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Delegittimazione ed isolamento: perché la storia non si ripeta

22 Maggio 2018

 di Movimento delle Agende Rosse

Sabato 19 maggio 2018 il giornalista siciliano Paolo Borrometi, 35 anni, che da anni vive sotto scorta per le minacce e le aggressioni ricevute a seguito delle sue inchieste sulla criminalità organizzata ragusana e siracusana e sui rapporti mafia-politica e mafia imprenditoria, pubblicate anche sul sito www.laspia.it, ha affidato alla propria pagina Facebook un lungo e amaro sfogo

 

Nel suo post il giornalista d’inchiesta, nei confronti del quale -come emerso il 10 aprile 2018 da una ordinanza del GIP di Catania- si stava organizzando in Sicilia un attentato con un’autobomba, una vera e propria “mattanza” che avrebbe coinvolto anche i ragazzi della sua scorta, scrive di aver sempre preferito restare “in silenzio, con il mio dolore e la mia paura, per tanto tempo, continuando solo a fare il mio lavoro. Ho pensato che il silenzio fosse la migliore delle strade, ma davanti alla falsificazione della realtà non posso che reagire pubblicamente. (…) Sono stato in silenzio, perché io ho fiducia nella giustizia. (…) Oggi pero non posso più rimanere in silenzio. L’ennesimo comunicato stampa di avvocati di pregiudicati tenta di stravolgere la realtà. (…) Forse per qualcuno il vero problema è che io non sia ancora morto, che sono vivo e continuo a scrivere. Non rimango in silenzio questa volta, visto che parliamo non della mia (sola) vita, ma di quella di 5 persone della mia scorta, delle loro famiglie, dei nostri affetti, e non accetto che qualcuno continui con questo “mascariamento”.  Adesso basta. I boss mi vogliono morto, e qualcuno vorrebbe aiutarli, isolandomi.

Mi affido, ancora una volta, a Voi”.

Cos’è successo dunque di così grave da giustificare questa denuncia da parte di un giornalista sempre riservato sulle vicende processuali che lo riguardano? Perché Paolo Borrometi si affida “a noi”, chiedendoci di fare squadra per “uscire da questo inferno” e per far sì che “certi messaggi”, soprattutto nella sua terra, la Sicilia, non passino?

La causa del suo sfogo è una comunicazione e-mail in data 17 maggio 2018 dell’Avv. Giuseppe Gurrieri, difensore di Giovanni Aprile, 39 anni di Portopalo. (1)

In tale e-mail, avente come oggetto: “C. S. Deposito motivazioni riesame Aprile Giovanni, Vizzini Giuseppe, Vizzini Simone e Vizzini Andrea” ed inviata dall’Avv. Gurrieri ad alcune testate giornalistiche nonché allo stesso Paolo Borrometi, si riassumono le motivazioni in base alle quali il competente Tribunale del Riesame ha annullato l’ordinanza con cui il Gip di Catania aveva disposto la misura della custodia cautelare in carcere nei confronti di Aprile Giovanni, ritornato dunque in libertà. 

Ma il difensore di Giovanni D’Aprile non si limita ad esporre i motivi per i quali il Tribunale del Riesame ha ritenuto di escludere la partecipazione di Giovanni Aprile agli eventi occorsi lo scorso dicembre 2017 (2)

L’Avv. Gurrieri aggiunge infatti altro: “Il Tribunale del riesame, analizzando la posizione degli altri indagati (Vizzini Giuseppe, Vizzini Simone e Vizzini Andrea, n.d.r.), si è anche soffermato sulle contestazioni mosse in merito alla aggravante mafiosa. Il Gip etneo, sposando la tesi del P.M. della DDA di Catania, aveva scritto nell’ordinanza cautelare di ritenere il comportamento degli indagati, come un comportamento tipicamente mafioso, aggiungendo che altresì le azioni poste in essere erano direttamente finalizzate ad agevolare l’associazione mafiosa denominata Clan Giuliano, territorialmente collocata a Pachino, spingendosi al punto di ipotizzare un piano omicidiario ai danni del giornalista Paolo Borrometi, da parte del Vizzini Giuseppe, su consiglio del presunto boss locale Salvatore Giuliano. Le conclusioni a cui era giunto il Gip etneo avevano sollevato una enorme scia di vicinanza e solidarietà da parte dei rappresentanti di tutte le pubbliche istituzioni locali a nazionali, le più alte cariche dello Stato, i rappresentati dei partiti politici, delle associazioni antimafia e delle associazioni di categoria della stampa italiana e pochi giorni dopo pure il Santo Padre, Papa Francesco, tutti si erano dichiarati a fianco del giornalista, nella errata convinzione che questo fosse stato oggetto di un attacco diretto da parte di soggetti appartenenti a sodalizi mafiosi che discutendo tra di loro dicevano in una prima conversazione “fallo ammazzare” o parlando in una seconda conversazione captata in ambientale, dell’intenzione di coinvolgere soggetti della mafia catanese per uccidere il giornalista Borrometi, dicendo testualmente la frase “Bum, a terra”, preannunciando il ricorso a gruppi di dieci, sei, cinque persone, a bordo di auto rubate, debitamente armate e occultate nel territorio, pronte ad agire mortalmente nei confronti del giovane giornalista siciliano, preannunciando esplicitamente una “mattanza”, poi giornalisticamente intesa come la contemporanea uccisione di Borrometi e degli uomini della sua scorta. Il Tribunale del riesame invece ha ritenuto di non avere rinvenuto alcuna prova o per meglio dire “supporto indiziario” tale da consentire di ritenere sussistente l’aggravante mafiosa nell’accezione finalistica di avere favorito il clan Giuliano, i Giudici del riesame hanno poi precisato che “secondo il Tribunale, non sussistono elementi comprovanti l’esistenza di una finalità agevolatrice del clan Giuliano nella condotta tenuta dagli indagati”. In altre parole viene considerato il comportamento degli indagati, come astrattamente mafioso ma non finalizzato a potenziare il prestigio e l’onore del clan Giuliano di Pachino, ritenendo che analizzando la frequentazione tra l’indagato Vizzini e Salvatore Giuliano, ci sia “assenza di aspetti penalmente rilevanti di tali rapporti di contiguità”. 

Senonché, al di là della decisione sull’istanza di riesame presentata da Giovanni Aprile e delle altre considerazioni formulate dal Tribunale in ordine alle esigenze cautelari esistenti a carico degli altri indagati, come evidenzia Paolo Borrometi nel suo post su Facebook del 19 maggio, nel provvedimento relativo all’istanza di riesame formulata da Giuseppe Vizzini “Il Tribunale del Riesame di Catania ha, purtroppo, confermato il tentativo del gravissimo attentato con un’autobomba nei miei confronti e nei confronti della mia scorta. Addirittura, cito testualmente, si dice che “sono accertati i contatti tra Giuliano ed il clan Cappello” per la realizzazione dell’attentato”.

In effetti, il tentativo di accreditare l’ipotesi che quanto emerso dalle tanto chiare quanto allarmanti intercettazioni telefoniche (https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/04/10/mafia-il-clan-cappello-voleva-uccidere-il-cronista-borrometi-un-murticeddu-ogni-tanto-serve-cosi-si-danno-una-calmata/4283770/) e quanto contenuto nel provvedimento del GIP in merito all’attentato programmato contro Paolo Borrometi e la sua scorta fosse stato quantomeno “erroneamente interpretato” viene palesemente smentito dallo stesso Tribunale del Riesame.

In altre parole: è proprio il Tribunale a chiarire che la “convinzione che questo (Borrometi, n.d.r.)  fosse stato oggetto di un attacco diretto da parte di soggetti appartenenti a sodalizi mafiosi che discutendo tra di loro dicevano in una prima conversazione “fallo ammazzare” o parlando in una seconda conversazione captata in ambientale, dell’intenzione di coinvolgere soggetti della mafia catanese per uccidere il giornalista Borrometi, dicendo testualmente la frase “Bum, a terra”, preannunciando il ricorso a gruppi di dieci, sei, cinque persone, a bordo di auto rubate, debitamente armate e occultate nel territorio, pronte ad agire mortalmente nei confronti del giovane giornalista siciliano, preannunciando esplicitamente una “mattanza”, poi giornalisticamente intesa come la contemporanea uccisione di Borrometi e degli uomini della sua scorta” non è affatto errata, come si pretenderebbe invece di far credere.

Con il provvedimento del 30 aprile 2018 (3), il competente Tribunale conferma infatti la descrizione dei fatti, l’impostazione accusatoria formulata dal PM e recepita dal GIP in ordine ai delitti contestati al sig. Giuseppe Vizzini, nonchè la sussistenza degli indizi cautelari. Inoltre, il Tribunale, pur ritenendo non sussistenti elementi comprovanti, nella condotta tenuta dagli indagati, l’esistenza di una finalità agevolatrice del clan Giuliano, espressamente riconosce il “rapporto di frequentazione e contiguità” fra i Vizzini e Salvatore Giuliano. 

Non solo. Il Tribunale del Riesame espressamente aggiunge che “Gli stretti legami esistenti fra i Vizzini ed il boss Giuliano Salvatore, sebbene insufficienti al fine di ritenere provato il dolo specifico della finalizzazione mafiosa delle azioni delittuose, non possono d’altro canto non essere tenuti in considerazione nel valutare la carica intimidatoria promanante dalle condotte attribuite ai Vizzini. Difatti, in un contesto territoriale limitato, qual è quello di Pachino, la realtà criminale locale è maggiormente percepibile all’esterno rispetto a quanto possa esserlo in un territorio di più vaste dimensioni e maggiormente riconoscibili sono di conseguenza le cointeressenze e le contiguità che possono venirsi a creare fra gli ambienti criminali e la cittadinanza. Del resto, segno evidente di ciò sono gli stessi articoli del giornalista Borrometi, dei quali discorrono lungamente i membri della famiglia Vizzini, che se ne ritengono lesi, ma che danno atto di rapporti di vicinanza con Salvatore Giuliano che nemmeno lo stesso ricorrente (Giuseppe Vizzini, n.d.r.) ha potuto negare, avendo riferito al tribunale di averlo affiancato dopo la scarcerazione favorendone il reinserimento lavorativo. Ulteriori conferme si traggono dai profili Facebook e soprattutto dalle conversazioni in atti, certamente denotanti l’inquietante condivisione di propositi delittuosi (il riferimento è in particolare alla conversazione progr. 345 del 20.2.2018, nella quale Vizzini Giuseppe, la moglie e il figlio Simone parlano del giornalista Borrometi e Vizzini fa chiarissimo riferimento alle parole di una terza persona, che aveva programmato di far venire dei malavitosi da Catania – sono stati accertati i contatti fra Giuliano e il clan Cappello di Catania – con macchine rubate, una base logistica nelle campagne di Pachino, per eliminare qualcuno considerato scomodo, come avveniva negli anni ’90, epoca che viene quasi ricordata con rimpianto).

Confermata dunque (se mai ve ne fosse stato bisogno) anche dal Tribunale del Riesame l’esistenza di un piano omicidiario e stragista a carico del giornalista Paolo Borrometi e della sua scorta, viene da domandarsi perchè mai il difensore di uno degli indagati, nel rendere pubbliche le motivazioni di un provvedimento che annulla la misura cautelare disposta a carico del suo assistito, senta la necessità di spingersi oltre, provando a far passare il messaggio che la notizia dell’attentato in programma contro Borrometi sia stata “male interpretata” (anche) da tutti coloro (Santo Padre Papa Francesco, pubbliche istituzioni locali e nazionali, le più alte cariche dello Stato, partiti politici, associazioni antimafia e associazioni di categoria della stampa italiana) che hanno prontamente manifestato al giornalista la loro solidarietà e vicinanza.

Sembra di avere un dèja-vu. Leggere le parole dell’Avv. Gurrieri sul punto specifico dell’attentato a Paolo Borrometi fa tornare indietro di decenni, agli anni ‘80/’90, quando sul lavoro, sulle parole ma ancor prima sulla persona di chi, pure in ambiti diversi, combatteva la mafia si insinuavano dubbi; quando si mandavano messaggi tra le righe, finalizzati a delegittimare la persona interessata o comunque a creare nei suoi confronti un atteggiamento quantomeno di diffidenza, che preludeva inevitabilmente all’isolamento. La Storia, che è un’ottima maestra, lo insegna: chi viene delegittimato, e dunque isolato, è un bersaglio più facile da colpire. Cerchiamo di tenere a mente la lezione.

Paolo Borrometi, nelle cui vene scorre sangue siciliano e che per questo ben conosce il significato e le conseguenze di “certi messaggi”, lamenta di essere oggetto di “mascariamento”, termine che rimanda allo sporcare qualcuno nell’onore e nella moralità. Mascariare qualcuno è l’equivalente italiano di calunniare, ma in senso più forte. Come giustamente ricordato da Luciano Armeli Iapichino, con tale tecnica si insinua il “dubbio che “la colpa” o “l’accusa” di o contro qualcuno possa avere, in qualche modo, un fondo di verità. E poi, estirpare la calunnia che pare indelebile alla verità e avvinghiata al tempo che passa, non è facile. (…) Mascariati erano stati Pippo Fava dopo la sua morte, riconducibile secondo gli arcieri del fango a questioni di fimmini; ancora prima, Peppino Impastato, morto inizialmente per la sua attività eversiva; Giovanni Falcone, con riferimento all’attentato all’Addaura”.

Tutti noi dobbiamo molto a chi ogni giorno con coraggio racconta la mafia, ci apre gli occhi e ci permette di scegliere da che parte stare. Abbiamo un grande debito di riconoscenza verso chi rischia la vita per fare “solo il proprio dovere”, sia quello di giornalista con la schiena dritta, sia quello di proteggere, con la propria, la vita altrui.

Affinchè la storia non si ripeta, non possiamo che accogliere la richiesta di Paolo Borrometi a “fare rete”, stringendoci introno a lui, denunciando e reagendo ad ogni tentativo di attacco e delegittimazione nei confronti non solo del suo lavoro ma anche della sua persona, così facendo divenendo noi, “società civile” che voglia dirsi degna di questo aggettivo, lo scudo che proteggerà lui e i ragazzi della sua scorta.

 

 

 

(1) accusato di minaccia a pubblico ufficiale, danneggiamento aggravato e detenzione e porto di materiale esplosivo, reati tutti aggravati dalla circostanza di avere agito con metodo mafioso e di avere agito al fine di favorire il clan Giuliano di Pachino

(2) quando una bomba rudimentale veniva fatta esplodere sotto l’autovettura dell’Avv. Adriana Quattropani, curatore fallimentare in una procedura concorsuale del Tribunale di Siracusa, che riguarda una impresa gestita dalla sig.ra Franca Corvo, moglie di uno degli indagati, Giuseppe Vizzini.

(3) (n. 661/2018 R.I.M.C., n. 194/2018 R.G.N.R., n. 2545/2018 R.G.GIP), depositato in pari data, pronunciato a seguito di istanza di riesame proposta nell’interesse di Giuseppe Vizzini

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