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In Primo Piano

Le Agende Rosse appoggiano la raccolta firme contro la 'riforma' della Costituzione
di Salvatore Borsellino e Movimento Agende Rosse - 10 maggio 2016

Salvatore Borsellino ed il Movimento Agende Rosse hanno deciso di appoggiare la raccolta firme promossa dal Coordinamento per la Democrazia Costituzionale che ha dato vita a due COMITATI in difesa della Costituzione ed in contrapposizione alle “riforme” promosse dal governo guidato dall'attuale primo ministro Matteo Renzi. Oltre alla richiesta per il referendum contro il DDL relativo alla 'riforma' costituzionale con il Comitato per il NO, verranno presentati con il Comitato per il SI due referendum abrogativi sulla nuova legge elettorale definita 'Italicum': il primo referendum chiederà l’abrogazione della norma sui capilista bloccati, mentre con il secondo referendum il Comitato mira a cancellare il premio alla lista.

Invitiamo tutti i cittadini e gli aderenti al Movimento Agende Rosse a sostenere le raccolte firme promosse dal Comitato per la Democrazia Costituzionale in collaborazione con l'associazione Libertà e Giustizia e a firmare la petizione lanciata dal direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, in difesa della nostra Costituzione.

Salvatore Borsellino ed il Movimento Agende Rosse

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Appuntamenti

11

Mag

2012

Le reazioni dei familiari delle vittime di Mafia e di Via dei Georgofili al "tentato suicidio" di Provenzano PDF Stampa E-mail
Scritto da Giovanna Maggiani Chelli, Benny Calasanzio Borsellino, Sonia Alfano   

Ass. Georgofili: non crediamo al tentato suicidio di Provenzano

Non crediamo affatto che Bernardo Provenzano, colui che diede l’ordine di uccidere i nostri parenti in continente, abbia tentato il suicidio perché detenuto in un regime carcerario disumano.
Di disumano nel 41 bis non vi è nulla, l’isolamento è il minimo che Bernardo Provenzano dovesse aspettarsi quando lo hanno arrestato; di ordini di morte, non può negarlo, ne aveva dati anche troppi.
Il fatto è che il boss, mentre dava ordini di morte e gestiva affari miliardari insieme a tutta l’economia italiana, non pensava davvero che prima o poi lo avrebbero messo in galera.
Provenzano si è messo un sacchetto in testa per fare un atto eclatante, infatti non è morto per fortuna.
In questi ultimi tempi troppi i tentativi per Bernardo Provenzano, di farlo uscire da 41 bis per dare così la stura all’atto finale dell’abolizione di questo regime inviso alla mafia, ma tanto necessario per macellai e affaristi come sono i boss di “cosa nostra”.
Una domanda però corre l’obbligo di porla: come mai Provenzano, a regime di 41 bis, aveva un sacchetto di plastica fra i suoi effetti personali?
Prima carceri dove danno da mangiare le fave a chi soffre di favismo, così poi i giudici per garantire la salute a un “illustre” detenuto lo hanno dovuto collocare ai domiciliari, ora sacchetti di plastica in possesso di chi è il “padrino della sceneggiata” e vuole abolire il 41 bis per tutti i suoi picciotti.

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11

Mag

2012

Sepolcri imbiancati, state lontano da Capaci e via D'Amelio. PDF Stampa E-mail
Scritto da Pippo Giordano   
Caleranno a flotte, teste canute, rampanti e giovani politici, commensali che si sono cibati del potere mafioso e che ora sfoderano la rinnovata verginità istituzionale. Si recheranno sul luogo simbolo del più oscuro pomeriggio della nostra Repubblica e da lì afflitti, con volto istituzionalmente triste, interpreteranno la parte del mesto pellegrinaggio. Eppoi, terminata la cerimonia, agneddru e sucu e finiu u vattiu, (agnello col sugo ed è finito il battesimo), ovvero, ritorneranno in quegli ambulacri di potere, che ancora oggi non si riescono ad aprire per saziarci di verità: arrivederci al prossimo anno ed intanto calerà il buio.

Un film, già mandato in onda per 19 anni consecutivi, ma che quest'anno sarà trasmesso in digitale terrestre sul canale dell'ipocrisia. Eh si! Ricorre il ventesimo anno della strage di Capaci e quindi la partecipazione mediatica è d'obbligo per poter avere i cinque minuti di visibilità. Ed io, avendo conosciuto sia Giovanni Falcone che sua moglie Francesca, mi sento di dire a lor signori, non corone ad oltraggiarne la memoria, ma verità: solo verità! E' questo che vogliono le persone oneste, e questo che serve ai nostri martiri per riposare in pace. E, mentre tutti si affanneranno ad urlare, che lo Stato ha vinto, che lo Stato è presente, ci si dimentica che proprio lo Stato, era assente ingiustificato e che dalle sue propaggini collusive, è stato possibile, realizzare il dramma che ha colpito il Popolo italiano, ossia la morte del Giudice Giovanni Falcone, di sua moglie e dei miei colleghi di scorta. I valori e l'onestà del Giudice Falcone, nella commemorazione saranno ampiamente magnificati, dimenticandosi dei giorni terribili, colmi di solitudine e dallo svolazzare del “Corvo”, sino agli amici traditori che accompagnarono l'esistenza di Falcone: un vero Galantuomo Siciliano che l'Italia non meritava di perdere. Qualche giorno fa ho detto ad un collega, mentre rivangavamo il nostro rapporto di lavoro col Giudice Falcone, che “la mia vita è colma di tanta gioia per averlo conosciuto, ma è altrettanto gonfia di dolore per averlo perduto”.
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09

Mag

2012

Niente messa a Cinisi per Peppino PDF Stampa E-mail
Scritto da Sonia Alfano   

Ci si riempie tanto la bocca a parlare di democrazia, ma poi viene negata una messa per ricordare Peppino Impastato nel giorno del trentaquattresimo anniversario della sua uccisione. Il parroco di Cinisi, don Pietro D’Aleo, ha ritenuto che “i tempi” non fossero “maturi”. Eppure sono passati più di tre decenni dal delitto di Peppino, che tutti oggi si affannano a ricordare in ogni modo possibile.

Da cittadina siciliana e da familiare di una vittima di mafia, che dal comunismo era lontana anni luce, mi chiedo se una decisione del genere possa essere giustificata con le parole utilizzate da Caterina Palazzolo, responsabile dell’azione cattolica della parrocchia: “La messa sarebbe stata vista male soprattutto all’interno del mondo comunista, più che dentro la Chiesa”. Mi rispondo, anche. No, non c’è alcuna giustificazione per questo rifiuto. Il no della Chiesa alla famiglia Impastato è una mancanza di rispetto, un insulto alla memoria, una negazione di dignità, un tradimento dei valori cristiani.

Mentre l’odore del sangue delle vittime innocenti è ancora vivo sotto il naso dei familiari, che siano passati cinque anni o quaranta, un parroco e il suo entourage sembrano aver dimenticato. Sembrano voler dimenticare. Forse qualcuno avrebbe dovuto spiegare a don Pietro che, se non altro, una decisione impopolare come la sua crea molta confusione nella coscienza di chi, invece, non ha nessuna voglia di dimenticare la storia e l’impegno di Peppino. Perché la storia e l’impegno di Peppino sono la storia e l’impegno di tutti quegli uomini e quelle donne che, troppo spesso, non hanno nient’altro che una messa per essere ricordati e benedetti. Glielo dobbiamo.

A parte la delusione e l’amarezza, il sospetto, terribile, è che i passi da fare per arrivare alla democrazia siano, purtroppo, ben più di cento. Almeno da queste parti.

da: SoniaAlfano.it

 

11

Mag

2012

Copertina di "Fino all'ultimo giorno della mia vita" PDF Stampa E-mail
Scritto da Benny Calasanzio   
Con tanta gioia, commozione e soddisfazione ecco la copertina di "Fino all'ultimo giorno della mia vita", il libro scritto insieme a Salvatore Borsellino. Sabato al Salone Internazionale del Libro di Torino, alle 13.30 (Auditorium Lingotto) a tutti i visitatori verrà donata un'anteprima rilegata del libro. Vi aspetto!
 

10

Mag

2012

Stragi, le vittime beffate PDF Stampa E-mail
Scritto da Paolo Tessadri   
Quattro persone che hanno subito gravi danni fisici e psicologici dalle bombe mafiose stanno combattendo da anni per far valere un loro diritto. E si chiedono se lo Stato li ignora per stupidità o per cattiveria.

Vittime due volte: prima delle bombe, ora dello Stato. Scampati alla morte, mutilati nei corpi dalle stragi organizzate da corpi deviati dello Stato e dalla mafia, ora sono in lotta per ottenere quello a cui avrebbero diritto: la pensione, che va erogata alle «vittime del terrorismo e delle stragi di mafia con una invalidità pari o superiore all'80 per cento». Una manciata di euro che invece viene loro negata, chissà se «per stupidità» (come dice, Paolo Bolognesi, presidente delle vittime della strage terroristica del 1980 alla stazione di Bologna) o per «antipatia o avversione» come sospetta Giovanna Maggiani Chelli, presidente delle vittime delle bombe mafiose di via Georgofili a Firenze nel '93.

Ma andiamo per ordine. Nel 2004 il Parlamento approva la legge per le vittime di terrorismo e mafia e quattro di queste richiedono la pensione: tre all'Inps e una all'Inpdap, come dipendente pubblico. Sono Sonia Zanotti, ferita in modo grave per la bomba alla stazione di Bologna del 1980; Antonio Calabrò di Napoli, che viaggiava sul rapido 904, quello della bomba del 23 dicembre 1984, Anna non guarirà più e ha visto il suo amico morirle accanto nella strage di via dei Georgofili a Firenze nel 1993, Mario che si rifiuta di parlare della stazione di Bologna dopo la bomba del 1980: ha rimosso per l'angoscia.

Sonia Zanotti
, che si era rivolta all'Inpdap ottiene la pensione velocemente: poi però le comunicano che è provvisoria e gliela possono togliere in ogni istante. Agli altri va peggio: con loro infatti l'Inps tergiversa. Passano gli anni. Poi l'ultimo governo Berlusconi sembra prendere in mano la questione: «Letta e Berlusconi vengono a salutarci», ricorda Bolognesi, «in occasione del giorno della memoria e ci dicono: 'State tranquilli, risolviamo il problema'. Letta ad aprile del 2009 ci convoca a Palazzo Chigi e ripete: 'Adesso convoco io, faccio io'. Pensavo che si arrivasse alla soluzione, ma da quel momento non abbiamo più avuto notizie. Decine e decine di telefonate, ma si sono sempre negati e non si sono fatti più trovare».
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09

Mag

2012

Io ricordo...Io credo... PDF Stampa E-mail
Scritto da Oreste Iacopino   
Io ricordo che c’era un ragazzo che aveva un sogno come tanti di noi, sconfiggere la mafia.
Si chiamava Peppino, ma era il cognome che faceva la differenza, Impastato, famiglia mafiosa di Cinisi, piccolo comune in provincia di Palermo. Il padre lo mandò via di casa per i suoi ideali e per tutta risposta Peppino mise in piedi un giornalino, “L’idea socialista” e aderì anche al Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria. La svolta avvenne quando fondò “Radio Aut”, una radio libera autofinanziata, con cui denunciava i delitti e gli affari dei mafiosi locali, in primo luogo del capomafia Gaetano Badalamenti, specialmente le collusioni con i traffici internazionali di droga, attraverso il controllo dell'aeroporto “Punta Raisi” appena costruito. Candidatosi nel 1978 alle elezioni comunali con “Democrazia proletaria” venne ucciso nella notte del 9 maggio. Pochi giorni dopo, gli elettori di Cinisi votarono il suo nome, riuscendo ad eleggerlo,in modo simbolico, al Consiglio comunale.
Io ricordo che ci sono voluti più di venti anni per affiggere all’omicidio di Peppino la matrice mafiosa con le condanne di Gaetano Badalamenti e il suo vice, Vito Palazzolo, grazie specialmente all’impegno del fratello Giovanni e della madre, Felicia Bartolotta Impastato.
Io ricordo che con il ritrovamento del corpo di Aldo Moro, hanno oscurato totalmente l’assassinio di Peppino nonostante i suoi amici, i suoi compagni, alzarono la voce, non rimasero zitti, perché il silenzio è mafioso.
Ora invece io credo, credo che le sue idee camminano ancora oggi in tanti ragazzi, come me, che con un’agenda rossa al cielo gridano resistenza.
Io credo che la mafia si possa sconfiggere ma finché gli stessi mafiosi vogliono essere lo Stato rimane difficile.
Io credo che Peppino Impastato debba essere soltanto un modello di vita per quelli che come me lottano ogni giorno perché noi, non abbiamo paura.

Oreste Iacopino

 
 
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Petizione Agostino

Fino all'ultimo giorno della mia vita

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