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In Primo Piano

L'Agenda Ritrovata: Ciclostaffetta Milano (25 giugno 2017) - Palermo (19 luglio 2017)

di Associazione Culturale L'Orablù - aggiornato il 14 marzo 2017

In occasione dei 25 anni dalla mortedi Paolo Borsellino, il progetto l’Agenda Ritrovata, sulle ruote di una bicicletta, porterà un libro rosso da Milano a Palermo per testimoniare che c’è un Paese che non ha dimenticato, vuole raccontare quel che è successo e far riflettere su legalità, giustizia e lotta alla mafia.
A partire dal 25 giugno 2017, spettacoli teatrali, concerti, proiezioni e dibattiti si svolgeranno lungo un percorso a tappe in cui l’agenda verrà ospitata in luoghi amici, raccoglierà le testimonianze di chi ha partecipato e, a Palermo, il 19 luglio 2017, verrà consegnata a Salvatore Borsellino che, in tutti questi anni, non ha mai smesso di lottare. Tutti possono partecipare e non solo pedalando!
Il progetto l'Agenda Ritrovata è stato presentato domenica 12 marzo a Milano all'interno di 'Fa' la cosa giusta!', la fiera del consumo critico e degli stili di vita sostenibili.
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Appuntamenti

04

Lug

2012

Un giorno di memoria e 364 di silenzi PDF Stampa E-mail
Scritto da Davide Tassan Zorat   
E’ un dato di fatto: le vittime innocenti delle mafie non vengono mai commemorate come sarebbe doveroso!

Le motivazioni di ciò credo che si possano così riassumere: il menefreghismo dilagante verso questo tema e il potere che avrebbero, conoscenza e memoria, nel contrasto alle mafie.

In tanti troppi casi, la sporadica memoria per le vittime delle mafie viene accompagnata da mancanza di verità e giustizia per i loro famigliari; da non esperto ritengo che questo sia dovuto principalmente a: la mancanza di prove certe che porti la giustizia a fare il suo corso e/o all’impossibilità di fare le doverose indagini per sopraggiunta omertà.  

L’omertà, ad esempio, è ciò che caratterizza il caso dell’omicidio di Nino Agostino e Ida Castelluccio!

Gli allora ventenni e neo sposi Nino (poliziotto) e la moglie Ida (all’epoca incinta di pochi mesi) sono stati uccisi in un’agguato mafioso a Palermo il 5 agosto del 1989. In questi 23 anni Nino e Ida sono state riconosciute (su quali prove?) vittime innocenti di mafia ma ai loro famigliari non è stato garantito il diritto alla verità e la doverosa conseguente giustizia. Dopo 23 anni, infatti, nessun indagato è mai stato rinviato a giudizio e il movente, i mandanti, eventuali complici ed esecutori del duplice omicidio restano sconosciuti!

Il 5 agosto di ogni anno a Palermo la famiglia Agostino commemora i propri cari e, anche per i restanti 364 giorni dell’anno, chiede verità e giustizia denunciando i misteri e i depistaggi che caratterizzano questa triste storia. Pochi, pochissimi però sono i media, le associazioni e i protagonisti della lotta alle mafie che si uniscono alle parole degli Agostino e, qualora lo facciano, si limitano a farlo durante i giorni di commemorazione. 

Perché gli appelli e le denunce che ininterrottamente fa da 23 anni la famiglia Agostino viene dai più inascoltata e non divulgata mediaticamente se non in sporadici casi? Perché questo caso è avvolto dal più impenetrabile dei misteri e nessuno o quasi ci scrive-dibatte sopra tranne quando ci sono elementi per uno “scoop giornalistico”?

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03

Lug

2012

Verso via d'Amelio: 23 maggio - 19 luglio 1992: 57 giorni /14 PDF Stampa E-mail
Scritto da redazione 19luglio1992.com   
Venerdì 3 luglio 1992
Riina e Provenzano “sono come due pugili che mostrano i muscoli, uno di fronte all'altro”. A sorpresa, subito dopo il pomeriggio del Viminale, Borsellino sceglie il quotidiano “La Gazzetta del Mezzogiorno” per formulare, per la prima ed unica volta, l'ipotesi di una spaccatura al vertice di Cosa Nostra. Una spaccatura tra i due leader mafiosi corleonesi che non sfocia in una guerra tra clan ma in una prova di forza nel contrapporsi con le armi alla politica ed alle Istituzioni: uno si intesta l'omicidio di Salvo Lima, l'altro la strage di Capaci; chi avrebbe fatto cosa, nell'intervista non è specificato. I due delitti, secondo il magistrato, costituiscono una conferma del fatto che “i due pugili stanno mostrando i muscoli, come se ciascuno volesse far sapere all'altro quanto è forte, quanto è capace di fare male”.*
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02

Lug

2012

Ingroia sull'inchiesta trattativa "Dalle istituzioni nessun sostegno" PDF Stampa E-mail
Scritto da Repubblica.it - Sonia Alfano - Antonio Ingroia   

Secondo il magistrato: non tocca alla magistratura appurare la verità storica. La politica dovrebbe anche individuare responsabilità storiche e responsabilità politiche, non certo le responsabilità penali, e invece questo in Italia non è avvenuto
 

Ingroia sull'inchiesta trattativa "Dalle istituzioni nessun sostegno"

Le istituzioni non hanno sostenuto, "almeno finora", l'azione della magistratura volta ad accertare la verità giudiziaria sulla trattativa tra Stato e mafia. Lo afferma, in un videointervento sul blog di Beppe Grillo, il procuratore aggiunto alla procura distrettuale antimafia di Palermo, Antonio Ingroia.

"In un Paese normale - afferma Ingroia - di fronte a questa azione della magistratura, il paese delle istituzioni e la società si stringerebbero attorno ai magistrati, li si sosterrebbe in questo compito difficile, anzi ciascuno cercherebbe di fare la propria parte. La politica dovrebbe occuparsene, accertando quello che alla politica tocca accertare rispetto al passato, la verità politica, la verità storica. Non tocca alla magistratura appurare la verità storica. La politica dovrebbe anche individuare responsabilità storiche e responsabilità politiche, non certo le responsabilità penali, e invece questo in Italia non è avvenuto".

"Almeno fino a oggi non è avvenuto - prosegue Ingroia - perché per esempio tante e tante commissioni parlamentari antimafia si sono avvicendate in questi vent'anni, ma nessuna di queste ha messo al centro della propria attenzione, al centro della propria indagine, l'accertamento della verità su quel terribile biennio 92/93, che è poi il biennio sul quale è nata questa Repubblica. Perché questa Seconda Repubblica affonda letteralmente i suoi pilastri nel sangue di quelle stragi, in quella trattativa che si sviluppò dietro le quinte di quelle stragi".

E, prosegue il pm, "non solo la politica non ha fatto questo, ma nè dalla politica, nè dal mondo dei mass media, è venuto un sostegno nei confronti della magistratura, anzi queste iniziative di verità, di realtà giudiziaria, sono state accolte con freddezza, fastidio, a volte con ostilità come se questo Paese la verità non la volesse, come se ci fosse una grande parte del Paese che preferisce vivere in quell'eterno presente immobile senza conoscere le proprie origini, forse per la paura di scoprire qualcosa di cui vergognarsi nella propria vita".
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03

Lug

2012

“Gli auto-attentati e il protagonismo dei magistrati antimafia” PDF Stampa E-mail
Scritto da Giorgio Bongiovanni   
palermo-2011-big0Dopo aver ascoltato l’intervento di Antonio Ingroia nel “passaparola” del blog di Beppe Grillo ho provato una sensazione di fastidio. Soprattutto quando Ingroia ha detto:

“Chi lavora per fare luce sugli anni delle stragi e della trattativa stato-mafia non solo non ottiene sostegno, ma è lasciato da solo: in un paese normale” - ha proseguito - “le istituzioni e la società si stringerebbero attorno ai magistrati e li sosterrebbero in questo compito difficile. Ciascuno dovrebbe fare la sua parte. E la politica per prima: l’accertamento della verità storica non spetta alla magistratura, ma alla politica stessa. Questa Seconda Repubblica affonda letteralmente i suoi pilastri nel sangue di quelle stragi, in quella trattativa che si sviluppò dietro le quinte di quelle stragi”.

Queste frasi hanno un solo significato e fanno emergere senza ombra di dubbio l'obiettivo che Ingroia, ma anche un altro pm, cioè Nino Di Matteo, si prefiggono: quello di organizzare contro loro stessi un finto auto-attentato per sensibilizzare maggiormente l'opinione pubblica e quindi, in particolare Ingroia, ottenere così benefici politici.
D'altronde è quello che fece Falcone quando, sulla scogliera dell'Addaura, nel giugno del 1989, tre anni prima che morisse in autostrada per incidente stradale, come è noto, si mise da solo 55 candelotti di dinamite per far credere a tutti che era sotto la minaccia di morte di Cosa Nostra. E quando affermò che erano state “menti raffinatissime” vicine allo stato a pensare a quell’attentato il suo delirio di protagonismo superò anche la più accesa fantasia.
Detto questo, non posso far altro che esaltare alcuni precisi e puntuali articoli firmati da altrettante star del giornalismo italiano che in un modo più intellettuale e furbesco avallano questa mia tesi sincera e spartana: Antonio Ingroia per primo, Di Matteo e qualche altro giudice della procura di Palermo, inventandosi questa storia della trattativa, vogliono scendere in campo, in politica e vincere le elezioni.
Il fatto che la mafia, braccio armato di pezzi dello stato, dei servizi segreti e di quei poteri che vengono definiti “sistemi criminali”, voglia trucidare Ingroia, Di Matteo e altri magistrati, magari della procura di Caltanissetta che indagano sui mandanti esterni delle stragi del ‘92 perché troppo vicini a quei fili intoccabili che muovono gli uomini che hanno distrutto il nostro Paese, è un concetto che fa sorridere e scrollare le spalle alle super star del giornalismo italiano.

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03

Lug

2012

Ass. Georgofili: parole di Ingroia sono le nostre PDF Stampa E-mail
Scritto da Giovanna Maggiani Chelli   
L’Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili fa sue le parole del Procuratore di Palermo Antonio Ingroia:
“Questa seconda Repubblica affonda letteralmente i suoi pilastri nel sangue delle stragi, in quella trattativa che si sviluppò dietro le quinte di quelle stragi”;
“Una verità a cui avrebbero diritto le vittime, i parenti delle vittime e tutti i cittadini”.
Instancabilmente da 19 anni andiamo ripetendo che i nostri figli sono morti per quella trattativa sul 41 bis fra uomini dello Stato e la mafia “Cosa Nostra”, con il forte appoggio di tutte le forze politiche trasversali all’arco Costituzionale e la complicità della stampa e dei media.
Lo gridiamo oggi ancora una volta - vogliamo la verità tutta sul massacro dei nostri figli - vogliamo un processo penale che la accerti quella verità coperta secondo noi dalla più ignobile delle “Ragion di Stato“: i probabili affari economici stessi dello Stato.

Tutta la nostra solidarietà e vicinanza al PM Antonio Ingroia che nella ricerca della verità sulle stragi del 1993 ci crede fino in fondo.

Giovanna Maggiani Chelli
Presidente
Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili

 

02

Lug

2012

"Borsellino ucciso dalla trattativa" PDF Stampa E-mail
Scritto da Fabrizio Colarieti   
Sono uno scapestrato? Sono solo un po’ sfigato e sono il figlio di un politico mafioso, non il solo però. Mi sento responsabile, ma sappiate che quella trattativa è costata la vita al giudice Borsellino e portava in alto, molto in alto. Talmente tanto che ancora oggi potrebbe avere un effetto dirompente». Lo sfogo di Massimo Ciancimino, il controverso figlio di Don Vito, sindaco mafioso del “sacco” di Palermo, uomo chiave dell’inchiesta sulla trattativa tra Stato e mafia, arriva via Facebook, nel cuore della notte, dopo aver letto un articolo de Il Punto di qualche settimana fa (Palermo Top Secret, ndr) e mentre le trascrizioni delle ansiose telefonate di Nicola Mancino al consigliere giuridico del Quirinale, Loris D’Ambrosio, fanno il giro del mondo. Ciancimino junior lo immaginiamo con un iPad tra le mani, chiuso nella sua casa, nel cuore elegante di Palermo, impegnato a leggere il malloppo di atti giudiziari allegato all’avviso di conclusione delle indagini con cui la Procura del capoluogo siciliano si appresta a chiedere il rinvio a giudizio per una dozzina di indagati eccellenti (leggi box). Tra loro c’è anche lui che in quell’aggettivo, «scapestrato » appunto, come lo avevamo definito sulle pagine del nostro settimanale, proprio non riesce a riconoscersi. Carte scottanti, che, secondo i magistrati di Palermo, Antonio Ingroia, Nino Di Matteo, Lia Sava e Francesco Del Bene, raccontano come lo Stato, negli anni del tritolo, provò a scendere a patti con la mafia stragista, attraverso la mediazione sotterranea di politici e di alti ufficiali dell’Arma dei carabinieri. Carte che contengono tutto quello che Ciancimino aveva cominciato a ricostruire con gli inquirenti quattro anni fa, ridando voce, un po’ alla volta, alle parole di suo padre. E che, nell’ambito della stessa inchiesta palermitana, gli sono costati due capi di imputazione: associazione a delinquere di stampo mafioso e calunnia.

LA «MIA» TRATTATIVA
«Sempre lì a mettere in dubbio la mia buona fede, sfido chiunque a essere intercettato per sette anni consecutivi», dice Ciancimino nel corso dell’estenuante e sofferto dialogo con Il Punto. «Non ho molti scheletri nella mia vita, gli ultimi anni sono tutti raccolti nei fascicoli di varie procure. E cosa è emerso di così sconvolgente sul conto di un personaggio con una personalità spesso descritta come criminale, a volte nelle vesti di manovratore e in altre di depistatore? Nessun reato, tolto il fatto di aver provato a cambiare due titoli (assegni, ndr) da chi lo faceva di mestiere (secondo l’accusa un esponente del clan calabrese dei Piromalli, ndr). Sono sfigato, quello sì. Ero intercettato per altri motivi, non lo sapevo, ma nessun reato mi è stato contestato per questa vicenda. Ho chiesto pure di essere ascoltato, non ne hanno sentito il bisogno, non ho mai avuto rapporti con nessun esponente della ‘ndrangheta e sfido chiunque a dimostrare il contrario. Ma quell’intercettazione ha avuto l’effetto dirompente che in tanti auspicavano. Sbattere il mostro in prima pagina». Ciancimino è un fiume in piena: nelle conclusioni dei pm di Palermo, il figlio di Don Vito non può non leggere il riscatto della sua credibilità. Nonostante altre due procure, Caltanissetta e Firenze, alla trattativa Stato-mafia abbiano dato un’impostazione diversa: fu Cosa nostra, con la stagione delle stragi, ad imporre alle istituzioni, vittime dell’intimidazione mafiosa, la logica del negoziato. Mentre, secondo Palermo, la trattativa va invece ricondotta all’iniziativa di alcuni politici e uomini di Stato che, consapevolmente, miravano a fermare le stragi e a salvarsi la vita.
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Petizione Agostino

Fino all'ultimo giorno della mia vita

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