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Agguato di Natale a Pesaro: come si può non parlare di Stato quando si parla di mafia?

30 Dicembre 2018

Ci troviamo nelle Marche, precisamente in via Bovio a Pesaro, in una residenza “segreta” che ospitava Marcello Bruzzese, fratello del collaboratore di giustizia calabrese Girolamo Bruzzese, il quale nel 2003 si pentì ed iniziò a collaborare con la giustizia svelando i rapporti tra i Crea ed alcuni esponenti politici locali. I due killer che il pomeriggio di Natale hanno freddato il Bruzzese, lo hanno raggiunto nel suo garage, sempre “segreto”, crivellandolo con ben 15 colpi di pistola calibro 9, mentre ancora la vittima si apprestava ad eseguire le manovre di parcheggio. Perfetta esecuzione mafiosa.

Marcello Bruzzese era sotto protezione e viveva in località segreta, seppur mantenendo la sua identità, tanto che neppure il sindaco di Pesaro sapeva chi vi risiedesse in quel palazzo. E allora, come facevano i killer a conoscere non solo la località ma anche il palazzo, il garage e gli orari della vittima? Questo ennesimo agguato mette in mostra un aspetto del nostro Stato che continua a fare acqua, permette di continuare ad uccidere i figli che non è riuscito a proteggere. Non possiamo entrare nel merito della vicenda giudiziaria quindi delle colpe, che toccherà agli investigatori accertare. Ciò sul quale, però, possiamo riflettere, è l’atto mafioso e le sue componenti, visto che sembrerebbe chiaro che l’omicidio sia da attribuirsi ad una vendetta mafiosa.

L’omicidio avrebbe potuto consumarsi in qualunque altro posto: luogo di lavoro, tragitto verso casa, piazza. La scelta di ammazzare Marcello Bruzzese proprio nel garage di casa sua non è casuale nel linguaggio mafioso: la ‘ndrangheta ha voluto mandare un chiaro segnale che, quando emana una sentenza di morte, non esiste luogo sicuro né misure di protezione che tengano. Ancora una volta, la mafia vuole sancire la sua potenza ed efficienza; ancora una volta, la mafia vuole delegittimare il potere statale per mostrare che davanti ad essa, tutti continuano a piegarsi. Bisogna cogliere questi segnali e smetterla di sottovalutare la mafia considerandola delinquenza comune, in quanto la sua organizzazione ed il legame di sangue sono sempre stati e restano i pilastri sui quali si fonda e si erge come imbattibile. Se la mafia è organizzata, allora dobbiamo esserlo anche noi. Se la mafia si racconta come un mito, dobbiamo essere noi a renderla  grigia pagina di storia, quella che realmente è o, almeno, dovrebbe essere. Sorge ancora l’interrogativo che sorvolava i cieli italiani venti e trenta anni fa: “Come si può non parlare di Stato quando si parla di mafia?”  Ed era grave, a tratti ripugnante, a suo tempo ascoltare  Tommaso Buscetta che diceva: “Per me Giovanni Falcone era lo Stato. Lo vedevo come l’uomo che voleva combattere veramente la mafia, non lo Stato italiano che faceva i comizi. […] Gli dissi che se avessimo continuato a parlare di mafia e politica a me sarebbe toccato il manicomio criminale. […] Dottore Falcone, noi dobbiamo scegliere chi deve morire per primo: lei o io”. Ed è grave, direi ancora ripugnante, ascoltare nel 2018 il Procuratore nazionale antimafia Nino Di Matteo, dire: L’assenza da parte dello Stato di segnali precisi, nella ricerca della verità, mi fa pensare che abbia ancora l’insana voglia di archiviare per sempre le pagina buie del recente passato. Le verità che sono state acquisite fin’ora sono importanti, ma parziali. […] Ho riacquistato la fiducia nella magistratura perche ha messo in sequenza i veri fatti. Senza il pregiudizio che è impossibile che lo Stato tratti con la mafia”.

Il c.d. Papello di Riina contenente le richieste della mafia allo Stato, tra le quali eliminare il 41 bis ed eliminare i privilegi ai pentiti, chiaramente per diminuire “gli infami”, siamo sicuri fossero richieste a vantaggio solo della mafia? Oggi, a seguito dell’agguato di Pesaro, risuonano più attuali che mai le parole di Paolo Borsellino dopo e sulla morte di Falcone: “Non voglio esprimere opinioni circa se si è trattato di mafia e soltanto di mafia, ma di mafia si è trattato comunque”. Chi vuol capire, capisca.

Federica Giovinco

 

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