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Dap, Bonafede, Di Matteo, Cafiero de Raho: “Ad onor del vero…”

Abbiamo atteso che il dibattito si trasferisse da uno “show spazzatura” (cit.) alle sedi Istituzionali opportune – Parlamento e Commissione parlamentare Antimafia – prima di prendere una posizione. Ora che la cosa è accaduta, in attesa che intervenga nuovamente il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede in Commissione Antimafia e tralasciando lo sciacallaggio politico e mediatico a cui abbiamo assistito nell’ultimo periodo sulla mancata nomina a capo del DAP del dott. Nino Di Matteo, sentiamo la necessità di fare alcune riflessioni.
E’ praticamente impossibile credere, a nostro avviso, che non ci sia stato un veto, da parte di qualcuno, sulla nomina di Nino Di Matteo a direttore del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria; come è altrettanto facile, invece, immaginare perché il ministro Bonafede si sia sentito in obbligo di prendersi tutta la responsabilità della scelta fatta. Ma è un dato di fatto che quella proposta sia stata ritirata in meno di 24 ore e che, contemporaneamente, il dottor Basentini depositava al CSM la richiesta di messa fuori ruolo, per poter accettare l’incarico che Bonafede aveva proposto invece a Di Matteo. Le date parlano da sole. Il ministro Bonafede, nel suo discorso in Parlamento, non ha spiegato le ragioni del suo improvviso ripensamento sul nome di Di Matteo, ha solo dichiarato di aver preso la decisione in solitudine; un’affermazione che non è oggettivamente aderente al principio di realtà.
Allo stesso tempo non possiamo fare a meno di notare una direzione che, da qualche anno, hanno preso le vicende riguardanti la legislazione antimafia: la sentenza della CEDU sul concorso esterno in associazione mafiosa, ripresa dalla Cassazione; la sentenza della Corte Costituzionale sui permessi premio per i mafiosi che non hanno mai collaborato con la giustizia; spinte, da parte di politici e associazioni, per la riforma dell’ordinamento penitenziario con riferimento alla disposizione di cui all’articolo 41-bis; la scoperta di “amorevoli” lettere che si sono scambiati tra loro boss mafiosi in regime di carcere duro. E potremmo andare avanti. Il ministro Bonafede, all’inizio del suo mandato, prese impegni precisi in merito a questi argomenti. Alcune cose ha provato a farle e non possiamo non dargliene atto: la legge “spazzacorrotti”, l’esclusione dei detenuti per mafia dalle scarcerazioni per pericolo contagio da Covid-19 nel decreto “Cura Italia”; anche l’offerta fatta a Nino Di Matteo non può che essere inserita in questo elenco. Poi, la sua retromarcia, accompagnata dalla frase sui “dinieghi e mancati gradimenti”, che verosimilmente non erano i suoi. A seguire, la famosa circolare del Dap di cui tanti hanno parlato e che tanti hanno (giustamente) criticato. Da quella, le richieste di dimissioni pressanti da parte di tutti i partiti politici, di personaggi più o meno famosi, Giletti lancia in resta, improvvisamente diventato campione della denuncia degli errori dello Stato nella lotta alla mafia, quando fino al giorno prima aveva celebrato le gesta “eroiche” del Capitano Ultimo (esponente di quella parte del Ros dei Carabinieri che tanti, troppi, errori ha commesso nelle operazioni antimafia, errori divenuti poi, infatti, oggetto del processo sulla trattativa Stato-mafia portato avanti da Nino Di Matteo stesso).
Ci chiediamo: il ministro era a conoscenza di quella circolare? Ne aveva compreso la gravità? I personaggi di cui si era contornato, legati – da quanto si legge – anche a Luca Palamara, quanto hanno influito sulle scelte di un ministro alle prime armi?
La realtà dei fatti con cui dobbiamo onestamente fare i conti è quella di un ministro della Giustizia che ha fatto numerosi sbagli, prima di tutto nella scelta dei suoi collaboratori e consiglieri, poi delle persone a cui dare incarichi importanti (non riusciamo a comprendere per quale motivo, per esempio, non abbia pensato, come direttore del Dap, oltre che a Nino Di Matteo, anche a Sebastiano Ardita, che al Dap aveva lavorato, con ruoli apicali ed ottimi risultati, per dieci anni). La stessa realtà, però, ci dice anche che quel ministro ha sempre dichiarato di avere una certa visione sul funzionamento della giustizia, che sicuramente non è gradita alla mafia (l’offerta di assumere l’incarico di direttore del Dap rivolta a Di Matteo, dopo le relative proteste dei mafiosi al 41-bis, ne è una prova evidente).
Ci chiediamo, quindi, se l’attuale guerra contro questo ministro non sia mirata, più che alla condivisibile richiesta di maggiore professionalità da parte di chi siede a capo del ministero della Giustizia, alla volontà di portare avanti senza inibizioni lo stravolgimento della legislazione antimafia già iniziata nel silenzio di tutti.
Dobbiamo ammetterlo: i tempi, oggi, sono così sbandati che non sappiamo se sia meglio sostenere una persona con buone intenzioni ma che, evidentemente, fa scelte sbagliate a seguito di pressioni che non è capace di contrastare, sperando nella sua capacità di imparare dai propri errori e di mantenere fermi gli obiettivi originari, o inneggiare alle sue dimissioni per via di quegli errori, rischiando che prenda il suo posto una persona che abbia come fine proprio lo stravolgimento di quella legislazione antimafia per cui sono vissuti e morti Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

PS.
Alla luce dell’audizione del dottor Nino Di Matteo in Commissione Antimafia e delle risposte sul suo allontanamento dal “pool stragi” della Procura Nazionale Antimafia, aspettiamo con ansia la chiusura del procedimento aperto (e attualmente coperto da segreto) al CSM in merito a quella vicenda, anche per poter chiedere ufficialmente il nome del magistrato che si lamentò con il Procuratore nazionale antimafia – come sostenuto in diretta nel programma “Non è l’arena” dallo stesso Federico Cafiero De Raho – per una intervista pre-registrata e che nulla introduceva di nuovo riguardo le indagini sulla strage di Capaci, tanto da far prendere al dottor De Raho quella drastica decisione di cui, ancora, non si sono ben comprese le ragioni.

Salvatore Borsellino e Movimento delle Agende Rosse

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