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19 luglio 1992: la pista del castello Utveggio e le indagini su Bruno Contrada


di Marco Bertelli - 25 aprile 2015


Il 23 maggio 2001 Gioacchino Genchi, vice-questore di Polizia e consulente dell’Autorità Giudiziaria, depose nel corso di un’udienza del processo di appello ‘Borsellino BIS’. In quella sede, Genchi illustrò in dibattimento la pista investigativa seguita nel 1992 assieme al capo della squadra mobile di Palermo Arnaldo La Barbera per individuare mandanti ed esecutori della strage di via D’Amelio. Si trattò di indagini coordinate dai PM Ilda Boccassini e Fausto Cardella della procura di Caltanissetta, all’epoca retta da Giovanni Tinebra. Nell’ambito di quel filone investigativo, Genchi e La Barbera cercarono di mettere a fuoco elementi ed indizi sugli autori della strage che rimandavano ed ambienti esterni all’organizzazione criminale Cosa Nostra e che con questa avrebbero potuto interagire nell’accelerazione della fase esecutiva della strage. Il filone di indagine subì una brusca battuta di arresto all’inizio del mese di dicembre 1992, nel momento in cui La Barbera fu inaspettatamente richiamato a Roma presso il Ministero dell’Interno e messo a disposizione.


 



La città di Palermo vista dal punto panoramico del castello Utveggio

Quando, su pressione di Boccassini e Cardella, La Barbera e Genchi furono nuovamente destinati dal Viminale ad occuparsi delle indagini sulla strage, i due funzionari di Polizia ripresero il loro lavoro formando il gruppo investigativo ‘Falcone-Borsellino’. Agli inizi di maggio 1993, tuttavia, Gioacchino Genchi decise di lasciare il gruppo in quanto non più in sintonia con le scelte operative prese da Arnaldo La Barbera, deciso a procedere con il fermo immediato di Pietro Scotto, sospetto autore dell’intercettazione telefonica abusiva sulla linea FioreBorsellino, e ad interrompere il lavoro investigativo in corso su Gaetano Scotto, fratello di Pietro e sospetto mafioso appartenente alla famiglia operante al rione Acquasanta di Palermo.

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Appuntamenti

04

Gen

2012

Il sogno di un anno senza mafie PDF Stampa E-mail
Scritto da Umberto Lucentini   
Otto protagonisti della lotta contro il crimine organizzato e il loro ideale 'decalogo' affinché il nuovo anno porti strumenti più idonei ed efficaci nella battaglia per la legalità

Un promemoria di impegni destinato a chi vuole realmente combattere le mafie. Un vademecum per l'anno che si apre e che fa tesoro di errori, limiti, omissioni e denunce con cui si è chiuso il 2011. Proposte concrete come l'approvazione di nuove e più efficaci norme contro Cosa nostra, 'ndrangheta e camorra e i loro rapporti con la parte malata della politica. Indicazioni utili per aprire un dialogo tra addetti ai lavori per contrastare l'infiltrazione dei clan nel mondo dell'imprenditoria.

L'appello alle istituzioni europee affinché si dotino degli strumenti più idonei per sbarrare la strada alle cosche sempre più internazionali. E la speranza, o la richiesta, perché si faccia luce sulla stagione delle stragi che hanno insanguinato l'Italia tra il 1992 e il 1993 e che restano coperte da misteri sui quali con difficoltà si sta facendo luce. Il tutto firmato da otto protagonisti di primo piano nella lotta contro le organizzazioni criminali.
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03

Gen

2012

Cisterna, telefoni scottanti PDF Stampa E-mail
Scritto da Michele Inserra   
Nell’agenda di Luciano Lo Giudice due utenze a copertura di Cisterna. Una intestata a una signora filippina e l’altra a uno del clan

31 dicembe 2011.
REGGIO CALABRIA - Una scheda telefonica intestata a una ignara filippina, un’altra ad un familiare dei Lo Giudice. E’ il contenuto dell’agendina di Luciano Lo Giudice (nella foto, ndr), il volto imprenditoriale della cosca di Reggio Calabria, arrestato nel 2009. Entrambe le utenze l’uomo del clan le aveva ricondotte all’attuale numero due della Dna, Alberto Cisterna, indagato dalla Procura di Reggio per corruzione inatti giudiziari. E’ quanto riportato in una dettagliata relazione della polizia che oggi è al vaglio del Consiglio superiore della Magistratura che nei prossimi giorni si pronuncerà sul trasferimento per incompatibilità del magistrato.

Ma andiamo ai fatti riportati nella corposa relazione degli investigatori. Il 23 giugno scorso tra la documentazione sequestrata dalla polizia spunta un’agendina “Smemoranda”, compilata a mano, in diverse pagine contenenti numerose cancellature. La scrittura è quella di Luciano Lo Giudice. Qualche giorno dopo, il 28 giugno, la Procura conferisce l’incarico a un tecnico calligrafico. Il suo compito è quello di accertare cosa si nascondesse sotto le cancellature a penna. Il 23 settembre veniva depositata la relazione di consulenza tecnica. Viene ricostruita la scritta cancellata e appare: «Avv. Roma via Giulia 52 00186 Roma 335....- 06....349.....- 320....». L’evidenziazione delle parti cancellate mette in luce che Lo Giudice “riferisce” quattro utenze al magistrato Cisterna. Sulle prime due nessun dubbio: la prima utenza è quella di servizio del magistrato, la seconda dell’ufficio della Direzione distrettuale antimafia. E le altre due che Lo Giudice riconduce al vice del procuratore nazionale Piero Grasso? Ci pensano le indagini a svelarlo.
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01

Gen

2012

Tritolo a Gioia Tauro: Per chi suona la campana? PDF Stampa E-mail
Scritto da Anna Maria Barbos e Francesco Bruno   
Qualche giorno prima della grande esplosione in cui Paolo Borsellino e tutta la sua scorta persero la vita in via D’Amelio, il magistrato rivelò a Padre Cesare Rattoballi: “Il tritolo è arrivato è arrivato con un carico di “bionde”, l’ha scoperto la finanza ed è arrivato per me, per Orlando ed un ufficiale dei Carabinieri”. Il 13 luglio 1992 Borsellino confidò ad un poliziotto della scorta: “Sono turbato, sono preoccupato per voi perché so che è arrivato il tritolo e non voglio coinvolgervi”. Lo stesso giorno, il ROS di Palermo comunicò ai vertici della Procura e delle forze dell’ordine che fonti attendibili avevano segnalato l’arrivo di un carico di esplosivo in città “per Borsellino, il maresciallo Canale, il capitano Sinico, il politico Salvo Andò e Calogero Mannino”. Il 14 luglio 1992 è Giacomo Ubaldo Lauro, calabrese della ‘ndragheta, rifugiatosi in un paese del nord Europa, ad avvertire il Console italiano che a Palermo si trama un attentato contro il giudice Borsellino, ma la nota comunicata a Roma il giorno stesso, verrà trasmessa a Palermo soltanto il 25 luglio 1992.
Il 21 settembre 2010, nel porto di Gioia Tauro, la polizia ha intercettato e sequestrato ben 6/7 tonnellate di T4, rinvenute in un container che trasportava latte in polvere. Il container, proveniente dall’Iran, era diretto in Siria, ciò spinge gli investigatori a formulare l’ipotesi del traffico internazionale d’esplosivo senza alcun riferimento alla criminalità organizzata italiana, ma alla luce dell’esperienza potremmo dire: “A chi è realmente diretto l’esplosivo sequestrato?”
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03

Gen

2012

Vicenda Cisterna, Piero Grasso sentito dal Csm PDF Stampa E-mail
Scritto da Giuseppe Baldassarro   

Il procuratore nazionale della Dna ascoltato sulla vicenda di Cisterna

Reggio Calabria - Il Csm ha voluto sentire anche Piero Grasso. Il Procuratore della Direzione Nazionale Antimafia è stato ascoltato nei giorni scorsi nel corso dell’istruttoria del procedimento disciplinare a carico di Alberto Cisterna, magistrato reggino e numero due della stessa Dna. Grasso ha riferito alla Prima commissione dell’organo di autogoverno delle toghe italiane, in merito alle relazioni che Cisterna avrebbe fornito al vertice dell’Ufficio. Il magistrato reggino è accusato dalla Dda di Reggio Calabria di corruzione in atti giudiziari. Un capo d’imputazione messo assieme dopo le dichiarazioni del pentito Nino Lo Giudice, il quale ha riferito dei rapporti tra il Procuratore aggiunto della Dna e sua fratello Luciano. Rapporti fatti da una serie di incontri, da lettere e telefonate. Fatti che Cisterna non ha mai negato, affermando che si trattava di “legami” con una fonte confidenziale utile ad alcune indagini. Di cui, tra l’altro, la Procura nazionale era stata tempestivamente informata, con una serie di relazioni e note informative. Ed è in questo senso che la Commissione ha voluto sentire Grasso, molto probabilmente per verificare se quanto affermato da Cisterna corrisponde al vero.

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01

Gen

2012

Domenico Gozzo: 'Gaetano Giovanni D’Angelo non si e’ mai realmente dissociato da Cosa Nostra' PDF Stampa E-mail
Scritto da Domenico Gozzo   
In relazione all’articolo “Boss si dissocia da Cosa nostra e gli tolgono il 41 bis. Polemica contro il ministro Severino” di Giuseppe Pipitone, pubblicato su Il Fatto Quotidiano on line, preciso, quale attuale vicario della Procura di Caltanissetta, quanto segue:
  1. Gaetano Giovanni D’Angelo non si e’ mai realmente dissociato da Cosa Nostra.
  2. Il parere della Procura di Caltanissetta, impropriamente citato dall’avvocato del D’Angelo, parte proprio dalla considerazione che alcuna reale dissociazione v’è stata da parte del mafioso. Solo in relazione al venir meno degli elementi richiesti dalla legge (in particolare, tenuto conto dell’assenza di prova di attuali rapporti con Cosa Nostra del D’Angelo, e, comunque, del suo ruolo secondario e non apicale nella struttura associativa) la Procura ha ritenuto non vi fossero più i requisiti per poter mantenere il D’Angelo in regime di 41 bis o.p.
  3. Il Ministro ha, poi, condiviso il parere della Procura di Caltanissetta.
  4. La notizia è, dunque, totalmente destituita di fondamento, e purtroppo il commento della signora Maggiani Chelli, che tanto stimiamo, e’ stato influenzato dalla non corretta notizia fornitale.
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31

Dic

2011

Boss si dissocia da Cosa nostra e gli tolgono il 41-bis PDF Stampa E-mail
Scritto da Giuseppe Pipitone   
Gaetano Giovanni D'Angelo, pezzo grosso della mafia di Caltanissetta, si è visto revocare il regime di carcere duro dopo aver proclamato al processo la sua presa di distanza dall'organizzazione. Protesta l'Associazione familiari delle vittime di via dei Georgofili: "Era uno dei punti del papello di Riina"

Si è dissociato pubblicamente da Cosa Nostra. E in cambio il neoministro della Giustizia Paola Severino gli ha revocato il regime di carcere duro. E’ successo a Caltanissetta dove Gaetano Giovanni D’Angelo, già condannato in primo grado a sei anni e quattro mesi per mafia, ha preso le distanze dall’associazione criminale. D’Angelo, 29 anni, era stato arrestato nel 2009 ed è considerato dagli inquirenti il giovane braccio destro del presunto boss di Enna Giancarlo Amaradio. Durante l’udienza del processo Green Line del 17 ottobre scorso, D’Angelo è intervenuto in videoconferenza dal carcere di Spoleto, dov’è detenuto, e ha chiesto di fare dichiarazioni spontanee: “Mi dissocio fisicamente e moralmente dalla condotta dell’associazione e dai miei sodali di un tempo” ha detto lasciando nello stupore la corte. Non ha accusato nessuno dei suoi complici ma ha semplicemente abiurato la sua appartenenza a Cosa Nostra. Tanto però è bastato per sfuggire al 41-bis, il pesantissimo regime carcerario per i detenuti mafiosi.

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Petizione Agostino

Fino all'ultimo giorno della mia vita

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