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Caso Caccia, la famiglia si oppone all’archiviazione di D’Onofrio

di Aaron Pettinari

Da una parte l’opposizione alla richiesta di archiviazione, presentata al Gip dalla Procura di Milano, nei confronti di Francesco D’Onofrio, accusato di essere stato uno dei partecipanti all’agguato che il 26 giugno 1983 uccise il Procuratore capo di Torino, Bruno Caccia. Dall’altra la richiesta che a decidere sia un altro Gip e che il fascicolo contro l’ex militante di Prima Linea sia riunito a quello a carico di Rosario Pio Cattafi e Demetrio Latella entrambi iscritti nel registro degli indagati per il delitto dal 2 luglio 2015. Sono questi i contenuti della documentazione che ieri Fabio Repici, legale dei figli del magistrato Guido, Paola e Maria Cristina Caccia, ha depositato alla cancelleria del Gip. Secondo il pm della Procura di Milano, Paola Biondolillo, che lo scorso 18 maggio ha chiesto al Gip l’archiviazione del fascicolo, non sarebbero stati trovati riscontri sufficienti alle affermazioni del pentito Domenico Agresta, che lo aveva chiamato in causa in un lungo verbale reso ai pm dell’Antimafia torinese a ottobre del 2016, dichiarando di aver appreso dal padre e dal boss Aldo Cosimo Crea che “a farsi il procuratore” erano stati Schirripa e D’Onofrio.
Secondo l’avvocato Repici, però, le indagini compiute presentano “dei limiti sostanziali” e “lacune investigative”. I primi riguardano “l’approccio atomistico alla vicenda, che impedisce una visione completa dell’omicidio del dr. Bruno Caccia e di tutte le risultanze processuali disponibili al riguardo”. Le seconde riguardano le attività svolte “sulle specifiche affermazioni di Agresta e sull’attività finalizzata alla raccolta di eventuali elementi di riscontro”.
Il legale mette in evidenza anche alcuni errori di prospettazione del delitto (la procura sostiene che a uccidere Caccia sia stata una persona sola, prima alla guida, mentre pur riconoscendo che “del guidatore, soprattutto in ragione delle dichiarazioni del testimone oculare Luca Fogal, venne effettuato un identikit, ma è altrettanto vero che, proprio grazie alle dichiarazioni di più d’un testimone oculare, è stato accertato indiscutibilmente come a scendere dall’auto per sparare gli ultimi colpi contro il dr. Caccia non sia stato il conducente della Fiat 128 ma il passeggero”) ma anche l’assenza di “alcuna valutazione sulla causale del delitto e sul contesto nel quale l’assassinio del magistrato torinese fu ideato e poi eseguito”.
“Ciò – scrive ancora il legale – appare una conseguenza dell’orizzonte ristretto con il quale la Procura della Repubblica ha confinato il più grave delitto della storia torinese degli ultimi quarant’anni a una sorta di vendetta privata orchestrata da Domenico Belfiore per ragioni peraltro mai adeguatamente chiarite”. Repici ha dunque ricordato quanto scritto nelle motivazioni della sentenza del 17 luglio 2017, emessa della Corte d’assise di Milano nei confronti di Rocco Schirripa. La Corte riconosce che “la difesa delle parti civili eredi del dott. Caccia non ha contestato che le conversazioni sopra riportate indicano con sicurezza Schirripa come uno degli esecutori dell’omicidio in esame, ma ha osservato come sia l’audizione di Domenico Belfiore, sia i suoi colloqui con Barresi avessero rivelato, ancora una volta, un ambito di ‘indicibile’. Sottolineava che da un lato Belfiore nel corso della sua audizione alla domanda se, in carcere, con il cognato Barresi, avesse parlato dell’omicidio Caccia, rispondeva “no, no perché non… per noi era un tabù” (ud. 13.3.17 p. 22 trascriz.) e che dall’altro lato le preoccupazioni da loro espresse nei colloqui intercettati non potevano certamente riferirsi a Rocco Schirripa, che anzi avevano volutamente “sacrificato”, per nascondere i responsabili di più alto livello … Le osservazioni della difesa sull’ambito del non detto, sul vero motivo delle preoccupazioni di Belfiore e Barresi, appaiono condivisibili. Infatti risulta logico ritenere che le preoccupazioni degli stessi avessero riguardato non solo Schirripa, ma anche gli altri soggetti che erano stati coinvolti nell’omicidio. Questo però nulla toglie al fatto che le loro preoccupazioni sul fatto che Schirripa avesse ‘parlato’ fossero autentiche, anche se non dirette soltanto a lui”.
Proprio per ricostruire il contesto in cui è maturato il delitto Repici ha anche depositato la memoria difensiva dal quale derivò nel giugno 2015 (dietro sollecitazione della Procura generale) l’iscrizione della notizia di reato nei confronti di Cattafi e Latella e l’opposizione alla richiesta di archiviazione proposta a loro carico.

Le dichiarazioni di Agresta, i mancati approfondimenti
Riguardo gli accertamenti su D’Onofrio ha evidenziato alcune lacune nella ricerca dei riscontri alle dichiarazioni di Agresta. Dichiarazioni che meritavano approfondimenti. Un esempio è dato “in relazione a un episodio che nel racconto di Agresta, per quanto a costui riferito da Placido Barresi, era stato l’antefatto che aveva determinato l’omicidio del dr. Bruno Caccia. Esso è riportato alla pag. 9 della richiesta di archiviazione: ‘Un giorno Barresi stava parlando con Giuseppe Belfiore di intercettazioni e sosteneva che c’era un macchinario che poteva modificare le conversazioni intercettate. In quel discorso fece il nome di Caccia. Agresta gli chiese perché quel magistrato fosse stato ammazzato e Barresi rispose che era stato avvicinato da loro e “gli aveva sbattuto la porta in faccia” (p. 35). Barresi precisò che erano entrati nel suo ufficio senza appuntamento e il Procuratore si era alzato in piedi e li aveva cacciati senza dar loro nemmeno il tempo di parlare. Per questo atteggiamento era stata decisa la sua eliminazione (pp. 35-36). Barresi non gli disse chi fosse andato a parlare con Caccia, né fece riferimento a qualche specifico procedimento in relazione al quale intendevano parlare con il Procuratore (p. 126); disse soltanto ‘l’avevamo avvicinato’, riferendosi alla famiglia Belfiore; infine, concluse quel discorso affermando che all’epoca ‘Caccia ci stava sempre addosso’. A quel punto Agresta non fece altre domande”. Secondo Repici andava verificato “se effettivamente, il dr. Caccia avesse ricevuto una visita quale quella descritta e se egli avesse reagito cacciando il per nulla gradito visitatore” e “di quali vicende giudiziarie riguardanti la famiglia Belfiore il dr. Caccia si fosse personalmente occupato”.
Chiede dunque al Gip, come supplemento di indagine, l’audizione dei magistrati che “sicuramente in quel tempo operavano presso la Procura della Repubblica di Torino”. Tra questi vi sono il dottor Francesco Marzachì (al tempo Procuratore aggiunto), il dottor Marcello Maddalena, il dottor Francesco Saluzzo, il dottor Giorgio Vitari e il dottor Ugo De Crescienzo. Un’attività “mirata alla verifica delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Domenico Agresta. Inoltre il legale non considera sufficiente l’informativa della Squadra mobile di Torino dell’1 febbraio 2018, in cui si afferma che le intercettazioni disposte a carico di Francesco D’Onofrio, la compagna e dei colloqui in carcere di Rocco Schirripa, non abbiano consentito di acquisire alcun elemento utile a riscontro delle dichiarazioni del collaboratore, né in relazione al legame di D’Onofrio, risalente al 1983, con Domenico Belfiore e Rocco Schirripa, e tantomeno in relazione alla partecipazione di D’Onofrio all’omicidio del Procuratore Caccia. “Il pm ha assegnato a quelle parole valore certificatorio – sottolinea Repici – affidandosi ciecamente a quanto riferito in quell’informativa. Sennonché, una simile impostazione non è condivisibile, perché priva le parti e ancor più il giudice di poter verificare il dato probatorio (asseritamente negativo) di cui l’informativa riferisce con pretesa di affidamento del tutto fideistico”. Quindi chiede al Gip di “rigettare la richiesta di archiviazione, ordinare al pubblico ministero l’acquisizione almeno dei brogliacci delle attività di intercettazione telefonica e ambientale svolte sulle utenze telefoniche in uso a Francesco D’Onofrio, sull’utenza telefonica in uso alla compagna di D’Onofrio, sull’autovettura in uso alla stessa e, infine, sui colloqui in carcere fra Rocco Schirripa e i propri congiunti”.
Il legale evidenza come “nel corso delle indagini su Schirripa per l’omicidio Caccia sono stati numerosi e gravissimi gli errori e le omissioni compiute dagli stessi investigatori della Squadra mobile di Torino” portando l’esempio dell’informativa del 17 agosto 2015, “nella quale la Squadra mobile segnalò, allegando una serie di fotografie, una visita effettuata personalmente da Rocco Schirripa al domicilio di Domenico Belfiore, mai smentita dagli stessi investigatori”. Eppure “secondo quanto riferito dall’ispettore Massimo Cristiano, della Squadra mobile di Torino, innanzi alla Corte d’Assise di Milano il 2 novembre 2016 (cfr. pagine 91 e ss.). non si era mai verificata e la sua segnalazione era stata il frutto di un clamoroso errore”. Altro “errore di percorso” citato riguarda la “famosa” minacciosa missiva anonima inviata in fase di indagini dalla Squadra mobile di Torino a Domenico Belfiore, Giuseppe Belfiore (forse), Placido Barresi e Rocco Schirripa, ma non a Rosario Pio Cattafi, Demetrio Latella e Francesco D’Onofrio.
Sempre dalla deposizione dell’ispettore Massimo Cristiano, sottolinea l’avvocato, “si ricava come su quella straordinaria (a dir poco) iniziativa degli inquirenti non fu redatta nemmeno una relazione di servizio”.
Per questi motivi, scrive ancora Repici “non si può fare affidamento fideistico alle meramente labiali asserzioni della Squadra mobile di Torino circa l’irrilevanza delle intercettazioni disposte su D’Onofrio e Schirripa in relazione all’omicidio Caccia”.

Inoltre si richiede “l’acquisizione degli atti del procedimento denominato ‘Zagara’ e specificamente l’informativa ‘DIA cd. ‘principale” citata nell’informativa della Squadra mobile di Torino del 21 novembre 2017″.
A novembre 2017 venne recapitata alla famiglia Caccia una lettera anonima che faceva riferimento ad asserite “verità” sull’omicidio Caccia. E anche da quel documento si possono ricavare degli spunti.
Infatti in quella missiva si indicava “Ierinò Vittorio” come personaggio a conoscenza di fatti rilevanti sull’omicidio del magistrato e anche l’esistenza di reperti riguardanti il delitto.
Delle attività svolte si coglie il dato che questi ha parlato di Schirripa ma anche di Giuseppe Calabrò. E’ scritto ancora nella richiesta di opposizione all’archiviazione che “non c’è alcun dubbio che il Giuseppe Calabrò lì indicato come complice di Rocco Schirripa in considerevoli attività criminali sia lo stesso soggetto che fu imputato (come risulta dagli atti del processo a carico di Schirripa per l’omicidio Caccia, acquisiti in copia nel presente procedimento) insieme a Domenico Belfiore e agli altri componenti del gruppo guidato da Belfiore (e a esponenti del cosiddetto “clan dei catanesi”) nel sequestro Alessio ma anche lo stesso soggetto che fu corresponsabile con Demetrio Latella nel luglio 1975 del sequestro di Cristina Mazzotti.
Gli atti di quel sequestro, secondo Repici, sono rilevanti per il caso Caccia “perché plausibilmente dimostrativi dell’esistenza di una rete criminale comprensiva di mafiosi siciliani e calabresi dedita ai sequestri di persona a scopo di estorsione e al riciclaggio del proventi di quei sequestri nei casinò del Nord Italia e della Costa Azzurra”. Atti che sono presenti nel fascicolo del procedimento a carico di Cattafi e Latella.
Alla luce delle nuove risultanze sulle “cointeressenze criminali” tra Calabrò e Schirripa, secondo Repici, le stesse vanno acquisite nel procedimento.
Altri elementi riguardano recenti notizie giornalistiche da cui “si è appreso che Roberto Cannavò, storico componente dell’alleanza criminale fatta da mafia siciliana e mafia calabrese e avente sostanzialmente sede sociale all’autoparco milanese di via Oreste Salomone (della quale fu esponente di rilievo Demetrio Latella), da qualche anno avrebbe iniziato a collaborare con la giustizia e specificamente su delitti di competenza sia della Procura di Milano (com’è fisiologico) sia della Procura di Torino”. “Per tale ragione – si legge ancora nel documento – considerato il curriculum criminale di Cannavò e il sodalizio nel quale (agli ordini di Luigi Miano, Angelo Epaminonda, Santo Mazzei e dei loro alleati calabresi, ivi compreso Demetrio Latella) militò, è ben plausibile che egli abbia conoscenza di elementi utili sull’omicidio Caccia, sul contesto nel quale quel delitto venne ideato e poi eseguito, sui vari responsabili e sulle posizioni di Francesco D’Onofrio, Rocco Schirripa, Rosario Pio Cattafi e Demetrio Latella. Ne consegue che il Gip, rigettando la richiesta di archiviazione, dovrà ordinare al pubblico ministero di espletare, quale supplemento d’indagine, l’interrogatorio di Roberto Cannavò.

Unire i fascicoli
Ed anche per questo la famiglia Caccia chiede l’unificazione dei fascicoli dopo che già in passato aveva chiesto l’avocazione alla Procura generale di Milano.
“Oggi, però, che il pubblico ministero ha formulato richiesta di archiviazione anche nel presente procedimento e che essa dovrà comunque essere decisa dal G.i.p. appare evidente l’opportunità, se non la doverosità, della riunione del presente procedimento a quello riguardante Cattafi e Latella, giacché risulta evidente a chiunque che la valutazione parcellizzata dell’unica vicenda delittuosa, attraverso l’esame di materiale processuale diverso fra un fascicolo e l’altro, produrrebbe le ovvie involontarie storture ravvisabili da ciascuno”.

Sostituire il Gip
Infine il legale della famiglia Caccia chiede che a decidere sula richiesta di archiviazione sia un altro Gip in quanto il giudice del Tribunale, Stefania Pepe, si è già occupata dei procedimenti inerenti il caso Caccia su Rocco Schirripa, Pio Cattafi e Domenico Latella dando quegli impulsi che portarono poi all’arresto, nel dicembre 2015, di Schirripa. Nell’ordinanza il Gip espresse “il proprio drastico convincimento circa l’assoluta infondatezza di ogni ipotesi di responsabilità sull’omicidio Caccia da individuare sia in Cattafi e Latella sia in qualunque altra persona diversa dai sodali di Domenico Belfiore i cui nomi non fossero già emersi. In definitiva, per la dr.ssa Pepe era destituita di ogni fondamento ogni ipotesi d’indagine relativa a Rosario Pio Cattafi, a Demetrio Latella e a Francesco D’Onofrio.
Poiché “la posizione espressa sul delitto Caccia dalla dr.ssa Pepe anche in tutti gli atti successivi rispetto a quell’ordinanza di custodia cautelare è rimasta, legittimamente, ferrea nel senso che ogni ipotesi alternativa di responsabilità ulteriore e diversa da quella di Domenico Belfiore e Rocco Schirripa fosse del tutto priva del minimo fondamento” è certo che “la dr.ssa Pepe ha ‘manifestato il suo parere sull’oggetto del procedimento’, con un’evidente anticipazione del proprio giudizio”. Ora la palla passa al giudice con l’udienza fissata per il 10 luglio.

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Fonte: AMDuemila

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