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Processo trattativa Stato-mafia: Cuzzola racconta il legame tra boss Papalia e servizi segreti

Il collaboratore di giustizia: “Umberto Mormile ucciso perché disse di quegli incontri”

di Aaron Pettinari

L’omicidio dell’educatore carcerario Umberto Mormile? “Lo ha ordinato Domenico Papalia. Si era fatto scappare parlando con un detenuto che Papalia dialogava con i Servizi segreti e che grazie a quelli otteneva i permessi. Questo detenuto, uno di Platì, lo disse ai Papalia, che così ordinarono l’esecuzione. E lo abbiamo ucciso”. La Falange Armata? Antonio Papalia mi parla di questa sigla dopo l’omicidio. Serviva per depistare. Mi dice: ‘stai tranquillo, non ti preoccupare che andiamo assolti, non indagheranno su di noi’, che c’erano state queste telefonate fatte fare ad uno che loro usavano anche per rivendicare i sequestri. Lo pagavano 5 milioni per andare là. Mi dice che avevano chiamato l’Ansa. E che c’erano state anche altre telefonate dall’Isola d’Elba e Porto Azzurro. Era convinto che i giudici sarebbero andati in confusione”. Sono queste alcune delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia calabrese, Antonino Cuzzola, sentito ieri durante il processo d’appello sulla trattativa Stato-Mafia, in corso davanti alla Corte d’assise d’appello di Palermo. Così come aveva già fatto al processo ‘Ndrangheta stragista il pentito ha raccontato dei rapporti di alto livello che i mamma santissima avevano con i servizi segreti partendo proprio dall’omicidio commesso assieme ad Antonio Schettini.

I rapporti con Delfino
Nel corso dell’esame l’ex killer ha anche riferito di alcuni incontri che vi sarebbero stati tra Antonio Papalia ed il generale Francesco Delfino (ex generale dei carabinieri coinvolto in diverse vicende ambigue della storia del nostro Paese deceduto nel 2014). “Io so che Delfino aiutava i Papalia e che a loro portava notizie. Si conoscevano perché entrambi erano di Platì – ha dichiarato intervenendo in video collegamento – Fu lui ad avvisare Papalia del pentimento di Saverio Morabito“. Tra gli incontri che vi sarebbero stati anche quelli nei giorni antecedenti l’omicidio Mormile. Antonio Papalia mi disse che si era incontrato. E’ in quell’occasione che mi dice della telefonata all’Ansa della Falange Armata (una sigla che nel corso degli anni ha rivendicato altri omicidi eccellenti: dal politico democristiano Salvo Lima al maresciallo Giuliano Guazzelli fino alle stragi del 1992 e del 1993, ndr). Mi dice che il numero era su un’utenza riservata, che quel numero non si trovava negli elenchi telefonici. Se lo diede Delfino? Io ricordo il particolare che si incontrarono qualche giorno prima il delitto. Molto probabilmente fu il generale che diede questo numero riservato”.

I depistaggi
Oltre a ricordare la rivendicazione della Falange Armata, seppur non ha saputo fornire un’indicazione precisa delle date in cui questa fu fatta, ha ricordato anche i depistaggi sull’omicidio che furono avviati con Schettini (altro esecutore materiale del delitto Mormile:Domenico Papalia fece fare delle lettere a Schettini, inviandole al procuratore di Bologna dicendo che c’entravano i poliziotti della Uno Bianca, poi le dichiarazioni fatte nella sua finta collaborazione. Schettini era manovrato da Papalia. Veniva mandato a collaborare per infangare l’educatore carcerario e poi anche per gestire altri processi”.

Umberto Mormile, in uno scatto d’archivio, insieme alla figlia Daniela

La ‘Ndrangheta ed i servizi
Non solo Papalia avrebbe avuto rapporti con gli 007. Ma, a detta del collaboratore, anche altri boss avevano collegamenti di altissimo livello: “Anche il fratello Antonio Papalia aveva questi rapporti, così come Domenico Libri. Una volta mi recai in Calabria da Domenico Paviglianiti, che era ai domiciliari. Ad un certo punto arrivò suo fratello Settimo che mi dice di andarmene al piano di sopra perché delle persone in borghese, venuti su una macchina targata Roma, erano venuti in quella casa. Io sono salito e dopo ho chiesto e mi dissero che quei soggetti erano stati mandati lì da Domenico Libri, che da latitante si incontrava con loro”. “Un mese dopo – ha aggiunto – Durante un viaggio per portare Libri a Milano vi fu uno scontro verbale tra Domenico Paviglianiti ed il Libri a cui io assistetti. Libri diceva che queste persone si dovevano tenere vicine perché aiutavano in tante cose, nei processi ed in altre situazioni”. Non solo. Secondo Cuzzola i servizi avrebbero anche pagato dei soldi per alcuni sequestri, facendo il riferimento del sequestro Casella. Quindi ha raccontato di un dialogo acceso tra Mammoliti ed Imerti in cui si parlava proprio dei rapporti con i servizi e della confidenza avuta da una guardia penitenziaria, mentre era detenuto assieme a Peppino Malari, rispetto ad alcuni incontri in carcere tra Domenico Libri ed i servizi di sicurezza. Addirittura, secondo Cuzzola, Papalia avrebbe avuto anche un contratto scritto con gli 007, risalente agli anni Settanta. “Non ho mai visto documenti. So che anche i Paviglianiti ne avevano una copia di questo accordo”.

Domenico Papalia a Rebibbia in “libertà”
Un altro dettaglio raccontato da Cuzzola ha riguardato il trasferimento, nel 1992, di Domenico Papalia presso il carcere di Rebibbia. “Ci avevano portato delle notizie che nel 1990-1991 Saverio Morabito voleva collaborare con i magistrati. Delfino avvisò Antonio Papalia. C’è questo episodio dentro al carcere di Busto Arsizio del coltello che fu trovato nella cella di Papalia, che serviva per ammazzare Morabito. Assieme a lui in cella c’era un altro che sarebbe dovuto uscire dal carcere da lì a poche ore. Fanno la perquisizione in cella, trovano il coltello. A Papalia lo mandano con l’aereo a Rebibbia. E invece l’altro non è potuto più uscire”.
Cuzzola ha anche raccontato di aver letto delle lettere che Papalia inviava da Rebibbia ad un soggetto che era detenuto con lui, in cui raccontava di “potersi muovere liberamente dalla mattina alle sei fino alla sera alle dieci, di potersi recare in cucina, e di poter fare colloqui con chi volesse”.
Una libertà di cui avrebbero sempre goduto. “I Papalia si sono fatti pochissimi giorni di 41 bis – ha riferito il pentito – A Cuneo ricordo che Papalia poteva fare ore di colloquio di due, tre ore. Mentre tutti noi stavamo solo un’ora. Lui diceva che si incontrava con l’avvocato, ma non era possibile. Poi c’erano anche ispettori di polizia penitenziaria che erano a sua disposizione. A Milano, a San Vittore, c’era questo Lorenzo Vitiello che, assieme ad un altro appuntato, di Gioia Tauro, che si mettevano a disposizione. Addirittura Antonio Papalia si era fatto svuotare un intero braccio, per portare i suoi nipoti e parenti e chi conosceva lui ristrettamente. Ricordo anche che fu portato Peppe De Stefano“. Nel corso della deposizione il collaboratore ha anche parlato dei rapporti tra Cosa nostra, Camorra, ‘Ndrangheta e Sacra Corona Unita, confermando che in Nord Italia vi erano diversi contatti per affari e scambi di favori. Il processo è stato rinviato al prossimo 8 giugno quando, salvo imprevisti, saranno sentiti i pentiti Foschini e Pace.

Stralcio Ciancimino
Inoltre si è appreso che il prossimo 13 luglio si terrà l’udienza “stralcio” per discutere la posizione di Massimo Ciancimino, imputato di calunnia e condannato a 8 anni in primo grado al processo sulla trattativa tra Stato e mafia. In una delle precedenti udienze, prima che scattasse l’emergenza coronavirus, i legali di Ciancimino jr, gli avvocati Roberto D’Agostino e Claudia La Barbera, avevano avanzato la richiesta di non luogo a procedere “per intervenuta prescrizione, secondo i nostri calcoli, già prima della pronuncia della sentenza di primo grado”.

Foto © Imagoeconomica

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Tratto da:
www.antimafiaduemila.com