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Augusta Schiera: la lezione di vita di una madre splendida

di Fabio Repici – A me Augusta Schiera, madre del poliziotto Nino Agostino, ha dato lezioni di vita e, al contempo, di sintassi. Sembrerà un paradosso, ma è proprio così.
I tanti che, come me, hanno avuto la fortuna e l’onore di conoscerla hanno già detto come quella donna fosse minuta, eppure fortissima; di come fosse mite, eppure di insuperabile tenacia; di come fosse amorevole, eppure rigorosissima; di come fosse disponibile e tollerante con chiunque, eppure inflessibile nel pretendere verità e giustizia per Nino e Ida, suo figlio e sua nuora. Potrei aggiungere quasi all’infinito ulteriori pregi caratteriali della signora Augusta, accompagnandoli con altrettante congiunzioni avversative. Il punto è che la grandezza umana di quella donna mi ha fatto capire che l’unica cosa sbagliata, proprio sintatticamente, era l’uso mentale dell’avversativo.
Ci pensavo mentre assistevo triste al suo funerale, eppure a lei grato di avermi costretto a pensieri ed emozioni reali, della vita che merita di essere vissuta, sottraendomi alle tante questioni posticce di vita virtuale dalle quali ci facciamo troppo spesso sommergere.
Pensavo, infatti, che la realtà era diversa: Augusta era minuta, dunque fortissima; Augusta era mite, dunque di insuperabile tenacia; Augusta era amorevole, dunque rigorosissima; Augusta era disponibile e tollerante con chiunque, dunque inflessibile nel pretendere verità e giustizia per Nino e Ida, suo figlio e sua nuora.
La grandezza delle persone semplici e pure e di animo nobile come la signora Augusta – pensavo – è che ci insegnano come certe volte gli avversativi siano stonati come una moneta di latta e, parlando di loro, debbano essere sostituiti con congiunzioni conclusive, puro e semplice causalismo.
Ci sarebbe da dire tante altre cose. A cominciare da come certe donne, proprio come la signora Augusta, riescano a essere madri splendide e delicate non solo coi propri figli ma con tutti i figli, come se tutti fossero stati suoi figli, come se essere madre di tutti fosse per lei il modo giusto di restare fedele a suo figlio Nino.
E che dire dell’ospitalità di cui era capace? Chi, oltre ad aver avuto l’onore di conoscere la signora Augusta, ha avuto la fortuna di essere suo ospite a pranzo o a cena, sa bene cosa io intenda dire.
Ma (altro avversativo un po’ stonato) io faccio l’avvocato. E ci sono cose della mia professione che mi hanno fatto sentire proprio fortunato. Aver avuto l’onore di assistere la signora Augusta, insieme a suo marito e ai suoi figli, è una di quelle che più hanno dato senso alla mia professione. Ma non è una cosa della quale posso parlare con senso di compiutezza. È un obbligo morale che non ho ancora finito di adempiere. L’avrò adempiuto – e ne potrò parlare con senso di compiutezza – solo quando avrò contribuito a soddisfare quella richiesta della signora Augusta che sarà leggibile, come lei ha voluto, pure sulla sua lapide: “Qui giace Augusta Schiera, madre dell’agente Nino Agostino, una madre in attesa di giustizia, anche oltre la morte”.
L’avrà quella giustizia, la signora Augusta. È già stato ignobile che, a causa di decenni di depistaggi, non l’abbia potuta avere in vita. Ma l’avrà. E l’avrà a onta della mafia e dello Stato. Sì, l’avrà.

Fabio Repici (fonte: AMDuemila)

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