprono continuamente nuovi personaggi, nuove collusioni, nuovi reati. Venire fuori da questa infinita matrioska con una verità incontrovertibile, per giunta dopo ben 17 anni, pare praticamente impossibile, per cui è bene limitarsi ai fatti, o meglio alla loro successione. Tutti sappiamo cosa accadde quel terribile 19 luglio a Paolo Borsellino e ai cinque agenti della sua scorta; sappiamo anche che ci sono stati due processi e che gli esecutori della strage sono stati individuati e puniti con svariati ergastoli. Tralasciando l’immensa mole di dati relativi a nomi come Contrada, Ayala, Arcangioli - e sono solo una minima parte - sarebbe bello poter fare un piccolo esercizio di fantapolitica, o fantamafia che dir si voglia, provando a leggere gli avvenimenti dell’ultimo periodo in chiave un po’ più maliziosa.

Partiamo da febbraio e da Gioacchino Genchi, il superconsulente giudiziario che per primo riscontrò in Castel Utveggio, il luogo da cui partì il comando d’innesco dell’autobomba di via D’Amelio. Lo scorso febbraio Genchi è stato sottoposto a procedimento penale dopo che la stampa e lo stesso Berlusconi avevano indicato il suo archivio come prova palese di violazione della privacy di ben 350.000 persone. Nonostante il perito assicurasse che quei tabulati erano atti pubblici consegnati direttamente dagli inquirenti, il 13 marzo i carabinieri del Ros su mandato della procura di Roma, sequestrano tutti i suoi computer. Sebbene sia stato ufficialmente scagionato il 26 giugno, i giudici di Roma non hanno ancora restituito a Genchi il suo “archivio segreto”.

A marzo il figlio dell’ex sindaco di Palermo don Vito Ciancimino, dopo essere stato arrestato per riciclaggio, decide di collaborare con la giustizia promettendo di rivelare documenti segreti del padre, tra cui un importante “papello” che confermerebbe il patto tra mafia e Stato imposto da Riina per fermare la campagna stragista, sia nell’isola che in continente. E’ notizia di ieri che lo stesso Massimo Ciancimino ha rinunciato a collaborare con la magistratura a seguito delle dichiarazioni poco carine, oltre che poco intelligenti, del procuratore capo di Caltanissetta, Giuseppe Barcellona, sul Giornale di Sicilia. Definendo Ciancimino jr “equivoco e di modesto spessore culturale, probabilmente strumentalizzato da qualcuno”, il procuratore Barcellona si è giocato uno dei superteste della maxi-indagine aperta all’interno della sua procura dal pm Sergio Lari, ed ora rischia di mandare in fumo l’operato di chi pare finalmente deciso a fare chiarezza sulla morte del giudice Borsellino e del collega Falcone.

Proprio il 19 luglio, dopo ben 16 anni di silenzio, torna a parlare il “capo dei capi”, quel Totò Riina individuato come mandante mafioso delle stragi del 92-93. “L’ammazzarono loro. Non guardate sempre e solo a me, guardatevi dentro anche voi”, questo il messaggio che Riina ha voluto affidare dal carcere al suo avvocato Luca Cianferoni: singolare che questo sia solo il primo avvertimento dal gennaio del ’93, ancor più strano che Riina parli proprio ora.

A questo punto bisogna necessariamente oltrepassare il confine giudiziario per entrare in quello politico. Il 28 luglio viene condannato a 10 anni e 8 mesi l’ex forzista, ora Pdl, Giovanni Mercandante, reo di associazione mafiosa secondo la seconda sezione del tribunale di Palermo. Lo stesso Ciancimino millanta di avere le prove di una comunicazione scritta da Provenzano direttamente a Berlusconi. Negli stessi giorni Raffele Lombardo e Gianfranco Miccichè, entrambi militanti nel Pdl, minacciano di fondare una specie di Lega Sud, in quanto la regione è stata economicamente ed istituzionalmente abbandonata a sé stessa.

Berlusconi convoca immediatamente un vertice a Palazzo Grazioli in cui colloquia con tutti i senatori siciliani, ribadendo che al Sud basta il Pdl e promettendo interventi per 4 miliardi di euro. Come mai per trovare i fondi da stanziare all’Abruzzo si è faticato così tanto, se è bastata una chiacchierata a reperire cotanta cifra per il Sud? O meglio, alle amministrazioni del Sud, che ne faranno l’uso che preferiscono.

Il quadro, parziale e sicuramente azzardato, che traspare da questa serie di avvenimenti apparentemente lontani tra loro, sembra indicare in tre istituzioni la chiave di volta della stagione stragista del ’92: mafia, politica e magistratura hanno lavorato assieme per dare un nuovo assetto istituzionale alla seconda Repubblica, un nuovo imprinting basato su collusioni, corruzione, peculato e sostanziale impunità. Ancora una volta, una semplice sequenza di fatti, fa affiorare un grande interrogativo: chi comanda in Italia? Chi decide? Siamo proprio sicuri che il governo Berlusconi abbia potere e volontà propri?

Mariavittoria Orsolato
da
www.altrenotizie.org
 
Commenti
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maria rosa  - navigando e curiosando, escono i nomi.   |2009-08-02 18:20:47
Non compare la firma dell'autore, ma il sito su cui trovare il testo sì.
Lo
conservo da tempo e lo posto.
----------------------------------------
23
Maggio 2006
MA VA'....
Il 19 luglio 1992 il giudice Borsellino veniva
dilaniato da una bomba mafiosa con gli uomini della sua scorta. Un carabiniere,
dopo qualche ora, si avvicinò ai resti dell'auto e raccolse la borsa del
magistrato. Ora è indagato a Caltanissetta per avere trafugato l'agenda di
Borsellino con gli appunti sull'omicidio Falcone e probabili spunti sulla
trattativa tra Stato e mafia. Quel carabiniere è Giovanni ARCANGIOLI: è lui a
coordinare le indagini ed avere istruito le intercettazioni.
Al suo fianco
c’è Aurelio AURICCHIO. Anni fa venne accusato di avere manipolato
intercettazioni telefoniche. Lui querelò per diffamazione chi lo accusava di
taroccare le intercettazioni, ma i tribunali gli diedero torto. Gli
investigatori (Arcangioli e Auricchio) che hanno lavorato alle intercettazioni
sono uomini di assoluta fiducia del generale Mori, capo del Sisde. Il fratello
del generale dirige le attività di “sicurezza” di MEDIASET (guarda un
po’).
Per farvela più semplice.
La procura di Napoli chiede di fare delle
intercettazioni sul mondo del calcio. Il SISDE guidato dal generale Mori, amico
di Berlusconi (il fratello lavora in Mediaset) decide di affidare l’incarico
ad Arcangioli e Auricchio (2 personaggi non propriamente trasparenti) che al
termine delle intercettazioni decidono di passare il tutto alla procura di
Napoli (avranno trascritto tutte le telefonate o come ha fatto già in passato
Auricchio, alcune sono state manomesse?).
L’ex capo del governo sta
applicando una delle sue tante strategie mediatiche: il giorno dopo le elezioni
gridava al furto. Ora, grazie a questo finto scandalo continua a recitare la
parte della vittima. Il destino di alcuni personaggi è segnato. Provate a
sostituire il termine “Moggi” con “Fiorani” o Ricucci e capirete cosa
potrà succedere. Iscrizione nel registro degli indagati, interrogatorio e…..
Immaginavo che almeno in questa vicenda lo Stato schierasse servitori senza
macchia. Così non è. Chiunque volesse verificare la veridicità delle mie tesi
può controllare sugli archivi dell'Ansa. Una volta per destabilizzare il paese
si facevano le stragi. Oggi, bastano gli scandali. L’intera vicenda, con buona
pace dei puristi e mettendo fuori da ogni responsabilità i magistrati che
applicano l’obbligatorietà dell’azione penale, è inquinata da attività di
intelligence inconfessabili. In questo Paese tira un brutta aria.

http://www.juvemia.it/home.html
alexn8  - Ancora nessun clamore!!   |2009-08-03 02:53:21
Da quando il sig. Massimo Ciancimono sta collaborando con i giudici, qualcosa si
sta smuovendo.
E' innegabile che dopo 17 anni di silenzio politico diversi
soggetti politici stanno lasciando o parlano gratuitamente della faccenda in
maniera molto equivica e soprattutto stanno cercando di mettere le mani avanti,
come se da un momento all' altro dovrebbe scoppiare una bomba in Italia.

Mi
riferisco a vari personaggi:
1) Nicola Mancino, conosciamo il suo romanzo, prima
asserisce fermamente di non avere avuto nessun incontro con paolo borsellino,
poi potrebbe esserci stato, poi non ricordo, poi gli interessi della mafia ad
effettuare trattative noi le abbiamo sempre respinte....solo che prima aveva
affermato che non c'è mai stata alcuna trattativa.
2) Poi l'amico ayala dopo
aver scritto libri e prestandosi a servizi di documentari sulla mafia..si
ricorda dopo 17 anni e dopo diversi anni che salvatore borsellino grida in tutta
italia che paolo ha avuto un incontro con mancino, CHE il sign.mancino quell
'incontro l'ha avuto, che lo ha confermato a lui lo stesso mancino, che si
ricorda perfettamente di aver letto su un agenda di mancino che quell'incontro
è avvenuto....Come mai il sign ayala ne parla adesso e non ha mai avvalorato il
grido di salvatore borsellino??
3) il sign. Violante ammette che il gen. mori lo
ha esortato ad un incontro privato con ciancimino vito.Anzi per ben tre
volte...solo che lui da indistruttibile uomo antimafia ha solo dimenticato di
andare dai magistrati e mettere al corrente che il sign. mori voleva che
violante incontrasse ciancimino per una questione politica.
4) scalfaro e
martelli hanno parlato anche di questa vicenda gettanfo ombre che certi ambienti
politici di quel periodo potevano essere ambigui...

Insomma che cavolo ci vuole
in questo paese affinche il presidente della repubblica prenda in mano questa
situazione esortando chi di dovere ad effettuare le relative indagini?

Ora una
delle prove è sparita, la sim che conteneva il numero dell agente segreto
sfregiato che era in contatto con ciancimino....è normale che non succede
niente in questo paese??

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