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Il mio omaggio, oggi 21 marzo – giornata contro tutte le mafie –

(clicca per ingrandire)

di Gabriella Capone

Grosseto, 21 marzo 2020.

Era il primo anno di scuole superiori.
Il mio Istituto si trovava proprio di fronte al Tribunale.
Un grande edificio, che racchiudeva, al suo interno, le aule della sezione penale e gli uffici di cancelleria.
Un palazzone, con grandi finestre di vetro, tutto grigio.
Dall’aula della mia classe si potevano vedere i professionisti entrare ed uscire, avvocati con borsa e toga pronti a svolgere le loro udienze; magistrati che entravano con la macchina di servizio e la scorta dall’ingresso riservato sulla destra.
Un via vai di persone, molte di loro vestite sobriamente, altre completamente fuori contesto, ma che si avvicendavano a varcarne la soglia, quasi sicuramente persone chiamate a deporre in qualche processo.

Ed io ero a scuola, a fare lezione, ad ascoltare la Prof. di Storia dell’Arte o Matematica ma, spiando sempre oltre quella finestra, immaginando quel che poteva accadere lì dentro.
Le mie materie preferite: Italiano e Diritto.
Il Diritto, che alla maggior parte dei miei compagni proprio non piaceva, a me sembrava addirittura affascinante, un insieme di regole e leggi e concetti da comprendere ed imparare e che avevano un senso, dovevano sicuramente averne uno se ci chiedevano di studiarlo, così come la Storia e la Geografia.

Quegli articoli, quelle disposizioni, mi sembravano adattarsi perfettamente al vivere quotidiano, era come se dovessimo conoscerli sin dalla nascita, come si impara l’abc o i numeri fino a dieci.
Insomma, per me assimilare quelle norme appariva tanto facile quanto, invece, era amara ed incomprensibile la Chimica.
Ecco, quella proprio non la digerivo.
L’unico compito in classe copiato in vita mia, quello di Chimica, e presi un bel 5.
Meritato per una che non sa nemmeno copiare o ha scelto il compito sbagliato sul quale sbirciare.

E poi arrivavano quei pomeriggi in cui potevi, se lo desideravi, frequentare dei corsi aggiuntivi: informatica oppure inglese.
Adoravo poter restare oltre il tempo delle lezioni mattutine nelle aule scolastiche, per due motivi. All’ora di pranzo si era ovviamente liberi di uscire e tornare per la lezione un’oretta e mezzo dopo.
Ecco in quell’ora, dopo un panino con qualche compagno, una chiacchierata ed una sigaretta al riparo da occhi indiscreti, arrivava il momento più bello, quello che attendevo quella volta a settimana.
Qui il secondo motivo.
Mi avvicinavo al grande palazzone fronte scuola, arrivavo al varco d’ingresso, poggiavo zaino e giubbino perché fossero ispezionati, ed entravo, da sola, all’interno di quell’androne grigio.

La guardia giurata all’ingresso, stupita, la prima volta mi chiese cosa dovessi fare, una quindicenne alle 14 del pomeriggio in Tribunale non è una cosa usuale, da sola e senza alcuno che la accompagnasse.

«Prendo un caffè alla macchinetta nel corridoio».
Questa la mia risposta.
La prima volta non sembrò convincente, ma era proprio così.

Dunque, quel caffè, tiepido e senza sapore, della macchinetta automatica del corridoio a piano terra del Tribunale divenne un appuntamento, una prassi settimanale, ed anche le guardie giurate, che si alternavano tra loro, oramai mi conoscevano e si chiedevano perché preferissi quel caffè a quello caldo ed aromatizzato del bar di fronte, per pochi spiccioli più caro.

Entrare in quel Tribunale, all’apparenza freddo e senza storia, mi dava modo di immaginare cosa potesse succedere nelle aule al di là del corridoio, alle storie che vi si raccontavano, ai personaggi che di volta in volta si alternavano su quei banchi.
Guardavo passare due o tre avvocati che chiacchieravano tra loro, ben vestiti e risoluti.
Ogni tanto un cancelliere col carrello pieno di fascicoli.

Quell’aria lì dentro era intrinseca di vita, di vite altrui.
Questo mi piaceva di quell’appuntamento col caffè settimanale.

Un bel giorno, sulla facciata di quel palazzone venne appeso un enorme telo, con l’immagine di due uomini, l’uno accanto all’altro, erano Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

In quel giorno, studiando la loro storia, ho capito cosa avrei fatto da grande.
Sarei entrata ed uscita da quel Tribunale, con la toga in mano e con un codice nell’altra e sarebbe stato un codice penale.

 

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