Press "Enter" to skip to content

Depistaggio via d’Amelio, Lucia Borsellino: ”Ignoti entrarono nello studio di mio padre”

di Aaron Pettinari – Pochi mesi dopo l’attentato di via d’Amelio, in cui persero la vita Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta, ignoti, senza forzare porte e finestre, si sarebbero introdotti nel villino di famiglia del giudice, a Villagrazia di Carini mettendo a soqquadro l’ufficio che un tempo era appartenuto al nonno (Angelo Piraino Leto, presidente del Tribunale di Palermo). L’episodio, che già all’epoca fu denunciato ai carabinieri, è stato riferito oggi in aula dalla figlia del giudice Borsellino, Lucia, che ha deposto al processo sul depistaggio della strage che vede come imputati i poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, ex appartenenti del gruppo Falcone-Borsellino che indagò sull’attentato, che devono rispondere all’accusa di calunnia aggravata dall’aver favorito Cosa nostra. “Entrammo nello studio di mio nonno che era quello dove mio padre si appoggiava per lavorare e lo trovammo tutto divelto, c’erano tutte le carte per terra. Era l’unica stanza che era stata messa a soqquadro” ha detto la Borsellino. Il fatto sarebbe avvenuto “qualche mese dopo l’attentato” anche se non si è mai capito cosa cercassero gli intrusi. Di questo episodio la figlia del giudice aveva già riferito ai pm nel 2013.
In passato era emerso che quella denuncia non sarebbe mai stata trasmessa alla Procura di Caltanissetta e non è chiaro se si tratta di un’omissione o di un clamoroso errore di valutazione con la “visita in casa Borsellino” che venne ritenuta di poco conto dagli investigatori dell’epoca.
Rispondendo alle domande del Procuratore capo di Caltanissetta Amedeo Bertone e del procuratore aggiunto Gabriele Paci la figlia di Borsellino ha anche parlato dell’Agenda Rossa e dell’incontro avuto con l’ex Capo della Squadra mobile Arnaldo La Barbera (oggi deceduto) quando fu riconsegnata la borsa del padre. “Mi recai direttamente in via d’Amelio – ha ricordato con emozione descrivendo il giorno dell’attentato – quel luogo è stato letteralmente vandalizzato, non c’erano transenne o qualcosa per impedire che si avvicinassero ai corpi. In quel momento tutto potevo immaginare tranne che ci potesse essere qualcuno che si infilasse nella macchina ancora fumante e prendesse quello che lui aveva lasciato. La borsa ci fu restituita verso la fine dello stesso anno. Chiesi ad Arnaldo La Barbera, che ci riconsegnò la borsa di mio padre, come mai non fosse presente l’agenda rossa e mi fu risposto in maniera quasi trasecolata, come se io stessi parlando di un oggetto che non era presente perché non c’era, non perché qualcuno lo avesse sottratto. Io chiedevo spiegazioni e la sua era una risposta tranciante e tendeva implicitamente al fatto che l’oggetto non ci fosse e che si trattava di una mia invenzione. Me ne andai sbattendo con violenza la porta”.
La figlia del giudice Borsellino ha ribadito di essere certa che in quel 19 luglio il padre aveva messo nella sua borsa anche l’agenda rossa: “Papà era particolarmente preciso e quella mattina l’avevo vista sulla scrivania assieme alle altre agende che aveva, quella marrone in cui annotava dei numeri, e quella grigia dove appuntava le spese di famiglia e qualche appunto con gli incontri che teneva. Quando mio padre è uscito sono sicura che la scrivania fosse pulita”.
I giudici nelle motivazioni della sentenza del Borsellino quater scrivono che l’ex Questore ebbe un “ruolo fondamentale nella costruzione delle false collaborazioni con la giustizia ed è stato altresì intensamente coinvolto nella sparizione dell’agenda rossa”. Secondo l’accusa La Barbera è sicuramente tra gli autori del depistaggio ed in particolare nella vestizione del “pupo” Scarantino, che sarebbe servito a spostare l’attenzione sulla strage, indicando false piste.

La telefonata di Giammanco e le parole su Contrada
Nel corso dell’udienza, Lucia Borsellino, ex assessore alla Salute della Regione siciliana, ha anche ricordato altre vicende come ad esempio la telefonata ricevuta dal padre da parte dell’allora Procuratore Capo di Palermo, Pietro Giammanco (deceduto nei giorni scorsi), o ancora del commento che il padre fece rispetto a Bruno Contrada, ex numero tre del Sisde. “Il mio fidanzato di allora era un poliziotto della polizia scientifica ed una volta chiese a mio padre cosa pensasse di Contrada. E lui rispose che quella era una persona della quale era meglio non parlare. Dalla sua espressione in viso pensai che non era una persona di cui papà pensava in maniera positiva. Altrimenti qualcosa in più l’avrebbe detta. Il periodo? Siamo tra la strage di Falcone e la sua”.
Altri episodi riferiti riguardano le confidenze apprese della madre, sulle reazioni del padre rispetto la notizia dell’arrivo del tritolo a Palermo per l’attentato contro di lui e quella dichiarazione fatta dalla madre su Antonio Subranni. “So che mamma fu molto precisa dicendo che papà gli avrebbe detto che il generale Subranni fosse in qualche modo ‘punciutu’, che si era lasciato cooptare da richieste che non si sarebbero dovute soddisfare – ha ricordato in aula – Papà disse anche che non era solo la mafia che lo avrebbe ucciso e che altri lo avrebbero consentito. Posso immaginare che mio padre avendo saputo quelle cose soprattutto nell’ultimo periodo di vita abbia avuto la sensazione di toccare la morte con le mani”. Una sensazione che lo portò nei 57 giorni trascorsi tra le stragi di Capaci e via d’Amelio anche ad esporsi sempre di più, anche mediaticamente: “Papà era molto turbato di non essere mai stato chiamato a Caltanissetta a deporre nell’ambito delle indagini sulla morte di Falcone. Il 26 giugno 1992 aveva rilasciato le dichiarazioni durante l’incontro alla biblioteca comunale ed aveva detto chiaramente di essere testimone e destinatario di confidenze di Falcone. E non vedeva l’ora di raccontare quelle cose a sui dire utili per lo sviluppo delle indagini. Lui sapeva che in quella maniera si stava esponendo anche esponendosi in quella sede non propria. Ma poi sono passati altri 25 giorni e nessuno ha mai alzato il telefono degnandosi di chiamarlo”.
Così come aveva fatto al Borsellino quater l’ex assessore regionale ha ricordato anche l’episodio per cui Rosalia Basile, la moglie di Scarantino, aveva tentato di mettersi in contatto con sua madre. “Suonò al citofono e rispose il mio fidanzato di allora che fece in qualche maniera da filtro. Poi seppi che questo ragazzo fece una relazione di servizio in cui accennava il fatto che la moglie dello Scarantno voleva raccontare a mia madre i maltrattamenti subiti dal marito”.

La testimonianza di Candura
L’udienza è poi proseguita con l’esame di uno dei falsi pentiti, Salvatore Candura, ovvero l’uomo che aveva detto di aver consegnato la Fiat 126 utilizzata nella strage del 19 luglio 1992 all’ex picciotto della Guadagna Vincenzo Scarantino. Anche se nel dicembre 2015 è stato assolto per il reato di calunnia è un dato di fatto che quelle dichiarazioni furono smentite molti anni dopo dall’ex boss di Brancaccio Gaspare Spatuzza. Un racconto che è partito dal giorno in cui Petrina Valenti, la proprietaria della macchina usata per l’attentato, lo cercò perché nutriva il sospetto che fosse stato lui a rubare l’auto.
Candura era un ladro di auto e al tempo era anche amico di suo fratello Luciano. “Io mi interessai di quella macchina, feci ricerche ma non seppi nulla. Lei disse che voleva denunziarmi per quel furto”. Qualche tempo dopo, nel settembre 1992, Candura venne arrestato assieme a Luciano e Roberto Valenti per rapina e violenza sessuale. “Io con quella storia non c’entravo niente. Per questa storia io e Luciano Valenti fummo condannati e Roberto Valenti no – ha raccontato in aula rispondendo alle domande del Pm Paci – Mi portano alla Squadra mobile, io ero stonato per quello che stava succedendo… mi portano in una stanza, un grande studio e ebbi occasione di conoscere Arnaldo La Barbera. Non sapevo allora chi fosse. Eravamo io e lui da soli; si siede vicino a me e mi dice che la mia vita era finita, che già avevo l’ergastolo e che non avrei più visto i miei figli. E a quel punto mi dice ‘Tu devi dirmi a chi hai portato la Fiat 126 che hai rubato, chi ti ha commissionato il furto'”. Candura, così come aveva fatto al Borsellino quater, ha riferito i particolari di quell’incontro. “Lui voleva che accusassi come mandante Profeta, il cognato di Vincenzo Scarantino – ha aggiunto – Era un mafioso. tutti lo conoscevano come un mafioso. Io negavo, non cercavo di cedere a questa situazione. Erano cose che non erano vere. Io non volevo dire Profeta e La Barbera mi disse che dovevo dire ‘che a commissionare il furto era stato Scarantino’. Lui disse che ero con le spalle al muro perché c’erano le parole di Petrina, Luciano e Roberta Valenti. Io mi misi a piangere, a supplicarlo. Io avevo paura perché sapevo chi erano il Profeta e gli Scarantino. Io non volevo. Uscii il dottor La Barbera ed entrarono quattro-cinque persone. Mi hanno massacrato. Calci, pugni, mi hanno preso la testa e sbattuta per terra”. Il teste ha dunque riferito le false accuse che il defunto capo della mobile palermitana lo avrebbe invitato a fare rassicurandolo: “Non preoccuparti che di fronte a te ci sono sempre io e se non ci sono io ci sarà Ricciardi o Salvatore La Barbera. Mi disse quel che dovevo dire che la vettura era stata consegnata in una traversa di via Cavour. Mi disse anche che se non mi fossi ricordato qualcosa mi avrebbero aiutato loro. Si sarebbe stoppato l’interrogatorio e mi avrebbero aiutato loro. Così mi fece sempre ripetere le stesse cose”.

Le sospensioni degli interrogatori
Candura ha anche spiegato di aver ricevuto da La Barbera indicazione su una serie di foto e nomi che doveva ricordare: “Lui mi diceva: ‘rammenta questi nomi, Tagliavia, Profeta’. Io davo anche dei particolari ad alcuni magistrati sbagliati. Mi ricordo una volta parlai della 126 dicendo che avevo aperto il quadro con le levette. E La Barbera si arrabbiò sbattendo i pugni sul tavolo. Ricordo che ci fu una sospensione e lui e Ricciardi mi ripresero. Quale interrogatorio era? Non ricordo se era quello con Bongiorno, Giordano o Boccassini“. In cambio di quelle false dichiarazioni La Barbera avrebbe offerto, secondo Candura, una serie di promesse: “Lui, non appena uscivo al nord Italia mi avrebbe fatto avere dal ministero 200milioni, mi avrebbe sistemato a me e la mia famiglia, io avrei potuto fare l’attività che volevo seguendo la mia passione come fotografo e della musica. Ed io cedetti”.
Dopo i fatti avvenuti alla Squadra mobile, Candura venne portato in carcere all’Ucciardone assieme a Luciano Valenti. “Lì chiesi di parlare con un funzionario del carcere perché volevo dire che non c’entravo nulla con il furto della 126. Dopo un pò entrano in cella tre guardie carcerarie e non ho avuto nemmeno il tempo di parlare: venni picchiato avevo gli occhi gonfi, il setto nasale fratturato. E lo ha visto anche il pm che mi interrogava per la violenza sessuale, al quale ho dovuto dire che ero caduto dalle scale. Mi avevano minacciato”.
Il 13 settembre 1992 Candura disse a Luciano Valenti di “accollarsi” il furto della 126. “Io volevo dare un messaggio far capire che non c’entravo nulla – ha detto Candura – cercai di convincerlo che doveva dire di aver preso lui la macchina e darlo a Scarantino, siccome lui era stato anche ricoverato di schizofrenia cronica continua e io gli dissi anche che l’avrebbero preso per pazzo che non lo avrebbero creduto. Lui seguì il consiglio ma poi spifferò tutto a dottor La Barbera. E mi fece un cazziatone. Lui venne all’interno del carcere, lui veniva di giorno, di notte, la sera. A Bergamo venne quattro volte”.
Il processo è stato rinviato al prossimo 6 dicembre quando si proseguirà con l’esame ed il controesame di Candura.

 

Aaron Pettinamri (AMDuemila)

 

AUDIO
Ascolta l’udienza: radioradicale.it

ARTICOLI CORRELATI

Depistaggio via d’Amelio: prima udienza a Caltanissetta

Borsellino quater: l’agenda rossa sparita e l’irritazione di La Barbera

Comments are closed.